INTRODUZIONE AL PENSIERO POLITICO MODERNO
Un cenno al giusnaturalismo.
Si tratta di una concezione politica che si sviluppa nel ‘600 in modo
particolare in Olanda. Secondo essa esiste uno STATO DI NATURA (i diritti
naturali, espressione della ragione universale, preesistono allo Stato civile).
Lo STATO CIVILE, poi, non è che il risultato di un CONTRATTO: proviene, quindi,
non dall'alto, ma dal basso. Si tratta, quindi, di una concezione
tendenzialmente democratica (la sovranità appartiene al popolo). Il giusnaturalismo,
inoltre, sostiene che l'uomo è naturalmente socievole per cui la società
organizzata non è qualcosa di convenzionale.
Homo homini lupus. O no?
Hobbes, inglese (già lo conosci), fa proprio lo schema del
giusnaturalismo ("stato di natura" - "contratto" -
"Stato civile"), eppure approda all'ASSOLUTISMO. Può sembrare un
paradosso, ma è così. Perché mai?
Immagino perché secondo Hobbes l'uomo è naturalmente un lupo verso l'altro uomo: come si riuscirebbe a frenare la belva che vi è nell'uomo se non grazie allo Stato assoluto?
E' così. Per lui lo stato di natura è uno stato in cui vi è una GUERRA
DI TUTTI CONTRO TUTTI: da qui la necessità di un Potere assoluto.
Per Hobbes l'uomo non è un animale politico (non avverte un
"amore naturale" per i suoi simili), ma vede gli altri come strumenti
per il suo utile. L'uomo, in altre parole, è naturalmente mosso
dall'istinto di sopravvivenza, istinto che lo porta a prevaricare sugli altri.
Da qui l'idea che nello "stato di natura" non esistono "diritti
naturali": il concetto di diritto nasce solo in uno Stato.
Nello stato di natura di fatto ognuno, mosso dall'istinto di
sopravvivenza, ha diritto su tutto, anche a scapito degli altri. Da qui il
BELLUM OMNIUM CONTRA OMNES. Da qui la paura di soccombere in questa guerra. E'
questo timore che è all'origine della "società". Ed è la
"ragione" che, tramite "leggi naturali" (cioè razionali)
gli indica la via per uscire da uno stato in cui la vita è minacciata in
permanenza.
Le principali "leggi naturali" sono: CERCARE E CONSEGUIRE LA
PACE, STARE AI PATTI. E' solo seguendo queste leggi che si può spegnere la
guerra. In altre parole è solo RINUNCIANDO AL DIRITTO SU TUTTO (NON FACENDO
AGLI ALTRI QUELLO CHE NON SI VORREBBE SI FACESSE A SE STESSI), che ci si può
liberare dal terrore della morte violenta. In concreto gli uomini possono
vivere nella tranquillità solo quando STIPULANO TRA LORO UN CONTRATTO CON CUI
RINUNCIANO AL DIRITTO ILLIMITATO E LO TRASFERISCONO ALLO STATO.
Ti ho presentato la premessa del discorso di Hobbes. Cosa ne dici?
Si tratta di un discorso che ha una sua coerenza, ma che parte da un presupposto erroneo, che cioè l'uomo è un lupus per l'altro uomo.
E' un'opinione rispettabile condivisa non solo da Grozio, ma anche da
molti altri.
Hobbes ha di fronte a sé lo scenario della rivoluzione inglese.
Quello che egli vede è l'ANARCHIA, il disordine, l'instabilità permanente.
Quello che egli vede è il costante pericolo per la pace. Da qui la necessità,
per lui, di un Potere Assoluto. Questo significa che è un filo-monarchico?
Non credo: i monarchi inglesi (gli Stuart) si considerano di origine divina, mentre per Hobbes lo Stato nasce dal basso tramite un contratto.
Il tuo discorso è corretto: l'assolutismo teorizzato da Hobbes non ha
nulla a che fare con un assolutismo di origine divina. .
Per Hobbes che il Potere sia nelle mani di una persona o di
un'assemblea non è molto rilevante: che conta è che il Potere sia ASSOLUTO, non
vincolato da nessuno. Si tratta, quindi, di un Potere NON REVOCABILE in quanto
il contratto non è stipulato tra i sudditi e lo Stato, ma dai sudditi tra loro.
Se lo Stato fosse vincolato dai sudditi...
vi sarebbe il pericolo permanente di un'anarchia.
Perché anarchia? Noi non abbiamo il potere di non rieleggere più i
nostri parlamentari? Questo, forse, provoca l'anarchia permanente?
In questo caso si tratta di singoli rappresentanti, mentre Hobbes parla del Potere politico, cioè dello Stato.
Non hai torto: per Hobbes, se il contratto fosse revocabile, vi
sarebbe il rischio di una permanente instabilità, dannosa per la pace e quindi
per la tutela del diritto alla vita.
Per Hobbes il Potere dello Stato, proprio perché è assoluto, è INDIVISIBILE.
Cosa ne dici?
Non mi convince l'indivisibilità del potere: in uno Stato liberale i Poteri appartengono ad organi diversi, eppure questo non provoca alcun danno.
La tua osservazione (in chiave attuale) è pertinente. Per Hobbes - che
ha di fronte un altro scenario - la divisione del Potere comporta un conflitto
permanente tra i poteri dello Stato.
Lo Stato: “naturale” o “artificiale”?
Per Hobbes lo Stato non ha nulla di... naturale: è qualcosa di
ARTIFICIALE, CONVENZIONALE. Così pure non esistono diritti naturali: il DIRITTO
(ciò che è lecito e ciò che è illecito) è tale in quanto fissato dallo Stato.
Cosa ne dici?
Non mi convince che il giusto e l'ingiusto (il lecito e l'illecito) siano determinati dallo Stato: per me la loro fonte - se escludiamo la sfera religiosa - non può che essere la "coscienza".
La tua osservazione è sensatissima. Per Hobbes, tuttavia, se fosse
la coscienza la fonte del giusto e dell'ingiusto, vi sarebbe una limitazione
del Potere assoluto dello Stato (che sarebbe, appunto, limitato dalle
"coscienze" dei sudditi), il che provocherebbe una potenziale
anarchia.
Per Hobbes è lo Stato che stabilisce ciò che è giusto e ciò che è
ingiusto, ciò che è reato e ciò che non lo è. La fonte del giusto e
dell'ingiusto non può essere la "coscienza". E non può esserlo
neanche la "chiesa". Cosa ne dici?
Non mi sembra corretto: che chiesa sarebbe una chiesa che rinunciasse ad annunciare un messaggio morale (ad indicare ciò che è bene e ciò che è male)? Una dottrina del genere di fatto porterebbe alla demolizione della Chiesa stessa!
Ma, se fosse la chiesa a fissare ciò che è bene e ciò che è male, questa
non potrebbe - con i suoi parametri morali - condannare lo stesso Stato e
quindi provocare un conflitto all'interno dello Stato? Questa è la convinzione
di Hobbes.
Nessuno - pena il pericolo dell'anarchia, del conflitto interno allo
Stato - deve limitare lo Stato assoluto: neanche la Chiesa, la quale deve
essere subordinata allo Stato come tutte le altre associazioni private di
sudditi. Solo così è possibile GARANTIRE LA PACE RELIGIOSA. Hobbes arriva
a dire che tocca allo Stato regolare - direttamente o con delega ad altri - le
funzioni del culto.
Siamo alla concezione dello Stato come "grande Leviatano" (un
mostro di cui parla la Bibbia). Lo Stato, quindi, non ha alcun limite? Secondo
Hobbes dei limiti li ha: ad esempio non può comandare a nessuno di confessare
un delitto. Cosa ne dici?
Se è così, metto in discussione il mio rigetto istintivo del pensiero di Hobbes. Hobbes, sotto questo profilo, mi sembra più democratico della democratica Italia di oggi: penso alle tante confessioni estorte, in barba alla dignità personale di ogni singolo imputato, dai vari Pool di Mani Pulite!
Non entro nel merito del tuo discorso. Ti pongo solo un quesito su cui puoi riflettere: credi che Tangentopoli sarebbe stata smantellata con un formale rispetto dei diritti dei singoli imputati?
Altri limiti dello Stato-Leviatano: questo non può comandare a nessuno
di uccidere, di non difendersi, di privarsi di ciò che è necessario per vivere.
