VI SONO NORME ASSOLUTE O TUTTO E’ RELATIVO?
Riprendiamo il nostro viaggio sulla problematica morale. Vediamo di fare un altro tratto di strada confrontandoci con i pensatori dell'età moderna. Ti anticipo che incontreremo filosofi... inquietanti, che potrebbero metterti in crisi. Buon viaggio!
Sappi che più sarai a conoscenza di argomentazioni altrui, più riuscirai a scavare un problema, più sarà profonda la tua "ricerca”. Immagino che tu ritenga pedante l'esplorazione di quanto hanno affermato i vari filosofi. La ricerca è indubbiamente una fatica. Ma è necessaria. Io vorrei condurti oltre le quattro chiacchiere da bar. Per questo devi "sudare” per sapere cosa hanno detto prima di te i pensatori che sul problema hanno riflettuto. Se vuoi volare alto, almeno una volta nella vita devi avere in mano tutti i termini del problema.
Senti: dove sei approdato, nella
tua ricerca personale, dopo il primo viaggio sull'etica?
Al relativismo più assoluto (più o meno sulla lunghezza d'onda dei
sofisti e degli scettici): come potrebbero esserci dei valori assoluti nel
campo morale se nella storia del pensiero si incontrano i valori più disparati?
Una posizione legittima. Tieni
presenti, tuttavia, le possibili conseguenze del relativismo.
Il relativismo, infatti, potrebbe giustificare tutto. Sotto questo profilo si è facilmente tentati di rifiutarlo. Ma senti: non potrebbe essere vero?
Macché vero! Lo sappiamo tutti che dire che è vero che tutto è relativo,
significa affermare il valore "assoluto" del relativismo.
Questo è il classico argomento contro chi è scettico. Lo sai, però, che gli scettici non erano tanto ingenui da non accorgersi di tale contraddizione.
Senti: è proprio vero che nella storia del pensiero antico e medievale hai trovato proprio una giungla di posizioni?
Certo: si va dall'esaltazione del piacere sensuale all'annullamento delle
passioni, delle emozioni, in altre parole dall'edonismo all'ascetismo.
E' vero. E' anche vero, pero', che una buona parte dei pensatori che tu hai affrontato hanno messo in evidenza il ruolo di guida che deve avere la ragione sugli istinti (perfino Democrito, perfino Epicuro).
Tuffiamoci ora nell'esplorazione
dei "valori" dell'età moderna, a partire da quelli
"umanistico-rinascimentali”. Si tratta di valori per certi aspetti contro
corrente. Mi auguro ti facciano riflettere. Sei anche tu, forse, che ama andare
contro corrente?
Quali sono i VALORI esaltati
dall'Umanesimo?
I valori... umani, terreni, mondani (felicità, piacere, gloria,
denaro...) in contrapposizione all'ascetismo medievale.
I valori sono certamente... umani, ma è, indubbiamente, esagerato parlare di ascetismo medievale. Si può, dire, più correttamente, che nell'Umanesimo vi è un’accentuazione di valori "umani” che pure erano presenti nel Medioevo.
Nel Medioevo - un periodo durato un millennio - non tutti, certo, hanno scelto come stile di vita l'ascetismo degli anacoreti. I valori mondani erano... vissuti. Cosa cambia, allora, con l'Umanesimo?
Immagino che con l'Umanesimo questi valori vengano teorizzati come
"valori".
Questa è la tesi che pare più accreditata - contro le opposte interpretazioni della "continuità" e della "rottura” tra Medioevo ed Umanesimo -. Che cambia, cioè, sarebbe (come dice Chabod) la... forma mentis.
I valori... umani sono indubbiamente "vissuti" (a parte eccezioni) anche nel Medioevo. Si tratta, tuttavia, di valori che nel Medioevo vengono considerati "peccato", mentre nell'Umanesimo vengono teorizzati come "valori". Siamo, quindi, in presenza di una rivoluzione culturale anti-cristiana?
Certo: non è un caso, infatti, che si cerchi il fondamento ideologico di
tali valori nella filosofia classica, cioè pagana.
Vi è, indubbiamente, un ritorno ai classici alle ricerca di un fondamento culturale dei valori umanistici. E' anche vero, però, che non vi è una contrapposizione col Cristianesimo: abbiamo umanisti che sono cristianissimi.
Il ritorno ai classici (ai pagani) può apparire come anti-cristiano, ma non è così. Scaviamo. Quali sono, secondo te, gli autori classici che più di altri esaltano i valori umani, mondani?
Immagino in primis Epicuro che esalta il piacere in netto contrasto con
le... ragioni della ragione.
E' vero che Epicuro viene rivisitato, ma è anche vero che Epicuro non teorizza il piacere sensibile, carnale, ma un piacere raffinato, guidato dalla ragione, dalla saggezza.
L'epicureismo torna di moda nell'Umanesimo (uno dei massimi esponenti dell'epicureismo è Lorenzo Valla). Non ti sembra anti-cristiano l'epicureismo?
Certo: anche nella sua versione autentica, si tratta di una dottrina che esalta
il piacere, mentre il Cristianesimo predica la negazione della
"carne" in nome dei valori "spirituali".
