LA VERITA’ ASSOLUTA? NON ESISTE.
Introduzione ai sofisti
I sofisti. Siamo lontanissimi da Parmenide: per loro il linguaggio ha una sua autonomia rispetto alle cose, ha un carattere meramente convenzionale (nessuna identità, quindi, tra linguaggio e realtà). Per loro, inoltre (vedi Protagora[1]), non esiste una verità assoluta: è "l'uomo la misura di tutte le cose”. Quale la possibile interpretazione di tale affermazione?
La verità è tale solo per il singolo: un cibo può essere percepito dolce
da una persona e amaro da un'altra.
E' un'interpretazione che è stata data. Non è escluso che Protagora, parlando dell'uomo come "misura” (criterio), intendesse alludere sia al singolo, sia alla specie umana, sia al gruppo sociale cui si appartiene.
Protagora, quindi, teorizza il "relativismo" della verità (i sofisti sottolineano con forza le diverse "verità che esistono presso diversi popoli in merito, ad esempio, ai valori morali, estetici, politici). Siamo, quindi, alla teorizzazione che "tutto è vero” e alla giustificazione, di conseguenza, di ogni dottrina morale (anche la più folle)? Protagora non arriva a tanto, anzi...
è convinto che chi teorizza l'omicidio sostiene una dottrina falsa.
Ti sembra coerente con la premessa (Protagora teorizza il relativismo)? Come può Protagora - che non crede ci sia la possibilità di accedere alla verità - dire che una dottrina è "falsa”?
Protagora non arriva all’... anarchismo, non arriva a giustificare qualsiasi dottrina: per lui il criterio delle nostre scelte deve essere l'utile (l'utile per il singolo e - nel caso di scelte politiche - l'utile per la comunità). Sul problema della divinità, poi - come sai - Protagora teorizza l'agnosticismo. Hai ben presente questo concetto?
Certo: agnostico è chi ritiene che non si possa razionalmente affermare
l'esistenza di una divinità.
Dovresti dire più propriamente che l'agnostico è chi non solo sostiene l'indimostrabilità razionale dell'esistenza di Dio, ma anche l'indimostrabilità della sua negazione.
Per Protagora l'uomo razionalmente non è in grado né di dimostrare l'esistenza degli dei né di dimostrare la loro non esistenza (troppo oscuro il problema e troppo limitata la vita umana). Gorgia[2] approda - come sai - ad un agnosticismo totale, cioè...
alla convinzione che l'uomo non è in grado di accedere ad alcuna realtà
extrasensibile.
Questo è vero, ma è anche vero che Gorgia va oltre: per lui l'uomo non è in grado di scoprire niente di reale (neanche nell'ambito della conoscenza sensibile).
Gorgia ironizza sulla pretesa di Parmenide di conoscere l'essere. Per lui (questa è la prima tesi dell'opera "Sul non essere o sulla natura”) addirittura nulla esiste. Se l'essere esistesse, infatti, potrebbe essere eterno o generato, ma... è impossibile che sia eterno perché...
Cerco di intuire: se fosse eterno, non potrebbe essere in nessun luogo
(dove potrebbe essere un essere eterno?) e ciò che non è in alcun luogo non è.
La formulazione di Gorgia comprende dei passaggi in più: se fosse eterno, non avrebbe né inizio né fine, cioè sarebbe infinito, ma ciò che è infinito non può stare in alcun luogo, ergo...
Riflettiamo un attimo: vi è qualche
passaggio del discorso di Gorgia che non ti convince?
Certo. Non vedo perché ciò che non è in alcun luogo non possa esistere:
il Dio della religione ebraico-cristiana - che mi risulta - è infinito, eppure
esiste!
La tua è un'osservazione più che legittima: il Dio cristiano - dici - pur non essendo in nessun luogo specifico, esiste. Proseguiamo. Per Gorgia l'essere non può essere eterno perché se lo fosse... non sarebbe. Supponiamo l'altra ipotesi di Gorgia, che cioè l'essere è generato. Perché anche questa ipotesi per lui è da escludere?
Cerco ancora di intuire: se l'essere fosse generato, deriverebbe o dal
nulla (il che è impossibile: come farebbe il nulla a generare l'essere?) o
dall'essere (il che è impossibile: come potrebbe nascere l'essere se è già?).
E' proprio la formulazione di Gorgia: l'essere non può derivare né dal nulla (ciò è proibito), né dall’"essere”.
Passiamo al terzo passaggio del discorso di Gorgia: quand'anche l'essere esistesse, non potrebbe essere conoscibile. Perché mai? Prova a cercare una possibile risposta coerente?
Ci provo. Credo sia abbastanza semplice: considerato che noi pensiamo
anche a qualcosa che non esiste (non pensiamo ad esempio all'ippogrifo?), vuol
dire che l'essere non è afferrabile.
Gorgia parte da questo fatto: dal fatto cioè che non tutto ciò che è pensato esiste. Ma... perché questo fatto dovrebbe produrre come conseguenza che l'essere non è afferrabile?