E poi... ogni suddito è completamente libero di fare tutto ciò che non è
proibito dalle leggi dello Stato. Non si può, quindi, parlare di...
totalitarismo o di... nazismo ante-litteram.
Partiamo dalla divisione dei poteri, uno dei cardini di uno Stato
liberale. Locke divide nettamente il "potere legislativo" (del
parlamento) dal "potere esecutivo" (del governo). Per Locke le leggi
devono essere "uguali per tutti", devono essere finalizzate al bene
del popolo. Secondo lui, poi, non possono essere imposte delle tasse senza il
consenso del popolo stesso. Cosa ne dici?
Non mi convince il discorso sulle tasse. Se non si potessero imporre tasse senza il consenso del popolo, non potrebbe essere imposta alcuna tassa: la gente non scende in piazza tutte le volte che un governo osa proporre dei ritocchi alle imposte?
La tua osservazione non è insensata. Sei proprio convinto che il popolo
è contro qualsiasi imposta? Non è forse contro le imposte ingiuste? Certo il
discorso non è semplice perché di fatto ogni categoria che viene colpita
ritiene di essere ingiustamente colpita. Riprenderemo più avanti il problema
Il principio di cui parla Locke è lo stesso principio su cui è nato il
parlamento inglese ("NO TAXATION WITHOUT REPRESENTATION"), ed è il
principio - vedi la "petition of rights" - che viene rivendicato dal
parlamento inglese contro l'assolutismo degli Stuart. Come si esprime il
"consenso" del popolo di cui parla Locke?
Immagino attraverso il referendum che è una consultazione diretta del popolo.
Referendum? Pensa che su problemi fiscali il referendum non è ammesso
neanche nell'Italia repubblicana!
E' lo stesso parlamento che, ritenendosi espressione del popolo,
rivendica il potere di imporre delle tasse: è questa una delle ragioni del
match tra il parlamento e il sovrano durante la rivoluzione inglese. Ma... come
è legittimato il parlamento a varare leggi che valgono per tutti? Ovviamente da
un "contratto" che viene stipulato dai cittadini. Si tratta,
tuttavia, di un contratto diverso da quello di cui parla Hobbes, cioè...
secondo Locke i membri dello stato di natura non rinunciano ai loro diritti.
E' vero nel senso che i membri dello stato di natura delegano allo
Stato la tutela dei loro diritti naturali, diritti ai quali non rinunciano
affatto.
Col "contratto" i membri dello stato di natura delegano allo
Stato il compito di tutelare con la forza delle leggi i loro diritti naturali.
A qualcosa, indubbiamente, rinunciano: di fare giustizia loro stessi.
“Diritto” alla proprietà?
Lo Stato, quindi, nasce dal basso, non dall'alto. Nasce sulla base
di un'esigenza da parte dei membri dello stato di natura di essere tutelati nei
loro diritti. Quali sono questi diritti naturali? Ovviamente il "diritto
alla vita", il "diritto alla libertà" e il "diritto alla
proprietà". Quest'ultimo, però, ha dei limiti, cioè...
immagino che l'uomo abbia naturalmente il diritto di appropriarsi di qualcosa se questo qualcosa lo si è guadagnato col lavoro, quindi onestamente.
E' quanto pensa Locke. Si ha "naturalmente" il diritto alla
proprietà se ciò su cui si vanta tale diritto è guadagnato col proprio lavoro:
se ad esempio coltivo un campo, ho diritto alla proprietà del raccolto.
La funzione dello Stato? Tutelare i diritti
“naturali”!
Per Locke nello stato di natura l'uomo ha diritti "naturali"
(in sintonia col "giusnaturalismo"). Esistono, cioè, diritti che
antecedono lo Stato. Come potrebbe essere lo "stato di natura"
secondo Locke?
Immagino sia molto diverso da quello ipotizzato da Hobbes: solo se l'uomo non viene visto pessimisticamente come "lupus" per l'altro uomo, si può teorizzare uno Stato non assoluto.
Infatti è così. Per Locke gli uomini nello stato di natura non si
sentono totalmente liberi nel senso che non ritengono di avere il diritto su
tutto (anche a scapito degli altri): per loro la libertà è limitata dalla legge
naturale, cioè dalla ragione.
E' la stessa legge naturale (legge della ragione) che dice agli
uomini che la libertà di ciascuno non è illimitata, ma è limitata dalla libertà
degli altri, che il diritto non è un diritto su tutto, ma solo su quanto è
frutto del proprio lavoro. Lo "stato di natura", quindi, è uno
stato in cui tutti - seguendo la ragione - si sentono "liberi" ed
"uguali" - nessuno per natura è subordinato ad un altro -. Perché
mai, allora, si avverte l'esigenza dello Stato?
Immagino perché lo stato di natura può degenerare, può sfociare, quindi, in guerre.
Come potrebbe degenerare uno stato in cui tutti gli uomini vivono
secondo la ragione?
Ma un conto sono gli istinti ed un conto è la ragione.
Per Locke le leggi naturali sono conoscibili dalla ragione, ma non è
detto che tutti seguano la ragione, non è detto, quindi, che qualcuno non abusi
della propria libertà ricorrendo alla violenza.
Lo stato di natura ha un LIMITE significativo: può degenerare. Ci può essere qualcuno che non segue le leggi naturali, attentando ad esempio alla vita, alla libertà ed alla proprietà di altri: da qui l'esigenza di uno Stato che abbia la forza di intervenire contro coloro che violano le leggi naturali.
Lo Stato, quindi, risponde all'esigenza di colmare una lacuna dello
stato di natura. Col "contratto", quindi, i membri dello stato di
natura non rinunciano ai loro diritti, neanche alle loro libertà, ma solo al
diritto di farsi giustizia da sé. Cosa ne dici?
Non mi convince molto: mi pare riduttivo uno Stato che si... riduca semplicemente a tutelare i diritti individuali, a fare, cioè, da carabiniere!
Ti sembrerà riduttivo, ma è tale Stato è alla base dello Stato liberal-democratico diffuso oggi nel mondo occidentale. Vedrai, comunque, che le funzioni dello Stato si dilateranno sempre di più: di sicuro oggi lo Stato non ha solo la funzione di "carabiniere"!
La funzione dello Stato - ripetiamo - è quella di tutelare i diritti
naturali dei singoli uomini. Lo Stato, quindi, nasce a servizio degli uomini. E
nasce dal basso: il principale POTERE dello Stato (quello legislativo) ha la
sua legittimità nel popolo. Locke contesta duramente la teoria assolutistica
formulata da Robert Filmer.
Secondo tale teoria Dio ha affidato ad Adamo, il patriarca del genere
umano, un potere PATERNO, ILLIMITATO, un potere che si trasmette per eredità a
tutti i patriarchi e, tramite questi, ai sovrani. Il potere del sovrano,
dunque, è un potere PERSONALE, EREDITARIO, PATERNO E SENZA LIMITI. Cosa dici di
questa teoria?
Non ho mai letto nella Bibbia che Dio ha affidato ad Adamo un potere politico.
E' la risposta di Locke a Filmer: nella Bibbia non vi è scritto nulla
di questo. Non sta scritto da nessuna parte, cioè, che Dio ha affidato ad Adamo
questo potere.
Locke, contro Filmer, chiarisce poi che un conto è il potere
"paterno" - che deriva dalla "natura" - ed un conto il
potere "politico" che non deriva per nulla dalla natura. Sottolinea,
poi, la difficoltà di riconoscere oggi gli... eredi di Adamo, una difficoltà
che porterebbe diritto all'anarchia!. Lo Stato - ribadiamo - viene dal basso:
"sovrano" è il popolo. Cosa dici di questa "sovranità"?
Non riesco a capire un discorso del genere: se per il liberalismo la sovranità appartenesse al popolo, allora che differenza ci sarebbe tra il "liberalismo" e la "democrazia"?
La tua perplessità è legittima: indubbiamente per Locke sovrano è il
popolo, ma è lungi dal pensare ad un'espressione della volontà del popolo
tramite il suffragio universale.
Ciò che caratterizza la "democrazia" è il "suffragio
universale" (il diritto di voto a tutti). E' questa la ragione per cui,
storicamente, il liberalismo non coincide con la democrazia pur affermando la
"sovranità popolare". Riprendiamo il discorso del "potere
legislativo" (il potere n. 1 dello Stato).