Indubbiamente la risposta dipende dall'interpretazione che si dà del Cristianesimo: chi vi ha visto una contrapposizione tra "carne” e "spirito”, chi, invece, ha visto tutto ciò che è "creato” come buono (ciò che Dio ha creato è bene - dice il libro della Genesi).
Non solo i seguaci di Epicuro, ma tutti gli umanisti leggono il Cristianesimo in sintonia con i valori umanisti da loro esaltati. Si torna ad Epicuro. Come si torna...
allo stoicismo.
E' vero. Può sembrare paradossale, ma è vero. Gli stoici, infatti, esaltano un valore umanissimo: la libertà (dalle emozioni), una libertà che va conquistata.
Può sembrare paradossale, ma si recupera anche Platone, in particolare in quanto... cantore della bellezza, in quanto scrittore efficacissimo. Si ritorna pure...
ad Aristotele. E' lui, infatti, che - in contrapposizione a Platone -
valorizza questo mondo: chi non ha presente il dipinto di Raffaello?
La contrapposizione è un po'... schematica. E' indubbio, comunque, che Aristotele ridà pieno valore al mondo sensibile e prende le distanza dalla visione dualistica dell'uomo tipica di Platone.
Soffermiamoci un attimo su un aristotelico: Pietro Pomponazzi. Pomponazzi (insegna a Padova e a Bologna) è celebre per uno scritto: "Sull'immortalità dell'anima". In tale opera, ... leggendo Aristotele, arriva ad affermare che, seguendo la ragione, non si è in grado di affermare l'immortalità dell'anima. Perché mai? Prova ad intuire.
Se e' un aristotelico, immagino che ritenga che l'intelletto non può
agire senza i sensi: ricordo che per Aristotele non vi è nulla nell'intelletto
se prima non vi è stato nei sensi.
Questa è la lettura di Pomponazzi: l'intelletto (l'anima) agisce solo sulla base del materiale che gli forniscono i sensi per cui non può fare a meno di essi.
Pomponazzi, in altre parole, nega sulla base della ragione (una certa "lettura" della ragione aristotelica) si possa dimostrare l'immortalità dell'anima (come farebbe l'intelletto a operare senza il materiale fornito dai sensi?). Una tesi, questa, che viene subito contestata sulla base dell'argomento secondo cui, se l'anima non fosse immortale, cadrebbe la morale. Cosa dici di questa critica?
Mi pare sensata: perché mai dovremmo comportarci bene, sforzarci di
vivere onestamente se poi non ci fosse alcun premio (o castigo) nell'aldilà?
Non è di questo avviso Pomponazzi che sostiene che la VIRTU' E' PREMIO A SE STESSA, che cioè il virtuoso si sente felice proprio perché è virtuoso: è la virtù che rende felice ed è il vizio che rende infelice.
Pomponazzi - lo diciamo per completezza - non nega l'immortalità dell'anima. La ritiene solo come dogma di fede e non come una conquista della ragione.
Cosa dici tu della tesi di
Pomponazzi?
Mi sembra ostica da digerire: che molla avrei io di agire bene senza la
prospettiva di un aldilà?
Un'opinione legittima. Più avanti riprenderemo ampiamente l'argomento.
Un valore primario dell'Umanesimo è, indubbiamente, la libertà dell'uomo, il suo essere artefice del suo destino (si veda, ad es., Pico della Mirandola). Cosa dici di questo valore?
Mi sembra non solo in netto contrasto con la concezione medievale (in cui
l'uomo faceva parte di un ordine dato), ma anche con la sostanza del Cristianesimo:
se è l'uomo che progetta se stesso, questo lo può fare solo in una prospettiva
non cristiana!
Indubbiamente è in contrasto con la concezione medievale. Che sia, poi, in contrasto col Cristianesimo, dipende dall'interpretazione che si dà del Cristianesimo.
Questo teorizzare l'uomo come sovrano, artefice del proprio destino è indubbiamente in contrasto con l'astrologia tanto diffusa nella cultura del tempo. In che senso?
Nel senso che chi crede all'astrologia, crede agli influssi dei corpi
celesti sulle vicende umane, influssi che metterebbero in crisi la stessa
libertà dell'uomo di decidere del proprio destino.
E' così: la credenza negli influssi dei corpi celesti sulle vicende umane metterebbe in crisi la libertà umana. Come potrebbe essere libero l'uomo se le sue azioni fossero condizionate dagli influssi celesti?
La cultura umanistico-rinascimentale tende progressivamente a LAICIZZARSI, a sganciarsi, cioè, dalla religione (non dimenticare che nel Medioevo la stessa filosofia è un'ancella della teologia). Non solo: la piramide della cultura (che ha, appunto, come top la teologia) si sgretola. Nascono nuove... scienze: la scienza politica, la fisica del tutto autonome rispetto alla religione.