Secondo Gorgia proprio perché non tutto ciò che è pensato esiste, significa che non c'è corrispondenza tra pensare ed essere. Il che lo porta ad affermare che non vi è corrispondenza neanche tra essere e pensare: se l'essere, cioè, esistesse - considerata la non corrispondenza tra pensare ed essere - non sarebbe pensabile.
Gorgia va ancora oltre e sostiene che quand'anche l'essere fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Perché mai?
Ci provo ancora: per Gorgia è comunicabile solo l'essere (come si farebbe
a comunicare il non essere?), ora per lo stesso Gorgia l'essere non esiste
(prima tesi), dunque l'essere non è comunicabile.
Il discorso di Gorgia che stiamo esaminando è un altro: quand'anche l'essere fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Tu, invece, ti sei riferito alla prima tesi che nega l'esistenza dell'essere.
Per Gorgia l'essere (quand'anche esistesse e quand'anche fosse conoscibile) non è comunicabile. Quale potrebbe essere la ragione?
Ah! adesso ricordo quanto detto prima: i sofisti hanno disancorato il linguaggio
dalle cose.
E' vero: per i sofisti il linguaggio è un che di artificiale e, quindi, in quanto tale non può esprimere niente di reale.
Gorgia, quindi, col suo scetticismo radicale colpisce... al cuore non solo la rivelazione sull'essere di Parmenide, ma anche tutti i tentativi di indagare su ciò che va al di là della sfera della sensibilità (vedi la ricerca dell’arché). Riflettiamo un attimo: ritieni sia possibile uno scetticismo integrale, mettere cioè in dubbio tutto e negare qualsiasi verità?
No: le proposizioni tautologiche non sono negabili, come non è negabile
(ricordo l'esempio di prima) che questo gesso che ho in mano appare.
Mi sembra ragionevole la tua opinione: in base almeno a quanto abbiamo detto, il negare una proposizione tautologica come il negare che questo gesso appare implicano una contraddizione.
Per i sofisti, quindi, non è dato all'uomo accedere a Verità assolute intorno all'essere, al cosmo, alle cause prime: da qui la loro attenzione all'uomo (al linguaggio, alla politica).
GLI UOMINI SONO UGUALI IN NATURA?
I SOFISTI. La loro è una vera e propria... dissacrazione del Potere politico: per loro le leggi non vengono affatto dall'alto - dagli dei - ma dal basso. LE LEGGI, quindi, per i sofisti della prima generazione NON HANNO NULLA DI SACRALE, DI DIVINO, ma sono prodotti umani, decisioni del popolo in assemblea. Cosa esprimono, sempre secondo i sofisti, tali leggi umane?
Esprimono scelte
razionali: essendo, infatti, scelte di una maggioranza, sono svincolate
dall'utile privato, dall'egoismo degli individui, dal tornaconto di
corporazioni.
La tua è un'opinione che non so fino a che punto sia suffragata dalla realtà (sia storica che attuale). E' vero che le decisioni di una maggioranza possono essere meno vincolate all'utile privato rispetto a decisioni di un'oligarchia, ma questo non è una regola universale. Un solo esempio: il gigantesco debito pubblico che si è accumulato negli ultimi anni in Italia - debito provocato con leggi votate a maggioranza - è l'effetto di scelte razionali?
L'opinione dei sofisti è questa: le
leggi, anche se espressioni di una maggioranza (una condizione indispensabile
perché possano essere approvate) non sono tout court espressione di scelte
razionali o comunque di scelte a favore dell'interesse di una comunità.
Le leggi, quindi, non solo non
hanno alcuna sacralità, ma non sono neanche espressione tout court della
razionalità. Quali sono, secondo i sofisti, le scelte che riescono ad avere il
consenso della maggioranza?
Mi sembra ovvio: se per i sofisti non esistono verità, a convincere la gente in assemblea sarà l'utile che può derivare dalla proposta di legge stessa.
Tu dici bene che per i sofisti non esistono verità assolute. E dici bene che in fondo in fondo chi presenta una proposta deve far leva sull'utile, ma è anche vero che per convincere c'è bisogno dell'arte della dialettica, dell'arte di parlare in pubblico in modo efficace, persuasivo.
Le leggi passano, hanno cioè il
consenso della maggioranza, quando le proposte sono presentate con... arte (l'arte
della retorica, della dialettica, della persuasione, del parlare in pubblico).
I sofisti cosa insegnavano ai "politici”?
A questo punto la risposta mi sembra scontata: insegnavano l'arte della
retorica, della dialettica, insegnavano a persuadere in pubblico (naturalmente
lo facevano gratis: di certo la gente comune che partecipava alle assemblee non
poteva permettersi di pagare).
E' vero che insegnavano l'arte della retorica, ma è anche vero che sono i primi filosofi (anzi venivano chiamati "sapientissimi” - questo il significato etimologico di sofisti - ) che si facevano pagare: il fine era quello di aiutare i discepoli ad emergere in assemblea e far prevalere le loro tesi. Proseguiamo. Uno dei maggiori sofisti (Protagora) teorizza la democrazia, cioè...
arriva ad affermare il suffragio universale: come è noto è questo il
principio che caratterizza una democrazia.