La legge? Uguale per tutti!
Le leggi - abbiamo detto - devono essere UGUALI PER TUTTI. Cosa ne
dici?
Mi sembra un principio meramente teorico: anche in tribunale sta scritto "LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI", ma sappiamo benissimo che i... potenti sono più uguali degli altri se non altro perché possono permettersi avvocati di grido!
La tua osservazione è puntuale: troveremo pensatori che sottolineeranno
l'esigenza di andare oltre quella che viene chiamata l'"uguaglianza
formale”.
Il "Potere esecutivo" - il potere di mettere in esecuzione
le leggi approvate dal parlamento - è distinto e separato dal "potere
legislativo". Oltre a questi due "poteri", vi è, secondo
Locke, un potere "FEDERATIVO", il potere cioè di rappresentare lo
Stato di fronte ad altri Stati (al fine di dichiarare la guerra, di stipulare
la pace, di fare alleanze). Si tratta di un potere, secondo Locke, che deve
rimanere nelle stesse mani del "governo". Cosa ne dici?
Mi delude Locke: mi aspettavo di trovare la prima teorizzazione della divisione dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), ed invece mi sono trovato di fronte ad una divisione monca!
Indubbiamente la separazione che tu sottolinei è importante. E' un
fatto, comunque, che in Locke non vi è la teorizzazione del POTERE AUTONOMO
DELLA MAGISTRATURA.
Per Locke le funzione di amministrare la giustizia appartiene al
"potere esecutivo". Cosa ne dici?
Mi pare coerente il discorso di Locke: che compito hanno i giudici se non applicare le leggi? Si tratta, quindi, di una funzione che spetta a chi ha il potere esecutivo, cioè a chi applica le leggi.
Ma se la funzione di amministrare la giustizia appartenesse al governo,
come si potrebbero scoprire le malefatte dei governanti?
Il popolo ha il “diritto” alla rivoluzione?
Il popolo - abbiamo detto - è sovrano. Quando chi governa (potrebbe
essere un Monarca) non rispetta il "contratto", va oltre i propri
poteri delegati dal patto, quando chi governa non tutela i diritti naturali,
quando agisce secondo il proprio "arbitrio" e non secondo la legge,
allora il popolo HA DIRITTO ALLA RESISTENZA, ALLA RIVOLUZIONE. Cosa ne
dici?
Non mi convince. Si tratta di un diritto contemplato neppure dalla nostra Costituzione repubblicana: se si ammettesse il diritto alla rivoluzione, si ricadrebbe nel caos della rivoluzione inglese denunciato con forza - e a ragione - da Hobbes!
La tua osservazione è puntuale. Non dimenticarti, tuttavia, che la
nostra Costituzione prevede delle procedure democratiche per rimuovere il...
tiranno senza bisogno di ricorrere alla violenza rivoluzionaria. Devi fare uno sforzo
per "storicizzare" Locke.
Cosa sai dell'Illuminismo?
So che è un movimento spudoratamente anti-religioso, un movimento che esalta valori individualistico-borghesi a scapito dei valori della solidarietà, valori tipici del Cristianesimo.
Non è questo il cliché di certi gruppi cattolici integralisti che
vedono l'Illuminismo come fosse il Demonio in persona?
Sicuramente è anticlericale.
Anticlericale, sì. Anche anti-religioso? La maggior parte dei pensatori
illuministici non è contro la religione, ma contro le religioni cosiddette
"positive”. Un movimento che esalta i valori
individualistico-borghesi? Che ci sia
un legame tra l'Illuminismo e borghesia è un fatto. Che l'Illuminismo predichi
valori individualistici è da verificare. Lo facciamo quanto prima.
Cosa sai d'altro?
So che è un movimento (lo dice la parola) che ha l'ambizione di "illuminare" gli altri: siamo di fronte, quindi, ad intellettuali "impegnati", un po’ come gli intellettuali dell'Umanesimo.
Indubbiamente i "philosophes” illuministi sono intellettuali
impegnati (possiamo dire alla francese "engagées"). Il confronto con
gli umanisti? In parte è corretto: ci sono stati, sicuramente, degli umanisti
che hanno usato la loro cultura a servizio della politica o contro... tiranni.
Ti ricorderai, poi, l'inno alla "vita attiva" piuttosto che alla vita
contemplativa.
Gli Illuministi sono impegnati a diffondere "I LUMI DELLA
RAGIONE". Questo in perfetta sintonia con...
i razionalisti (non certo gli empiristi che pongono alla base di tutto l'"esperienza"!).
I razionalisti? Ti risulta che i philosophes dell'Illuminismo sono dei
metafisici?
Perchè allora esalterebbero il ruolo della “ragione”?
E' indubbio che una sintonia con i razionalisti c'è. Cartesio, nel
momento in cui pone l’"evidenza razionale” come l'unico criterio di
conoscenza, sicuramente è un... illuminista ante-litteram. Gli Illuministi,
tuttavia, non seguono il razionalismo nella sua pretesa di fondare delle
metafisiche: in questo seguono la "lezione" degli empiristi.
Gli Illuministi esaltano, sì, la "ragione", ma ritengono che
la ragione possa operare solo nell'ambito dei limiti dell'esperienza. Da qui,
in sintonia con gli empiristi, la polemica contro i "sistemi"
costruiti dalla ragione, contro la "metafisica" che pretende andare
oltre i limiti dell'esperienza. In che cosa consistono, in concreto, "i
lumi della ragione" da diffondere?
Immagino (da quanto detto) che gli Illuministi intendano combattere l'ignoranza, la superstizione in particolare, vedi ad esempio i "miracoli".
I miracoli=superstizione? I miracoli non sono qualcosa di
soprannaturale?
Per gli illuministi il soprannaturale è qualcosa di irrazionale.
E' vero. Per gli Illuministi i miracoli sono credenze che non hanno
alcun fondamento razionale: si tratta, quindi, di superstizioni.
Scaviamo. In che senso i miracoli sono, per gli Illuministi, delle
credenze contro la "ragione"?
Nel senso che violano le leggi - eterne e necessarie - della natura scoperte dalla "scienza".
Questa è la convinzione degli Illuministi, convinti che la scienza
(Newton in particolare) avesse scoperte le leggi immutabili dell'universo.
Gli Illuministi si sentono gli eredi della Rivoluzione scientifica, gli
eredi del "metodo scientifico", gli eredi della lotta di Galileo
contro il principio di autorità, contro i dogmi delle metafisiche, contro la
superstizione. Da qui la fiducia - tipicamente baconiana - di liberare l'uomo
dai suoi limiti proprio grazie al potere della scienza.
Eredi del razionalismo e dell'empirismo - la fiducia nella ragione che
però non può pretendere di andare oltre l'esperienza -, eredi della Rivoluzione
scientifica, gli Illuministi sono anche eredi del Rinascimento. In che senso?
La risposta, a questo punto, mi pare scontata: esaltando la ragione, la scienza, il potere della scienza di liberare l'uomo, l'Illuminismo non può che essere in sintonia con l'esaltazione dell'uomo "faber fortunae suae" (senza alcun bisogno di Dio) della rivoluzione umanistico-rinascimentale.
E' in parte così. Non corretta l'affermazione secondo cui l'esaltazione
dell'uomo da parte dell'Umanesimo e del Rinascimento porta l'uomo a non aver
bisogno di Dio. Come sai il Rinascimento mette sì, sullo sfondo Dio, ma non lo
nega come non nega i valori del Cristianesimo.
Veniamo al pensiero politico degli Illuministi. Cosa ne sai?
So che erano favorevoli al dispotismo illuminato che si fonda sul principio "tout pour le peuple, rien par le peuple" (tutto per il popolo, niente attraverso il popolo).
E' vero che la prima... ondata degli Illuministi è su queste posizioni
(diventare una sorta di consulenti dei sovrani sul terreno delle riforme).
Vedremo, comunque, che successivamente gli Illuministi abbracceranno posizioni
più radicali.
Gli Illuministi fanno della "ragione" anche un'arma critica
contro le assurdità della politica e della società battendosi per il
cambiamento. Danno, quindi, alla ragione una valenza ben superiore a quella che
le avevano conferito i razionalisti, gli empiristi e gli scienziati della
Rivoluzione scientifica.
Cosa sai altro dell'Illuminismo?