Siamo lontani dal rifiuto di Dio, ma e' un fatto che l'arte viene vista per la bellezza che celebra, non per il suo essere... la bibbia dei poveri, la politica si separa dalla religione e dalla stessa morale, la fisica decolla con un suo oggetto e con un suo metodo autonomi. Dio, di sicuro, non è più al centro, ma... in periferia. L'arte per l'arte, la politica per la politica, la scienza per la scienza.
Non si arriva ancora alla morale per la morale, ma in qualche misura Pomponazzi si avvicina a tale concezione. L'uomo al centro, l'uomo "copula mundi" (Ficino). Non si può dire, tuttavia, che tutta la cultura rinascimentale sia ottimistica. E' soprattutto MONTAIGNE che inizia a riflettere sulla "condizione umana”: sull'uomo "creatura miserabile e meschina", esposta alle offese delle cose, incapace di conoscere la minima parte dell'universo.
Con Montaigne l'uomo non si esalta
più: si accetta. Accetta i suoi limiti, la sua fragilità, la sua morte: più
l'uomo pensa alla morte, più si rende disponibile a perdere la sua vita senza
rimpianti.
IL SINGOLO UOMO E’ CONDANNATO A DECIDERE DA SOLO SU
CIO’ CHE E’ BENE E CIO’ CHE E’ MALE SENZA UN PUNTO DI RIFERIMENTO?
Vediamo la Riforma protestante. La lettura pessimistica dell'uomo che abbiamo visto in Montaigne viene accentuata dalla Riforma protestante. Sai in che senso?
Nel senso che per la Riforma la salvezza deriva esclusivamente da Dio:
l'uomo è in grado solo di peccare, non di salvarsi con le sue forze!
Ti riferisci certamente alla dottrina della "giustificazione attraverso la fede”: per Lutero l'uomo è reso giusto solo grazie alla fede che è un dono di Dio. In Calvino, poi, è fortemente evidenziata la dottrina della predestinazione. Non mancano tuttavia, nella Riforma, degli aspetti che di fatto esaltano l'uomo.
Analizziamo prima gli aspetti... pessimistici della Riforma. Cosa dici della dottrina della "giustificazione per mezzo della fede”?
La condivido. Mi pare una vera e propria bestemmia pretendere che l'uomo
sia in grado di salvarsi con le sue opere buone: quali opere umane (riti
religiosi, pellegrinaggi, elemosine...) possono far meritare all'uomo la
salvezza eterna? Se l'uomo, poi, si potesse salvare con le sue opere, perché
mai Gesù Cristo si è sacrificato per la redenzione degli uomini?
Un'opinione legittima. Tieni presente che, dopo secoli di scomunica reciproca, cattolici e luterani sono arrivati a firmare un’intesa proprio su questo tema.
Lutero non toglie valore alle opere. Sostiene solo che le opere buone sono il FRUTTO di chi ha fede come l'albero buono fa i frutti buoni e viceversa. La fede deve essere operosa, ma l'operosità della fede è, appunto, il frutto della fede e la fede, a sua volta, è un dono di Dio. Da qui la dottrina della predestinazione. Cosa ne dici?
Mi sembra una dottrina nazista ante litteram. Gli uomini, infatti,
nascono strutturalmente diseguali: chi destinato al Paradiso, chi all'Inferno.
La tua è una interpretazione legittima: vi sarebbe una disuguaglianza profonda dalla nascita (chi destinato al paradiso e chi all'inferno. Ma è onesto rifiutare una dottrina perché non ci fa comodo?
L'uomo è minato dal peccato originale: non c'è nulla (né indulgenze, né opere di solidarietà...) che possa fare per la salvezza eterna. L'uomo si può salvare solo grazie ai meriti di Cristo Crocifisso. Da qui l'atteggiamento di umiltà che deve avere l'uomo e il suo abbandono in Dio. Cosa ne dici?
Mi sembra di trovarmi di fronte ad un paradosso: se la fede è un dono
esclusivo di Dio, chi si abbandona a Dio è chi è stato eletto e quindi il suo
abbandonarsi a Dio non ha alcun merito!
Un'osservazione sensata sotto il profilo dell'analisi razionale. Ti si potrebbe, però, obiettare che la fede è un "mistero" e, in quanto tale, impenetrabile con i nostri schemi mentali.
Se la fede e' un dono di Dio, se la salvezza è data esclusivamente dai meriti di Cristo che si è sacrificato sulla croce per la Redenzione dell'umanità peccatrice, se è Dio che sceglie dall'eternità i suoi "eletti", l'uomo non dovrebbe avere alcun merito, neanche quando si abbandona a Dio, neanche quando confessa a Dio la sua miseria. La Riforma protestante, tuttavia, non nega l'operosità umana. Arriva addirittura a teorizzare il "sacerdozio universale", cioè...
tutti sono sacerdoti.
E' così. Per Lutero non vi sono uomini privilegiati che hanno avuto la
VOCAZIONE DIVINA (i sacerdoti) e quelli che, poveretti, non l'hanno avuta. Per
lui tutti hanno avuto la vocazione ("chiamata" - "Beruf" in
tedesco) da Dio. Ogni lavoro - anche quello più umile - è sacro.