E' vero che il suffragio universale
è il principio che caratterizza la
democrazia, ma è anche vero che la
democrazia ateniese è una democrazia
assembleare, mentre il suffragio universale presuppone una democrazia
rappresentativa. Protagora teorizza, invece, che l'arte della politica (a
differenza delle attitudini professionali) appartiene a tutti. Egli,
inoltre, sostiene che l'UOMO DIVENTA TALE, ESCE CIOE' DAL LIVELLO
DELL'ANIMALITA', SOLO IN UNA COMUNITA' RETTA DA REGOLE, DA... LEGGI.
Continuiamo. C'è chi (ad esempio Antifonte) arriva a teorizzare l'uguaglianza degli uomini. In che senso? Prova ad intuire.
Si tratta dell'uguaglianza di diritti, diritti, naturalmente, sanciti da
leggi.
Antifonte sostiene che tutti gli uomini hanno un'uguaglianza... naturale nel senso che tutti hanno gli stessi bisogni. C'è chi (Licofrone e Alcidamante) va perfino oltre sostenendo...
un'uguaglianza sociale.
Non ti sembra che sia eccessivo quanto dici? In una società in cui era pacifico che dovessero esistere degli "schiavi”, questi sofisti arrivano a sostenere che proprio perché tutti sono uguali per natura, va soppressa la distinzione tra liberi e schiavi, una distinzione che è semplicemente il prodotto di una convenzione, di un arbitrio. Il tema della "natura” è tanto sottolineato da alcuni sofisti che questi arrivano perfino a sostenere la superiorità della "legge naturale” (che unisce tutti gli uomini) rispetto a quella umana - "nomos” in greco - giudicata mutevole, opinabile o addirittura falsa. Vi è chi (Trasimaco e Crizia) va ancora oltre e sostiene...
che la legge è una mera convenzione umana.
Non sono tutti su questa posizione? Non ritengono tutti che le leggi non hanno nulla di sacro, ma sono il prodotto di scelte (scelte convenzionali) degli uomini? Crizia e Trasimaco arrivano a sostenere che la legge rappresenta gli interessi della classe al potere, cioè l’utile dei potenti. A proposito di Crizia, in che senso sostiene che la religione è uno strumento di dominio?
Nel senso che gli dei - inventati appunto da chi è al potere -
costituiscono una sorta di polizia segreta tesa a controllare le azioni
pubbliche dei sudditi.
E' vero che per Crizia gli dei costituiscono una sorta di polizia segreta, ma è anche vero che tale polizia è finalizzata a controllare il comportamento dei sudditi in privato, al di fuori cioè del controllo della polizia umana. Proseguiamo. Vi è chi (vedi Callicle - un personaggio platonico - ), in questa contrapposizione tra natura e leggi, va ancora oltre e sostiene...
che in natura gli uomini sono disuguali (chi è più debole e chi è più
forte, chi è più dotato e chi meno) e che le leggi non sono altro che uno
strumento inventato dai più deboli per imbavagliare i più forti.
Hai indubbiamente intuito che questa è una posizione più radicale di quelle esposte prima. Ed è proprio la tesi - anche se può sembrare inverosimile - di Callicle (un personaggio platonico che, però, non sappiamo se è esistito).
Ti chiedo di riflettere un attimo. I sofisti teorizzano il relativismo, una concezione oggi ampiamente diffusa. Quali sono, secondo te, le conseguenze "etico-politiche” del relativismo?
Una concezione che esclude l'esistenza di dottrine assolute non può che
portare alla tolleranza: solo chi crede nell'assolutezza della sua dottrina può
vedere le altre concezioni come false e quindi da condannare.
E' una tesi oggi molto diffusa grazie anche alla riflessione teorica di Karl Popper (vedi in particolare "La società aperta e i suoi nemici”, Armando Editore, vol. 1). Vi è, però, chi questa tesi la contesta arrivando addirittura ad affermare che è proprio il relativismo a "spianare la strada alle concezioni totalitarie”. Vedi, a proposito, lo stimolante libro di Giovanni Stelli "La ricerca del fondamento” - Ed. Guerini e Associati, 1995 (puoi leggere i paragrafi 3 e 7 della "parte prima”).
[1] Di Abdera come Democrito. Vive nel
V secolo. Oratore e maestro di retorica in numerose città della Grecia ed in
particolare ad Atene dove diventa consigliere di Pericle (per incarico di
quest'ultimo redige la Costituzione della colonia di Turi). Compie parecchi
viaggi tra cui uno in Sicilia. Scrive le "Antilogie" e la
"Verità".
[2] Nasce a Leontini (Sicilia).
Discepolo di Empedocle. Compie numerosi viaggi (si reca anche ad Atene come
ambasciatore per delega della sua città: qui ha tra i suoi discepoli uomini
illustri come Crizia, Alcibiade, Tucidite). Scrive non pochi discorsi di cui
due (l'"Encomio di Elena" e l'"Apologia di Palamede") sono
arrivati a noi interi.