So che (lo ricordo dalle medie) sono degli intellettuali incapaci di comprendere la storia: per loro il passato, la tradizione vanno condannati (col metro della ragione), non compresi!
Ma non sono loro gli inventori del concetto di "progresso"?
Che significato avrebbe il progresso, se non si intendesse la storia come un
cammino verso il meglio?
Questo non toglie che gli illuministi condannano delle epoche storiche come il Medioevo.
E’ vero. Però il dire che gli
illuministi siano anti-storici è un po’ forzato: si tratta di un classico
cliché - sorto nel clima del
Romanticismo -, oggi praticamente abbandonato o, comunque, fortemente discusso.
I pensatori illuministi giudicano tutto col metro della ragione. Anche il passato. Anche le tradizioni più consolidate. Da qui la condanna di intere epoche come il Medioevo - visto come un periodo in cui non albergano i lumi della ragione -, ma anche il riconoscimento del valore di altre epoche (quelle di Pericle, di Cesare ed Augusto, del Rinascimento, di Luigi XIV).
Gli Illuministi, inoltre, hanno l'indubbio merito di aver applicato in
concreto un principio fondamentale della metodologia storica, cioè il VAGLIO
CRITICO delle fonti. Hanno, poi, allargato l'orizzonte della storia (non solo
in senso geografico - non più la storia eurocentrica - ) dimostrando attenzione
anche all'economia, alla cultura, al progresso scientifico e tecnologico.
A proposito dell'attenzione all'economia, al ruolo delle arti, delle
scienze, delle tecniche si veda il maggiore strumento di diffusione dei
"lumi della ragione" che è l'ENCICLOPEDIA (o DIZIONARIO RAGIONATO
DELLE SCIENZE, DELLE ARTI E DEI MESTIERI). Largo spazio è dedicato alle
tecniche. Cosa dici di questa particolare aspetto?
Mi pare dimostri una sensibilità tipica di oggi: un sapere non fine a se stesso, ma mirato alla tecnologia, cioè a cambiare in meglio la società.
Si tratta, indubbiamente, di una sensibilità che caratterizza la nostra
epoca, ma che affonda le radici nel progetto di Bacone: fare della natura il
Regnum hominis!
Se vuoi approfondire il ruolo svolto dalla “Enciclopedia” oltre che i
suoi limiti, ti consiglio come primo approccio le pagine dedicate
all'ENCICLOPEDIA (pagine corredate anche da numerose figure) da parte della
"Storia del pensiero filosofico e scientifico" curata da Ludovico
Geymonat (vol. III, Ed. Garzanti). E' un'opera classica che trovi in tutte le
biblioteche.
La scienza, la tecnica per cambiare, per costruire il Regno dell'uomo,
una società a misura dell'uomo, a misura della ragione umana. Indubbiamente se
il pensiero illuministico per certi versi è pessimista nei confronti di cadute
storiche della ragione, per altri aspetti è ottimista: si veda la fiducia nella
ragione, una ragione capace di costruire un futuro razionale. E' questa l'idea
di PROGRESSO. Un progresso necessario?
Non vedo alcuna necessità: come nel passato la ragione è emersa alla luce del sole, ma è stata anche offuscata, così non vedo come in futuro non possa succedere la stessa cosa (un ritorno cioè alla barbarie: in questo mi sento in sintonia con Vico).
Infatti. Proprio perché l'Illuminismo rifiuta la metafisica e rifiuta
pure le religioni positive - compresa la visione provvidenzialistica della
storia tipica del Cristianesimo -, non è in grado di fondare la necessità del
progresso. Lo storicismo degli Illuministi si può chiamare "storicismo
problematicistico".
MONTESQUIEU[1]
Probabilmente conosci già Montesquieu: è notissimo (stracitato anche
sui giornali) come il teorico della DIVISIONE DEI POTERI, divisione che è stata
fatta propria per prima dalla Costituzione americana e che oggi è l'anima di
ogni Stato liberal-democratico. Il suo vero nome: Charles-Luois de Secondat. Il
nome "Montesquieu" deriva dal suo essere barone di... Montesquieu.
Il suo capolavoro: "L'esprit des Lois" (Lo spirito delle
Leggi, 1748). Nel 1721 pubblica in modo anonimo le "Lettres persanes"
(Lettere persiane): una denuncia delle assurdità della società francese quali
appaiono a due immaginari viaggiatori persiani.
Le "Lettres persanes" rappresentano un genere letterario - la
critica al presente messa in bocca ad ingenui abitanti di territori in qualche
modo rimasti "naturali", incontaminati dalla civiltà europea - che
farà fortuna. Affrontiamo ora il discorso
della divisione dei poteri, divisione che lui mutua dal modello inglese
(modello che si è costituito dopo la Glorious Revolution), ma che articola
meglio, chiarendo bene la netta autonomia del "potere giudiziario".
Quali i vantaggi
della divisione dei poteri?
Quali i vantaggi della "divisione dei poteri" (potere
legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario)?
Costituisce un antidoto contro l'Assolutismo: vi è Assolutismo proprio quando i tre poteri sono concentrati in mano ad un Sovrano.
Ma... il "comitato di salute pubblica”, durante la grande
rivoluzione francese, era "repubblicano" (governava addirittura come
l'interprete delle masse popolari), eppure governava in modo
"assoluto"! Non è vero?
E’ vero. Montesquieu, però, ha storicamente di fronte il Modello monarchico di Assolutismo.
Certo. Per Montesquieu la divisione dei poteri è proprio l'antidoto
contro l'Assolutismo: col senno del poi, noi, potremmo considerarlo come
l'antidoto contro ogni forma di assolutismo - non solo quello di tipo
monarchico -.
Approfondiamo: in che senso la divisione dei poteri garantisce le
libertà contro l'Assolutismo?
La risposta mi pare scontata: se il governo ad esempio, oltre al potere esecutivo, avesse anche il potere giudiziario, potrebbe perseguitare l'opposizione politica, minacciando così la libertà di critica. La ghigliottina di Robespierre insegna!
E', indubbiamente, un'argomentazione valida, in perfetta sintonia col
pensiero di Montesquieu; se il governo avesse anche il potere giudiziario,
potrebbe usare tale potere contro l'opposizione politica, minando così la
libertà di critica.
Chi ci tutela dai
giudici?
Il Potere giudiziario non può essere esercitato dal governo: il caso
sopra citato di Robespierre & C. è esemplare; possiamo pensare a mille
altre casi - si vedano tutte le dittature di destra e di sinistra -. Tu, però,
potrai obiettare: chi ci tutela dal Potere dei Giudici? Cosa risponderesti a
tale obiezione?
Si tratta di un'obiezione seria. I giudici hanno in mano un potere enorme: si vedano i tanti abusi commessi nelle inchieste dei vari Pool di Mani Pulite, si vedano imputati che sono stati messi nelle condizioni di suicidarsi, si vedano i tanti imputati che rimangono in galera per mesi ed anni e poi risultano innocenti. Eppure tali giudici non hanno alcun controllo da parte del popolo sovrano!
Senti: nell'inchiesta "Tangentopoli" non sono i giudici che
hanno tutelato il popolo sovrano scoprendo le ruberie di politici ed
imprenditori?
Ma come l’hanno tutelato? Calpestando i sacrosanti diritti degli imputati!
E’ questa, indubbiamente, un’istanza fondamentale: saper coniugare le
esigenze della Giustizia con il rispetto della dignità dell’uomo (di ogni uomo,
anche dell’imputato). Tieni presente, poi, che non è vero (almeno in Italia)
che non ci sia alcun controllo
democratico: il Guardasigilli - che fa parte di un governo che ha avuto la
fiducia del parlamento - ad esempio più iniziare un'azione penale nei confronti
di magistrati sospettati di aver violato la legge.
Coniugare il rispetto dei diritti individuali con l'esigenza di
giustizia è, sicuramente, non semplice. Eppure - dirai - il cittadino deve
avere la certezza di non avere a che fare con un potere "arbitrario".
E' quanto sostiene lo stesso Montesquieu che afferma che vi è
"libertà" in un paese laddove i cittadini non hanno da temere
nessuno, ma sono soggetti solo alla LEGGE. E' così in Italia?
No. La discrezionalità della magistratura è immensa: questa può sbatterti in galera anche se sei innocente, può distruggere la tua onorabilità per sempre passando alla stampa l'avviso di garanzia nei tuoi confronti prima ancora che tu ne sia al corrente!