Nessun è più... uguale di altri. Non esistono caste privilegiate (caste di sacerdoti che si distinguono dagli altri mortali per essere stati scelti - Vocazione - da Dio). Tutti hanno avuto la vocazione divina. Ogni lavoro, quindi, è sacro. Cosa ne dici?
Mi pare una dottrina antitetica alla dottrina della predestinazione in
quanto teorizza l'uguaglianza degli uomini. Si tratta di una concezione che
condivido in quanto non posso pensare che qualcuno sia stato scelto da Dio per
essere "sacerdote": sulla base di che cosa uno può dire di essere
stato scelto?
Effettivamente pare proprio agli
antipodi rispetto alla dottrina della predestinazione.
L'abbandono in Dio non significa, quindi, inattività: il lavoro (ogni attività) è addirittura sacro. Non vi è più la figura di una sorta di... mago che opera con delle formule i miracoli (si pensi al mistero dell'eucaristia nell'ottica cattolica). L'attività del pastore non è più sacra di quella di un ciabattino. Anche il "libero esame" indubbiamente esalta l'uomo. Cosa ne dici?
Mi pare abbia come risultato non solo una babele di interpretazioni, ma
anche letture di comodo della Rivelazione.
Un'opinione legittima. Ti senti in
profonda sintonia col cattolicesimo. Che il libero esame sia fonte di diverse
interpretazioni della Bibbia è un fatto. Che il libero esame, poi, produca
delle letture di comodo, è una possibilità.
Col "libero esame”, indubbiamente, viene messa in crisi la monoliticità della Chiesa, come viene messa in crisi la gerarchia ecclesiastica. La chiesa non è altro che la comunità dei fedeli. Non solo non vi è più una... casta sacerdotale che amministra i sacramenti, ma non vi è neanche una casta sacerdotale che si sente l'interprete autentica della Parola di Dio. E in questo scenario si colloca anche la MORALE protestante, cioè...
il credente non ha alcun Magistero a cui affidarsi per sapere se un certo
comportamento è buono o no, ma è lui, con la sua coscienza, a decidere cos'è
bene e cos'è male per lui in determinate circostanze.
E' così. Sicuramente un credente che si trova in dubbio su delle scelte (non sa se scegliendo in un certo modo fa bene o male) chiede consiglio al "pastore" - che ha fatto studi specifici di teologia -, ma alla fine è in base alla propria coscienza che decide.
In una comunità senza una casta "sacerdotale", senza un Magistero, senza alcuno che ha - o crede di avere - l'investitura divina a interpretare in modo autentico la Parola di Dio, non può che essere la COSCIENZA (ecco il PRIMATO DELLA COSCIENZA) a dire l'ultima parola. Cosa dici?
Mi fa paura una prospettiva del genere. Il singolo credente, infatti, è
lasciato a se stesso, senza un punto di riferimento sicuro, sempre nel dubbio:
laddove non vi è alcuna "verità",
lì si annida sempre il dubbio.
Un'opinione legittima. Un'opinione tipica della concezione cattolica del Cristianesimo: col primato della coscienza il singolo credente perderebbe un punto di riferimento sicuro e in lui si anniderebbe perennemente il dubbio. Cerca di vedere, però, anche l'altra faccia della medaglia: il primato della coscienza non può esaltare massimamente l'uomo?
Il dover decidere sulla base della propria coscienza può essere indubbiamente inquietante, può provocare tormento o può anche portare a scelte di comodo. Facciamo un esempio concreto: una ragazza incinta che si trova a dover decidere - col Vangelo in mano - tra continuare la gravidanza oppure interromperla. Come ti appare una situazione del genere?
Mi sembra pesante come un macigno la responsabilità che cade sulle spalle
di questa ragazza.
Si tratta, indubbiamente, di una responsabilità pesante. E' vero che la Bibbia parla della vita come dono di Dio (e questo lo sa la ragazza protestante), ma è anche vero che, alla fine, deve decidere se questo principio è valido al 100% per la sua situazione personale.
La Bibbia, come sai, non è del tutto "chiara”: lo prova il fatto che nella storia del Cristianesimo è stata oggetto delle interpretazioni più svariate. Nella Chiesa cattolica il credente ha un Magistero che gli dice l'interpretazione autentica, mentre nel mondo protestante è il singolo che INTERPRETA. Ci siamo tuffati in una problematica che credo ti abbia coinvolto molto (se almeno sei cristiano). Non ho la pretesa di averti fatto un quadro esaustivo.
So, anzi, di avere semplificato non poco per ragioni di chiarezza. Ho voluto solo stimolare la tua riflessione - a mo’ di introduzione - su una problematica che non solo ha un grande impatto esistenziale, ma ha anche giocato un ruolo importante nella formazione della coscienza moderna dell'Europa.
SI DESIDERA CIO’ CHE E’ BENE O E’ BENE CIO’ CHE SI
DESIDERA?