I magistrati - dal Pubblico Ministero ai Giudici - hanno come compito
unicamente quello di APPLICARE LE LEGGI. Tutto - anche le condizioni per la
carcerazione preventiva - oggi chiamata "custodia cautelare" -, anche
le attenuanti e le aggravanti per la pena - è previsto dalla legge (codici).
Nessun potere discrezionale, allora? Ovviamente l'interpretazione della legge
in relazione al caso esaminato è dei magistrati.
In Italia i magistrati hanno - sulla carta - un potere discrezionale
inferiore rispetto a quello previsto in altri paesi: vi sono paesi in cui i
magistrati stabiliscono loro, in certi casi, il tipo di pena! Questo - dirai -
non esclude che i magistrati carichino sopra di sé un ruolo politico, quello di
purificare la società, abbattere la classe politica, colpire a destra o a
sinistra a secondo del proprio colore politico. Cosa dici di tale affermazione?
La condivido: quello che mi preoccupa di più è il magistrato "eroe" che si sente autorizzato a svolgere il suo ruolo "politico" dal sostegno dell'opinione pubblica. Siamo di fronte a veri e propri "giacobini" giustizialisti che usano la ghigliottina - si fa per dire - in nome del popolo!
Ma... se dei magistrati hanno messo in ginocchio una classe politica,
non l'hanno fatto in nome della "legge" la quale non prevede
cittadini di serie A e di serie B, non prevede, cioè, alcun privilegio per i
potenti, neanche per i presidenti (o ex) del consiglio e della repubblica?
E’ vero che i magistrati non devono guardare in faccia a nessuno (la legge è uguale per tutti), ma è anche vero che ci sono giudici che usano l’arma della giustizia per scopi politici.
Se ci fossero, la cosa importante è che è in uno Stato
liberal-democratico vi è la possibilità di smascherarli.
Il potere giudiziario - si potrebbe obiettare - ha il limite che non è
controllato da nessuno (si auto-controlla: vedi il "Consiglio Superiore
della Magistratura"); le stesse ispezioni operate dal governo, poi, sono
spesso un boomerang per il governo stesso perché sono viste dall'opinione
pubblica come vere e proprie interferenze per ragioni "politiche" nel
campo della Magistratura. Cosa dici?
Un'obiezione che condivido: non è pensabile in particolare che il potere della magistratura sia controllato dall'opinione pubblica che notoriamente è volubile e spesso forcaiola.
Che l'opinione pubblica sia volubile, questo è vero. Le legge, però,
non è volubile ed i magistrati sono sottoposti - anche loro - alla legge per
cui, in caso di violazione della stessa, sono soggetti alla condanna.
Esiste in Italia la
distinzione-separazione dei Poteri?
Il potere giudiziario per Montesquieu deve essere indipendente e
separato dagli altri due poteri: i magistrati non possono essere
contemporaneamente legislatori e coloro che applicano - in qualità di
magistrati - le leggi. Così, ovviamente i legislatori non possono essere
contemporaneamente giudici: avrebbero un immenso potere che minaccerebbe la
libertà dei cittadini. Ma anche potere legislativo e potere esecutivo devono
essere tra loro separati. Queste le parole di Montesquieu: "ALLORCHE' IL
POTERE LEGISLATIVO E' RIUNITO AL POTERE ESECUTIVO, NELLA STESSA PERSONA O NELLO
STESSO CORPO DI MAGISTRATI, NON ESISTE LIBERTA': INFATTI SI PUO' TEMERE SEMPRE
CHE IL MONARCA O IL SENATO FACCIA LEGGI TIRANNICHE, PER ESEGUIRLE IN MODO
TIRANNICO.
E ancora: "NON C'E' LIBERTA' NEPPURE QUANDO IL POTERE DI GIUDICARE
NON E' SEPARATO DAL POTERE LEGISLATIVO E DAL POTERE ESECUTIVO. SE ESSO FOSSE
UNITO AL POTERE LEGISLATIVO, IL POTERE SULLA VITA E SULLA LIBERTA' DEI
CITTADINI RISULTEREBBE ARBITRARIO: INFATTI IL GIUDICE SAREBBE LEGISLATORE. SE
ESSO FOSSE UNITO AL POTERE ESECUTIVO, IL GIUDICE AVREBBE LA FORZA DI UN
OPPRESSORE". Cosa ne dici?
Una distinzione-separazione più che giustificata. Non capisco, per questo, come mai in Italia - che pure è uno Stato liberal-democratico - il governo abbia anche il potere legislativo: vedi il potere di emanare decreti legge o decreti delegati.
Il provvisorio potere legislativo del governo - provvisorio perché,
come sai, ogni decreto-legge deve essere approvato dal parlamento entro
sessanta giorni - è motivato proprio dalla necessità e dall'urgenza. Si tratta
di un potere che comunque è sottoposto alla ratifica o alla bocciatura da parte
di chi è il titolato a fare le leggi, cioè dal parlamento. In Italia, come sai,
i governi (almeno negli ultimi decenni) hanno la tendenza a fare un ampio uso
dei decreti-legge: non è un caso che ogni qualvolta arriva un decreto-legge in
parlamento, il parlamento pone la questione della legittimità costituzionale,
prima ancora di esaminarne i contenuti. Perchè questo largo uso?
Perché i tempi del parlamento (due rami) sono eccessivamente lunghi rispetto alla necessità di affrontare i problemi con tempestività.
Questa è, indubbiamente, la giustificazione fatta dai governi, una giustificazione, però, tutt’altro che condivisa dall’opposizione.
Le
istituzioni di un Paese dipendono dal clima...
Abbiamo trattato a lungo il discorso della "divisione dei
poteri". Montesquieu affronta anche altri discorsi. In primo luogo non
crede affatto che le forme di governo di un Paese e le stesse leggi siano delle
mere "convenzioni", qualcosa di meramente "artificiale".
Perché mai?
Perché un conto - immagino - sono le leggi adatte ad un paese industrializzato ed un conto quelle adatte ad un paese del Terzo o del Quarto Mondo.
E' quanto sostiene Montesquieu: le leggi riflettono, ad esempio, il
tipo di economia di un paese. Non si tratta, cioè, di qualcosa di
"convenzionale", di "artificiale".
Montesquieu vuole sottolineare il legame che c'è tra le leggi ed il
background extra-giuridico: le leggi, cioè, riflettono una serie di fattori che
vanno dal clima, al tipo di economia, all'ampiezza del territorio, alla
religione, ai costumi, alle tradizioni. Cosa ne dici?
Mi pare eccessivo parlare del "clima" come di un fattore che spiega la diversità di istituzioni, di leggi.
Montesquieu parla, naturalmente, del clima come "uno" dei
fattori (non l'unico). E' un fatto che il caldo eccessivo rende abulici, poco
attivi e, quindi, in questa logica, ostacola la partecipazione attiva dei
cittadini, partecipazione che caratterizza un regime democratico.
Un clima temperato o freddo agevola l'attività dei cittadini e, quindi,
agevola la partecipazione attiva alla vita pubblica che caratterizza la
democrazia. Lo stesso eccesso di estensione del territorio e l'assenza di
chiari confini (come grandi fiumi o catene montuose) condizionano il tipo di
governo: in tali condizioni, se si vuole evitare uno smembramento dello Stato, è
più adatto un regime dispotico. Anche la religione condiziona le stesse leggi.
Cosa dici?
Condivido il discorso sulla religione: i regimi teocratici o ierocratici che si sono avuti nella storia dei paesi arabi sono una chiara testimonianza del fondamentalismo tipico della religione islamica.
Il riferimento è pertinente. Va chiarito, però, che la religione è uno
dei fattori: vi possono essere altri fattori che hanno più peso rispetto alla
religione. Tieni presente che la teocrazia - o ierocrazia o integralismo o
fondamentalismo - non caratterizza tanto la religione islamica, quanto alcune
sette estremiste che interpretano in modo teocratico l'Islamismo.
Per Montesquieu, in altre parole, le leggi non sono delle
convenzioni dettate dalla astratta "ragione", ma norme che riflettono
una serie di fattori (climatici, geografici, economici, culturali...) che
caratterizzano un popolo. E' questo l’"ORDINE" che Montesquieu
afferma di aver scoperto: la varietà di regimi e, ancor di più, la varietà di
leggi hanno una loro ragione "storica". Non ha senso parlare di un
"contratto", di una "convenzione" che avrebbero stipulato
gli uomini nello "stato di natura".
Un discorso interessante Montesquieu fa a proposito delle forme di
governo. Non basta, secondo lui, la classica suddivisione in governo
monarchico, tirannico e repubblicano. Questa è una suddivisione che si basa
solo sulla "natura" dei regimi. Occorre andare oltre e spiegare il
"principio" (il motore, la "passione") che è alla base della
diversa attività legislativa.
Qual è il motore (l'energia) che è alla base del regime repubblicano?
Per Montesquieu è la "VIRTU'". Cosa ne dici?
Mi pare una risposta corretta: siccome nella repubblica il potere - la sovranità - appartiene al popolo, e' il popolo che deve avere la capacità (capacità che è una virtù) di sottostare alle leggi emanate dallo stesso popolo.
E' questa sostanzialmente la risposta di Montesquieu, il quale però, fa
la distinzione tra la repubblica "democratica" - in cui la virtù deve
essere di tutto il popolo - e la repubblica "aristocratica" in cui è
sufficiente che la virtù l'abbiano solo gli aristocratici.
Qual è il motore (l'energia) che è alla base del regime monarchico? Per
Montesquieu è l’"onore" cioè "la consapevolezza che ognuno ha
della propria persona e della propria condizione". Cosa ne dici?
Mi pare una risposta ovvia: in un regime monarchico non è necessaria la "virtù" (nell'accezione di cui sopra), ma è necessario che ognuno - vuoi il re vuoi i sudditi - abbia la consapevolezza della propria condizione.
E' quanto sostiene Montesquieu. La consapevolezza della propria
condizione può spingere il sovrano a realizzare "le azioni più
belle". E' appunto l’"onore" a spingere il re.
Il motore del regime dispotico (governo di un uomo solo non sottoposto
ad alcuna legge) è la "PAURA". In che senso?
Nel senso che tale governo si regge solo finché i sudditi hanno paura del tiranno.
Si tratta, ovviamente, della paura che incute il tiranno nei sudditi.
Si tratta di principi, secondo Montesquieu, che dovrebbero esserci
sempre (non che ci siano sempre). La democrazia si corrompe - specifica
Montesquieu - quando il popolo non sopporta più il potere che ha affidato ai
suoi rappresentanti e "vuol fare tutto da solo". L'aristocrazia
"si corrompe allorché il potere dei nobili diventa arbitrario: allora non
può più esserci virtù né nei governanti né nei governati".
La monarchia, poi, si perde "allorché il principe, richiamando
ogni cosa unicamente a se stesso, concentra lo stato nella capitale, la
capitale nella corte, e la corte nella sua persona". Il governo dispotico, infine, si corrompe
"senza sosta, poiché è corrotto per sua natura". L'ultimo quesito:
per quale forma di governo prova simpatia Montesquieu? Prova ad intuire.
Io credo per la Monarchia: i philosophes illuministi sono tutti abbagliati dal modello della monarchia costituzionale inglese.
Montesquieu dimostra simpatia sia per la Monarchia costituzionale sia
per la Repubblica. Che conta, per lui, è che si garantisca - con la divisione
dei poteri - la libertà dei cittadini.
ROUSSEAU[2]
Siamo al teorico della "democrazia": Rousseau. Prima di
addentrarci nel suo discorso, analizziamo i termini del problema. Cos'è per te
la "democrazia"?
Il... governo del popolo: è la stessa etimologia che lo dice!
Governo del popolo! Neanche in un piccolo "comune" il popolo
governa direttamente!
E’ vero. L’etimologia non è sufficiente.
E allora? Cos'è allora, in concreto, la "democrazia"?
Dato che il popolo non governa direttamente, credo per "governo" si intenda che al popolo appartiene la "sovranità": non quindi "il popolo governa", ma "il popolo è sovrano".
Ma non sarebbe una beffa avere la "sovranità" e poi farsi
"governare" da qualcuno?
Beffa o no, non vedo come possa il popolo governare direttamente!
Per Rousseau l'... anima della democrazia è proprio la "sovranità
del popolo". Per Rousseau non vi è altro sovrano che il
"popolo". Ma come esercitare tale sovranità? Condivido la tua
opinione secondo cui non è facile che il popolo governi direttamente.
Riprenderemo il discorso.
Vi è democrazia laddove la sovranità appartiene al popolo. Questo è ciò
che caratterizza la democrazia sia secondo la nostra Costituzione (vedi secondo
comma dell'art. 1) sia secondo il teorico della democrazia Rousseau. Per
Rousseau la sovranità è indivisibile, inalienabile. Cosa ne dici?
Se è inalienabile, vuol dire che è il popolo che deve governare, ma questo è il... Regno dell'Utopia.
Perché mai il popolo non potrebbe delegare la funzione del governo ad
altri, conservando nello stesso tempo la sovranità? Con le elezioni non
deleghiamo qualcuno a legiferare e, proprio perché noi siamo sempre sovrani,
non possiamo al turno elettorale successivo togliere detta delega?
Ma se la sovranità è “inalienabile”, come potrebbe esserci una delega?
Per Rousseau, infatti, la sovranità NON PUO' ESSERE DELEGATA,
RAPPRESENTATA, PROPRIO PERCHE' NON PUO' ESSERE ALIENATA. Cosa ne dici?
Si tratta di una democrazia non solo utopistica - se non in piccolissime comunità -, ma anche pericolosissima: è noto a tutti che il popolo è irrazionale, volubile, passionale, incompetente.
Indubbiamente una democrazia diretta è realizzabile solo in piccolissime comunità, ma perché dovrebbe essere pericolosa? Se non si credesse nella capacità del popolo - tanto più se si tratta di una piccola comunità - di fare le scelte più idonee per se stesso, non si dovrebbe tornare alla monarchia o all'oligarchia oppure alla utopica aristocrazia platonica?
Rousseau pensa alle piccole "comunità" della sua Svizzera,
alle città-Stato dell'antica Grecia. Ti invito a riflettere: la delega è
proprio un’autoespropriazione della sovranità del popolo?
A pensarci bene, mi pare di sì. Noi di fatto diamo una "delega in bianco" ai nostri rappresentanti (i programmi dei partiti sono, come è noto, generici, spesso demagogici) i quali per alcuni anni - fino alle elezioni successive - prendono decisioni per cui non hanno avuto alcuna delega, anche perché possono sorgere situazioni imprevedibili durante la legislatura.
Ma durante la "legislatura" il popolo non può sempre
intervenire direttamente per far sapere la sua opinione con referendum,
petizioni popolari, disegni di legge di iniziativa popolare?
E’ vero, ma è anche vero che - al di là dei diritti costituzionali del popolo - sono numerosissime le decisioni che i parlamentari prendono senza avere avuto, su quelle scelte, alcuna delega da parte del popolo.
E’ vero.
Per Rousseau ciò che caratterizza la democrazia è il superamento
della disuguaglianza tra "governanti" e "governati" nel
senso che i governati sono gli stessi governanti e che ad ubbidire alle leggi
sono gli stessi che fanno le leggi. Solo nella democrazia, quindi, i cittadini
sono UGUALI e sono nello stesso tempo LIBERI (sono subordinati solo a se stessi).
L’”interesse generale” si identifica con la “somma degli interessi
particolari”?
Non solo. E' nella democrazia che si realizza l'AUTENTICA LIBERTA' nel
senso che solo in questo regime i cittadini, grazie al loro PATTO DI UNIONE
(che non è un patto di subordinazione), perseguono il bene generale - quello
che Rousseau chiama VOLONTA' GENERALE - e non gli interessi individuali e di
parte. Cosa ne dici?
Non vedo perché i cittadini, in una democrazia, debbano perseguire l'interesse generale: perché mai le decisioni a maggioranza non possono essere l'espressione di tanti interessi particolari e quindi egoistici?
La tua osservazione è pertinente. Rousseau distingue la VOLONTA'
GENERALE dalla VOLONTA' DI TUTTI: è quest'ultima la somma degli interessi
particolari.
Ti convince la distinzione tra "volontà generale e "volontà
di tutti"?
Mi pare una distinzione puramente teorica: come si fa a distinguere in concreto, nelle scelte della maggioranza, ciò che costituisce l'interesse generale da ciò che costituisce la somma di interessi particolari?