Cartesio, come sai, ha l'ambizione di fondare, oltre che la scienza e il sapere in generale, anche la morale (ha l'ambizione, cioè, di dedurre le norme di comportamento da ciò che è evidente): un obiettivo, però, che non riesce a raggiungere. Nella fase della ricerca, però, non vive nel buio, ma si affida ad una "morale provvisoria”. Hobbes, invece, presta una particolare attenzione alla morale. Cosa è "bene” per lui? Prova ad intuirlo.
Immagino - conoscendolo come "materialista" - che per lui il
bene sia ciò che si desidera.
E' proprio così. Per lui non esiste il Bene in assoluto (come non esiste il Male): il bene, cioè, non sta nella natura di un comportamento, ma è considerato tale ciò che l'uomo desidera.
Hobbes rovescia il rapporto tradizionale tra l'uomo-soggetto e i valori o disvalori: NON esistono VALORI ASSOLUTI, VALORE è solo ciò che SI DESIDERA. Cosa ne dici?
Mi sembra una tesi che può giustificare qualsiasi azione: anche
l'olocausto di milioni di ebrei o di negri!
Una interpretazione legittima. Hobbes, tuttavia, non vuole giustificare nulla. Vuole semplicemente analizzare l'uomo nella sua naturalità, nella sua corporeità (solo ciò che è corpo - lo sai - agisce e subisce). E in questa analisi lui vede come motore dell'uomo l'istinto di sopravvivenza, istinto che porta l'uomo a desiderare certe cose e fuggire delle altre.
L'uomo è fondamentalmente istinto di autoconservazione, istinto che lo spinge a prevaricare sugli altri pur di accaparrarsi qualcosa che soddisfa tale istinto. Da qui la celebre immagine di Hobbes (che probabilmente conosci): HOMO HOMINI LUPUS = l'uomo è un lupo per l'uomo. Nello stato di natura esiste un vera e propria guerra di tutti contro tutti (BELLUM OMNIUM CONTRA OMNES). Cosa ne dici?
Mi sembra una tesi poco nobile, ma molto realistica: non è forse vero che
noi usiamo gli altri - vedi la stessa amicizia, lo stesso amore - per il nostro
tornaconto?
Un'opinione rispettabile, anche se molto cruda: sotto sotto - dici - le decisioni che prendiamo sono determinate in ultima analisi dal nostro tornaconto. Ti si potrebbe, però, obiettare: cosa c'è di egoistico negli atti di solidarietà nei confronti dei più deboli?
Nello stato naturale, per Hobbes, non esiste nulla che possa essere definito "giusto" o "ingiusto". E' lo Stato che stabilisce in base alla legge ciò che è giusto e ciò che è ingiusto). Un ultimo quesito: l'uomo è per Hobbes "libero”? Prova ad intuirlo.
Credo proprio di no: come può essere considerato libero un uomo concepito
solo come corporeità?
Effettivamente Hobbes nega che l'uomo abbia la libertà di scegliere: la volontà umana (come tutto ciò che avviene nell'uomo) è determinata dal movimento di oggetti esterni). Hobbes ammette solo la "libertà di azione": la volontà non è impedita ad agire all'esterno.
Proseguiamo con Spinoza. Per diversi aspetti Spinoza è in sintonia con Hobbes. Anche per lui, ad esempio, il principio che regola l'uomo - come ogni essere vivente - è lo SFORZO DI AUTOCONSERVAZIONE (che si chiama "volontà" quando ha come soggetto la mente e "desiderio” quando si riferisce sia al copro che alla mente). L'uomo è, quindi, fondamentalmente desiderio. Per cui il bene è...
ciò che l'uomo desidera (mi pare una risposta scontata).
E' proprio così: bene è ciò che viene desiderato, in altre parole ciò che dà giovamento allo sforzo di autoconservazione, all'istinto - potremmo dire - di sopravvivenza.
"Bene" è ciò che dà giovamento allo sforzo di autoconservazione e "male” ciò che nuoce a tale sforzo. Dallo "sforzo di autoconservazione” per Spinoza SEGUONO (alla maniera geometrica) la GIOIA che si ottiene quando si persegue ciò che giova, e la TRISTEZZA che si ottiene quando lo "sforzo” in questione viene frustrato.
Dalla "gioia" scaturisce l'AMORE quando la gioia è accompagnata dall'idea di una causa esterna che causa tale gioia. E dalla "tristezza” (sempre quando e' accompagnata dall'idea di una causa esterna) scaturisce l'ODIO. Cosa dici di questa articolata analisi?
Mi sembra un'analisi troppo fredda per essere condivisa: mi pare assurdo
applicare il metodo deduttivo della geometria alla ricchezza dei sentimenti umani!
Un'osservazione pertinente: come è possibile trattare la ricchezza dei sentimenti con un approccio geometrico? Devi, naturalmente, collocare tale analisi nell'ETICA ("dimostrata con metodo geometrico").
Per Spinoza l'uomo non è un'ECCEZIONE nell'Universo, non è qualcosa di PRIVILEGIATO nella natura. I suoi sentimenti, le sue azioni, quindi, vanno analizzati alla stessa stregua con cui si analizzano linee, piani, corpi, il caldo, il temporale. Le stesse passioni, quindi, NON sono da CONDANNARE: l'uomo va studiato com'è, non come vorremmo che fosse. Cosa ne dici?