Sei molto realista: forse non hai torto o non hai del tutto torto.
Tieni presente, comunque, anche l'obiezione che hai già incontrato: il
gigantesco debito pubblico che la classe politica ha lasciato in eredità alle
nuove generazioni - prodotto di tanti
interessi particolari - è un "bene pubblico"?
Scaviamo ancora un po’. In una società esistono cittadini individui ed
esistono categorie economiche: ogni categoria vede i privilegi degli altri e
non i propri per cui ogni categoria avanza rivendicazioni ritenute sacrosante
per un riequilibrio generale (in nome quindi dell'interesse generale). O non è
così?
E' così: gli operai reclamano la cassa integrazione nei casi di crisi aziendale, gli agricoltori reclamano agevolazioni fiscali per avere una protezione dalla concorrenza estera, gli industriali-commercianti-artigiani reclamano meno tasse per poter sopravvivere... e tutto a carico della collettività!
Ti si può obiettare, però, che il parlamento poi non accetta
automaticamente queste rivendicazioni di parte, ma arriva ad una sintesi che va
bene per tutti. O no?
Dopo quanto detto, cos'hai ancora da dire a proposito di detta
"volontà generale"?
Indubbiamente "l'interesse generale" è un concetto chiaro, ma non è di facile traduzione perché ogni categoria - ed ogni movimento politico che ne esprime gli interessi - vede il proprio interesse non come un interesse particolare, ma come un bene in sé: non è un "bene" che i lavoratori di aziende in crisi non siano lasciati sul lastrico, ma siano coperti dalla "cassa integrazione"? Non è un bene - al fine tra l'altro di tutelare l'occupazione - che gli imprenditori paghino meno tasse?
Non hai torto nel dire che la singola categoria non riconosce mai i
propri privilegi come tali, ma trova sempre una giustificazione. Stiamo
facendo, ovviamente, un discorso generale. Non è escluso, cioè, che vi siano
eccezioni.
Secondo Rousseau la volontà generale non è tale perché voluta dalla
maggioranza (il numero delle persone che esprimono tale volontà non ha
influenza): per Rousseau è UN ATTO PURO DELL'INTELLIGENZA, CHE RAGIONA NEL
SILENZIO DELLE PASSIONI SU CIO' CHE L'UOMO PUO' ESIGERE DAL SUO SIMILE, E SU
CIO' CHE IL SUO SIMILE PUO' ESIGERE DA LUI". Cosa dici?
Sono letteralmente sconcertato. Se viene meno il principio della "maggioranza", viene meno la stessa democrazia: mi pare di essere di fronte all'"aristocrazia" platonica, non alla democrazia!
Ma... se viene meno "l'interesse generale", non viene meno la
stessa democrazia?
E' proprio perché per Rousseau la "volontà generale" è
"l'atto puro dell'intelligenza" (libero da passioni) che l'ubbidienza
alla volontà generale costituisce l'AUTENTICA LIBERTA': libertà dalle passioni,
dagli egoismi, dagli interessi particolari. Per questo chi non riconosce la
volontà generale, deve essere costretto all'ubbidienza, deve essere costretto
ad essere "libero". Cosa ne dici?
Mi pare di essere di fronte non al teorico della democrazia, ma al teorico del totalitarismo!
C'è chi, infatti, ha visto in Rousseau - forse con un po’ di forzatura
- il teorico del totalitarismo: nella sua concezione, infatti, il popolo non è
tanto un insieme di individui, quanto un organismo, un'unità profonda.
E' un fatto, però, che Rousseau non sposa il modello
"liberale" secondo cui la società è in ultima analisi un insieme di
individui: per lui la società è un organismo, un'unità profonda. Inoltre
per Rousseau lo Stato ha un valore morale che non troviamo nello Stato
liberale: per Rousseau, cioè, compito dello Stato è liberare lo schiavo,
liberare i cittadini che sono prigionieri dei propri interessi particolari.
Per Rousseau lo Stato nasce grazie a un "contratto"
(CONTRATTO SOCIALE è l'opera politica immortale di Rousseau) col quale gli
uomini si uniscono (patto di unione) e decidono di sostituire agli interessi
individuali il bene della volontà generale. Nello Stato gli individui, di
fatto, scompaiono come singoli formando una sorta di IO COMUNE, di una
sorta di CORPO MORALE E COLLETTIVO. Siamo, quindi, lontani dal
modello liberale, un modello che prevede essenzialmente la tutela dei diritti
individuali.
Da qui l'accusa di essere il teorico del "totalitarismo".
Abbiamo detto che anche per Rousseau lo Stato nasce da un "contratto"
(in sintonia col giusnaturalismo). Aggiungiamo che anche lui parla di
"stato di natura": uno stato di natura in cui l'uomo è
"naturalmente" buono, socievole, libero, in cui vi è la perfetta
uguaglianza. E' la "civiltà", secondo, lui, che ha corrotto l'uomo,
che ha introdotto la disuguaglianza tra gli uomini.
La nascita della proprietà privata: la fonte della disuguaglianza degli
uomini?
Quale la causa della disuguaglianza tra gli uomini, della schiavitù,
dell'abbrutimento dell'uomo? In uno dei suoi primi scritti (Discorso
sull'origine e le fondamenta della disuguaglianza - 1753 -), Rousseau risponde
dicendo che si tratta della nascita della proprietà privata. Cosa ne dici?
Non mi convince. La nascita della proprietà privata è un fatto naturale, non ha niente di negativo in sé. La proprietà privata, infatti, è nata quando la popolazione è cresciuta per cui i beni della Terra non erano più abbondanti: nessuno si sogna di privatizzare l'aria proprio perché questa - almeno per ora - è abbondante!
La tua è un'osservazione sensatissima. Il giovane Rousseau, comunque,
quando scrive questo “Discorso” in occasione di un concorso bandito dalla
Accademia di Digione, è dell’avviso che è la proprietà privata la fonte
della distinzione tra ricchi e poveri
Ti cito il brano di Rousseau: "IL PRIMO CHE, AVENDO CINTATO UN TERRENO, PENSO' DI DIRE 'QUESTO E' MIO' E TROVO' DELLE PERSONE ABBASTANZA STUPIDE DA CREDERGLI, FU IL VERO FONDATORE DELLA SOCIETA' CIVILE. QUANTI DELITTI, QUANTE GUERRE, QUANTI ASSASSINII, QUANTE MISERIE ED ERRORI AVREBBE RISPARMIATO AL GENERE UMANO CHI, STRAPPANDO I PIUOLI O COLMANDO IL FOSSATO, AVESSE GRIDATO AI SUOI SIMILI: GUARDATEVI DAL DARE ASCOLTO A QUESTO IMPOSTORE! SE DIMENTICATE CHE I FRUTTI SONO DI TUTTI E LA TERRA E' DI NESSUNO, SIETE PERDUTI!". Cosa ne dici?
Mi pare di essere di fronte non a un borghese, ma ad un socialista (un marxista ante litteram!). Non capisco, allora, come mai si sia sempre dipinto l'Illuminismo come un movimento culturale della borghesia!
Di sicuro nell'Illuminismo troviamo sensibilità politiche diverse
(l'abbiamo già visto). Il maturo Rousseau, comunque, è ben lungi dall'essere
socialista: è favorevole ad un'economia basata sulla piccola proprietà
contadina.
Per il giovane Rousseau tutto l'apparato dello Stato (dalla polizia,
alla magistratura alle carceri) si è costituito proprio per difendere la
proprietà privata. La stessa divisione politica - tra chi governa e chi è
governato - nata proprio in funzione della tutela della proprietà privata. Da
qui, secondo Rousseau, la necessità di una sorta di RITORNO ALLO STATO DI
NATURA.
Non che lui creda ad un'esistenza storica dello "stato di
natura" o all'esigenza di riportare l'uomo allo stato dell'uomo primitivo.
Per lui lo "stato di natura" è una sorta di criterio di giudizio
per condannare le ingiustizie, le disuguaglianze nate con la civiltà. Come
allora tornare allo "stato di natura"? Lui propone due vie per
REDIMERE, SALVARE l'uomo: la via politica (quella che abbiamo analizzato) che
restituisce all'uomo la libertà e l'uguaglianza e la via pedagogica.