Mi sembra una tesi condivisibile: dobbiamo studiare l'uomo concreto, in
carne ed ossa, non un MODELLO PLATONICO
di uomo!
Un'opinione legittima: dici che bisogna studiare non un "modello di uomo”, ma l'uomo concreto. Ti si potrebbe obiettare: l'uomo non perderebbe la sua peculiarità rispetto all'animale?.
Lo "sforzo di autoconservazione”, la "gioia", la "tristezza” sono... passioni primarie, mentre "Amore” e "Odio” (assieme a tante altre) sono passioni... derivate. Ripetiamo: siamo di fronte a... dati naturali. Questo vuol dire che l'uomo non può liberarsi dalle "passioni”?
Ovviamente no: come ci si fa a liberare da qualcosa che per noi è
"naturale"?
Per Spinoza lo sforzo di autoconservazione (con quanto è connesso) è una legge comune a tutti gli esseri viventi e, in quanto tale, non è possibile violarla (vi è pero' - lo vediamo subito - una sorta di... controllo delle passioni).
Per Spinoza l'uomo può, in qualche
modo, dominare le passioni. In che modo?
Non vedo alcun modo: come potrebbe esserci, se per lui tutto è
determinato necessariamente?
La tua obiezione è sensata. Spinoza, tuttavia, ritiene che in qualche modo, grazie alla ragione, l'uomo possa giocare un ruolo "attivo” e non semplicemente passivo - il sentirsi, cioè, in balia delle passioni -.
Le passioni (l'amore, l'odio, la gelosia, l'invidia, la speranza, la paura, la disperazione, la compassione, il pentimento...) ci dominano - secondo Spinoza - quando noi le percepiamo in sé, ISOLATE DAL CONTESTO in cui sono collocate. Quando, invece, noi ci eleviamo ad una conoscenza superiore e vediamo la parte come parte di un ORDINE NECESSARIO, ETERNO, allora siamo noi - proprio grazie alla conoscenza - che in qualche misura le dominiamo, nella misura in cui non ci sentiamo schiavi nei loro confronti.
Spinoza, quindi, sostiene una sorta di liberazione dalle passioni in sintonia con le scuole ellenistiche. Cosa ne dici?
Mi sembra convincente. La verità di sicuro rende liberi: se io so che
Tutto è necessario, non posso che liberarmi dall'odio, dall'invidia, dalla
gelosia...
E' proprio questa l'ottica di Spinoza (se io so che tutto è necessario, mi libero dall'odio... ) anche se, forse, la sua intera impostazione ti può sembrare paradossale. Vero?
Per Spinoza passioni quali l'odio, la vendetta, la vergogna, la gelosia... non sono che il FRUTTO DI UNA CONOSCENZA INADEGUATA. Nella misura in cui noi arriviamo alla conoscenza di secondo grado e, ancor di più alla conoscenza di terzo grado, tali passioni verranno meno. Se ci libereremo dal nostro "particolare”, dall'ottica UTILITARISTICA, ci sentiremo parte del Tutto, di Dio. Siamo di fronte ad una concezione in sintonia con lo stoicismo?
Certo: anche per gli stoici, infatti, il saggio deve rendersi consapevole
dell'Ordine Necessario e liberarsi, così, dalle passioni-emozioni.
Indubbiamente Spinoza è sulla stessa lunghezza d'onda degli stoici con una differenza, però: per gli stoici la liberazione dalle emozioni riguarda tutte le emozioni, per Spinoza no, ma solo quelle che ci danneggiano.
Veniamo, ora, al tema della libertà. La libertà è solo un'ILLUSIONE prodotta da...
ignoranza delle cause che determinano le nostre decisioni (me lo ricordo
bene).
E' quanto dice Spinoza: noi ci
illudiamo di essere liberi perché non conosciamo i fattori che determinano le
nostre scelte.
Una riflessione. Tu, forse, potrai dire che Spinoza arriva a negare la libertà umana in quanto parte da un presupposto discutibile (il pan-enteismo). E' così?
A me pare che alla negazione della libertà arriveremmo anche prescindendo
dalla concezione teologico-metafisica di Spinoza: perché mai l'uomo - che è
parte dell'universo - dovrebbe sottrarsi alle leggi eterne, immutabili della
natura?
E' la stessa ottica di Spinoza: per lui, come sai, Dio non è altro (con qualche distinguo) che l'Ordine Necessario dell'Universo scoperto dalla scienza.
Prescindiamo dalla concezione metafisico-teologica di Spinoza, come dalla sua concezione scientifica. Puoi allora sostenere con certezza la libertà umana?
Certo: se si parte dal presupposto (un presupposto che per me non è
discutibile) che ciò che caratterizza l'uomo è lo spirito, allora la libertà è
una logica conseguenza.
Un'opinione rispettabile. Ma... sei
in grado di dimostrarla?
Torniamo a Spinoza. Spinoza non solo nega la libertà di scelta (non solo dell'uomo, ma anche di Dio), ma arriva addirittura a negare la stessa... volontà. Come è possibile? Prova ad intuire.