Rousseau è celeberrimo anche per il suo "Emilio", un'opera pedagogica con cui Rousseau intende rieducare l'uomo, restituirgli la sua naturalità, la sua innocenza (l'educazione di cui Rousseau è il teorico è rispettosa dei ritmi del bambino, della sua psicologia, dei suoi interessi, delle sue fasi di sviluppo; tutto deve essere fatto scoprire, non imposto dall'esterno). E' un'opera da leggere. Te la consiglio vivamente.
SONO DIVERSI ANCORA I PAESI (ANCHE "CIVILI") CHE HANNO CONSERVATO
LA TORTURA E LA PENA DI MORTE. Si tratta di strumenti efficaci oltre che
giusti? Interrogheremo Beccaria. L'Illuminismo parte dalla Francia, ma poi si
irradia altrove: dall'Italia alla Germania all'Inghilterra. In ogni Paese,
naturalmente, l'Illuminismo assume caratteri peculiari. Noi qui non entriamo
nel merito della vastità degli interessi culturali (anche economici) dei vari
Illuminismi. - li trovi sul testo di storia -. Qui invece preferiamo fare un
cenno a Cesare Beccaria. Il suo pamphlet "Dei delitti e delle pene"
(1794), oltre che presentare aspetti filosofici, è ancora attuale.
E' stato un vero e proprio best-seller (tradotto in numerosissime
lingue). Rappresenta, indubbiamente, una svolta nel campo del diritto penale.
Tra i suoi bersagli: la tortura. Perché?
Perchè (immagino) la dignità dell'uomo va rispettata anche quando si tratta di un delinquente.
La tortura è storicamente usata per strappare la confessione
all'imputato. Ora per Beccaria tale fine non è necessariamente raggiunto con la
tortura: uno può essere colpevole e resistere, un altro può essere innocente
e cedere. Vi è però un altro motivo: l'imputato è da considerare innocente fino
alla sentenza di condanna e, quindi, non può, prima di detta sentenza, subire
delle pene.
Esiste ancora in
Italia la tortura?
Cosa dici del discorso di Beccaria?
Mi pare attualissimo: in periodi recenti in Italia è stata diffusa la prassi da parte delle procure della Repubblica di minacciare la galera agli imputati (una vera e propria violenza, tortura psichica) al fine della confessione!
Che ci sia stata una certa disinvoltura nel ricorso alla custodia
cautelare, questa sembra vero. Che si sia praticata una sorta di violenza
psichica nei confronti degli imputati - che per la Costituzione sono da
considerare innocenti - al fine della confessione, questo è il contenuto
dell'accusa ai magistrati (i quali, però, hanno sempre negato tale accusa).
L'altro grande bersaglio di Beccaria: la pena di morte. Cosa ne dici?
Non mi convince: se non ci fosse la pena di morte come deterrente, si commetterebbero molti più delitti!
E' quello che Beccaria nega. Non è vero, per lui, che sia
l'intensità della pena ad avere più effetto sugli animi dei cittadini: più che
l'intensità è l'estensione della pena (la sua durata) ad incidere di più e
quindi a svolgere la funzione di freno, di deterrente (oggettivamente, fa più
da freno un carcere per un lungo tempo che lo spettacolo momentaneo
dell'esecuzione della pena di morte).
La pena di morte, per Beccaria, sarebbe giustificata se fosse
l'unico freno in grado di preservare la società dai delitti. Ma questo non è
vero.
Beccaria, comunque, non esclude la pena di morte come extrema ratio, quando cioè la permanenza in vita di un delinquente è in grado di provocare "una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita". Si tratta, comunque, di un fatto straordinario giustificabile solo con una situazione straordinaria. In tempi normali la pena di morte non è NE' GIUSTA NE' NECESSARIA.
Senti, oltre alle ragioni di Beccaria, potrebbero esserci delle altre
contro la pena di morte, ad esempio...
La Giustizia talora sbaglia - non c'è bisogno di citare casi che sono
innumerevoli -, per cui, con la pena di morte, vi è la possibilità di uccidere
una persona innocente (un errore, questo, non più rimediabile!).
Non mi convince del tutto la risposta precedente: la pena di morte dovrebbe essere ammessa solo nei casi in cui - o per la confessione dell'imputato o nei casi di fragranza oppure nei casi in cui le prove sono schiaccianti - si ha la certezza matematica della colpevolezza del condannato a morte.
Mi pare un argomento valido: con la pena di morte si potrebbe sempre
rischiare di mandare a morte un innocente. Anzi casi del genere si sono già
verificati.
La lezione di Beccaria è stata fatta propria dalla nostra Costituzione
repubblicana. Nell'art. 27 è detto chiaramente che l'imputato non può essere
considerato colpevole se non dopo una sentenza di condanna definitiva, cioè
dopo la sentenza della Corte di Cassazione, quando, cioè, la Corte di Cassazione
a cui si fa ricorso contro la sentenza di primo grado, conferma la condanna.
Sempre nell'art. 27 si afferma che non è ammessa la pena di morte se
non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra. E si stabilisce, inoltre,
che le pene "non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Cosa ne dici?
Sulla base di tale principio (le pene devono tendere alla rieducazione del condannato) non dovrebbe essere costituzionale l'ergastolo, istituto che, invece, esiste nel nostro ordinamento penale.
Mi pare legittima la tua interpretazione: la rieducazione dovrebbe
avere come fine la restituzione del condannato alla società, ciò che
l'ergastolo non potrebbe consentire!
L'art. 13 (della Costituzione), poi, stabilisce che è "punita ogni
violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di
libertà”. La lezione di Beccaria, come sai, non è stata fatta propria - neanche
oggi - da tutti i paesi cosiddetti civili (vedi ad esempio alcuni Stati degli
USA).
[1]
Il suo nome vero (se sei curioso) :
Charles-Louis de Secondat. Viene chiamato Montesquieu perché barone di
Montesquieu. Nasce nel 1689 da una famiglia nobile. Studia prima in un collegio
di oratoriani, poi diritto a Bordeaux. Nella sua prima composizione (Sulla
dannazione eterna dei pagani) sostiene l'impossibilità che i filosofi pagani
siano stati dannati perché ignoravano la Rivelazione. Nel 1714 eredita dallo
zio la carica di presidente del parlamento di Bordeaux. Collabora con
l'Accademia delle Scienze di Bordeaux. Nel 1721 pubblica le "Lettres
persanes" (Lettere persiane) che costituiscono una vera e propria satira -
messa in bocca ad alcuni visitatori persiani - nei confronti dei costumi, della
chiesa cattolica e delle istituzioni francesi. Entra, non senza qualche
difficoltà (difficoltà nata in seguito alle "Lettere persiane"),
nell'Accademia di Francia. Inizia una serie di viaggi per l'Europa. Il viaggio che più lo colpisce è
quello in terra inglese dove ammira la divisione dei poteri. Nel 1734 pubblica
le "Considerazioni sulle cause della grandezza dei romani e della loro
decadenza".
Nel
1748 pubblica anonimo il suo capolavoro: "Lo spirito delle leggi",
un'opera che nel 1751 viene messa all'indice. Muore a Parigi nel 1751.
[2]
Jean Jacques Rousseau nasce a Ginevra nel 1712.
La madre muore nel parto. Il padre è un artigiano di confessione calvinista.
Costretto ad emigrare, il padre lo affida ad uno zio. Il giovane Rousseau ha
una vita difficile. Riceve l'educazione da un pastore. Incontra in Madame de
Warens una protettrice che poi diventerà pure l'amante. A Parigi entra in
contatto con gli intellettuali dell'Illuminismo (gli vengono affidate delle
voci - le voci musicali e la voce di Economia politica - per l'Enciclopedia).
Si innamora di una giovane cucitrice da cui ha ben cinque figli, tutti e cinque
abbandonati. Vince il primo premio di un concorso indetto dall'Accademia di
Digione col saggio "Discorso sulle scienze e sulle arti", saggio che
gli dà subito la celebrità. Sempre per l'Accademia di Digione scrive
"Discorso sulle origini della disuguaglianza fra gli uomini". Le sue
opere più importanti: "Il contratto sociale" e l'"Emilio".
A mano a mano - a causa anche del suo carattere e del suo credersi eccezionale
- rompe con gli Enciclopedisti. Rompe perfino con Hume. Vive gli ultimi anni
della sua vita praticamente isolato. Muore nel 1778.