Mi pare paradossale, dopo la chiara distinzione operata da Aristotele tra
"intelletto" e "volontà", che si torni alla confusione di
Socrate!
Il punto di riferimento di Spinoza è Cartesio, cioè la distinzione cartesiana tra la volontà che per Cartesio ha un grado di maggior estensione dell'intelletto (è da questo squilibrio che, per Cartesio, nasce l'errore).
Spinoza ha come bersaglio Cartesio. Per questi - come sai - l'errore è dovuto al fatto che la volontà ha una maggiore "estensione" rispetto all'intelletto. Sempre per Cartesio il fatto che noi sospendiamo il giudizio è indice che la volontà è diversa dall'intelletto. Per Spinoza non è vero che la volontà si estende oltre l'intelletto se per intelletto intendiamo non solo le idee chiare, ma anche quelle oscure. Cioè...
Se per "intelletto" si intendono solo le idee chiare e distinte
(cioè evidenti), l'esperienza dell'errore ci dice che la volontà afferma
qualcosa - che non è evidente - come evidente (e quindi la volontà ha un raggio
di azione che va oltre l'intelletto); se invece il termine "idee"
abbraccia anche le idee confuse, la
maggiore estensione della volontà non c'è più.
Hai capito bene: se il termine "idea" abbraccia anche le idee confuse, allora non è vero che la volontà ha un'estensione maggiore dell'intelletto.
Spinoza non solo nega una diversa estensione (raggio di azione) di intelletto e volontà, ma arriva ad affermare che non è vero che il fatto che noi sospendiamo il giudizio non è dovuto alla volontà. Per Spinoza quando noi diciamo di sospendere il giudizio, intendiamo dire che noi VEDIAMO DI NON PERCEPIRE IN MODO CHIARO. La VOLONTA' si identifica con l'INTELLETTO. Quando io dico VOGLIO farmi un bagno, intendo dire solo che in questo momento nella mia mente SI AFFERMA L'IDEA DI FARMI UN BAGNO. Cosa dici?
La tesi di Spinoza mi pare una provocazione. Quando VOGLIO perseguire un
obiettivo, non mi appare semplicemente tale obiettivo: il mio VOLERE
l'obiettivo, cioè, non si identifica per nulla con l'APPARIRE dell'obiettivo.
Un'osservazione pertinente: il mio
volere un obiettivo - dici - non si identifica con l'apparire di tale
obiettivo.
LA MORALE SI FONDA SU DEI SENTIMENTI?
Siamo agli empiristi. Locke non tratta la problematica morale in modo sistematico: dedica, infatti, ad essa solo pochi cenni. Naturalmente esclude che vi siano principi morali...
innati.
E' così: per
lui, come sai, la mente umana è... tabula rasa e quindi non ha idee innate.
La morale di Locke è... eudemonistica, cioè...
utilitaristica, tesa alla felicità (qualche parola greca la mastico!).
E' così: come per il mondo classico, per Locke ciò che spinge l'uomo ad agire è la ricerca della felicità (eudaimonia), dell'utile.
E' Hume, in campo empiristico, che affronta la morale con una certa profondità. Su cosa sarà fondata la morale per Hume?
Sulla ragione. Non può certo, infatti, venire dall'esperienza: per lui
una "legge" non può essere ricavata da una serie anche numerosa di
casi particolari!
L'osservazione secondo cui una qualsiasi "legge” non può derivare dall'esperienza è corretta. Per Hume, tuttavia, la morale non ha come fondamento la ragione.
Per Hume l’"io" (inteso come "sostanza spirituale”) non ha alcun fondamento. Da questo punto di vista la morale...
non ha senso: se non vi fosse un "io", che senso avrebbero
termini come "dovere", "responsabilità" che sono
ingredienti fondamentali della morale?
La tua osservazione è pertinente: se non ci fosse un "io”, se l'io si riducesse ad un "flusso” di percezioni”, come si potrebbe parlare di "responsabilità”?
Hume, pur affermando che l'io (se vogliamo essere rigorosi) non è altro che un "flusso di percezioni”, ritiene che tutti gli uomini abbiano l'intima convinzione (credenza) che le azioni, i sentimenti, le passioni abbiano a che fare con un soggetto che è appunto l’"io”. Scaviamo: cosa sono per Hume le "passioni", i sentimenti"?
Mi pare possano essere definiti delle "impressioni": si
presentano, infatti, con una forza ed una vivacità che non hanno le
"idee".
Infatti: si tratta di "impressioni" (hanno - eccome! - la vivacità e quindi non possono essere definite "idee”).
Per Hume le passioni, i sentimenti sono IMPRESSIONI (si vedano la gioia, il desiderio, la speranza, l'avversione, la tristezza, la paura, la vanità, l'invidia, l'umiltà, la generosità...) che DERIVANO direttamente o indirettamente DA ALTRE PERCEZIONI quali il PIACERE e il DOLORE. E la "volontà"?
Non vedo come non possa essere considerata una "impressione".
Certo. Hume, tuttavia, su questo aspetto è ambiguo: da una parte dice che - come tutte le passioni - si tratta di un'impressione che deriva dal piacere e dal dolore, dall'altra nega che si riduca a passione.
Hume a tratti riduce la "volontà" a passione (la fa derivare, quindi, dalle percezioni di "piacere" e di "dolore"), dall'altra nega tale riduzione sostenendo che si tratti di un'impressione che noi avvertiamo quando consapevolmente diamo origine o a movimenti del corpo o a nuove percezioni della mente. In questo contesto si può parlare di "libertà” umana?
Se la volontà si riduce a passione, ovviamente no; se invece non si riduce a passione, allora
sì.
La tua è un'osservazione pertinente. Hume ammette la "libertà di agire”, l'assenza di costrizione esterna, ma nega la libertà intesa come possibilità di scelta: il cosiddetto "libero arbitrio” sarebbe mera casualità, il che per lui è assurdo.
Per Hume - in questo in compagnia di altri moderni - noi non siamo DETERMINATI dall'esterno, ma dall'interno. Hai trovato delle affinità con Spinoza (al di là della negazione della libertà)?
Certo: la negazione della volontà come qualcosa di distinto
dall'intelletto.
Una certa affinità, indubbiamente, c'è: per Spinoza la volontà si identifica con l'intelletto (per lui "voglio" uscire significa che in questo momento "si afferma l'idea di uscire"); per Hume - nella seconda accezione di volontà - la volontà è la percezione cosciente che ad esempio dà origine al movimento delle gambe per uscire.
In questo contesto può la ragione umana dominare le passioni? Per Hume no: per lui, infatti, la ragione, non può contrapporsi alle passioni nella guida della volontà in quanto la ragione da sola non è assolutamente in grado di "produrre un'azione o di suscitare una volizione". Cosa ne dici?
Mi pare che con questa impostazione (la ragione non è in grado di
influenzare la volontà) non abbia alcun senso la morale stessa: l'essere
virtuosi non significa dominare le passioni?
La tua osservazione è pertinente. Hume, tuttavia, non arriva a negare la morale, ma semplicemente a negare che la morale sia fondata sulla ragione.
Su cosa si fonda, allora, la morale
una volta si è scartata la possibilità di fondarla sulla ragione?
Sparo una risposta (non ne vedo altre): sul sentimento.
E' la convinzione di Hume: capace di muovere la volontà non è la ragione, ma il sentimento. Hume, quindi, è lontanissimo da quello che potremmo chiamare "intellettualismo etico”.
Per Hume è un sentimento PARTICOLARE di piacere e di dolore il fondamento della morale. Cosa potrebbe significare?
Che il bene si riduce a piacere e che il male si riduce a dolore.
E' una lettura, la tua, un po' semplicistica: per Hume un conto è il piacere che proviamo nel bere un buon bicchiere di vino (l'esempio è suo) ed un conto quello che proviamo di fronte ad un'azione virtuosa.
I piaceri sono di vario tipo: un conto è il piacere... edonistico (si veda l'esempio del buon bicchiere di vino), un conto il piacere estetico, il piacere, cioè, che proviamo di fronte a ciò che è bello ed un conto ancora il piacere che proviamo di fronte alla virtù.
La virtù, quindi, non è tout court ciò che ci piace. Sentiamo come virtuoso un determinato comportamento (o qualità) che ci piace in modo particolare. Si tratta di un tipo di piacere DISINTERESSATO (noi sentiamo ammirazione anche nei confronti delle buone qualità di un avversario). Una grande rilevanza, secondo Hume, ha il SENTIMENTO DELLA "SIMPATIA", in netto contrasto con Hobbes, cioè...
immagino che per Hume l'uomo provi simpatia per gli altri uomini (per
Hobbes, invece, l'uomo è un "lupus" per l'altro uomo).
Per Hume la "simpatia” è un istinto originario - che appartiene ad ogni uomo - che ci fa partecipi del piacere che gli altri traggono dalle azioni virtuose e del dolore che traggono dai comportamenti immorali.
Hume parla anche dell'aspetto "utilitaristico" della morale (in sintonia con Locke): egli dice, infatti, che è l'utile - inteso, però, non nel senso egoistico, ma come l'utile che riguarda anche gli altri - che ci muove nelle nostre azioni. Senti (riprendiamo il motivo iniziale): su che cosa si fonda per Hume l'universalità delle norme morali?
Sul sentimento di simpatia che - abbiamo detto - è una passione
originaria che è comune a tutti gli uomini.
E' quanto pensa Hume: una volta scartata la ragione, non può che essere questo sentimento di simpatia il fondamento dell'universalità della norme morali.
Un ultimo motivo di riflessione: cosa dici dell'esistenza nell'uomo, secondo Hume, del sentimento di "simpatia"?
Mi pare una concezione idealistico-ottimistica dell'uomo: la visione di
Hobbes mi sembra più realistica.
Una tesi, la tua, legittima. Tieni presente, comunque, una possibile obiezione: un conto è l'istinto originario di simpatia ed un conto il comportamento dell'uomo dettato dalla società organizzata.
LA VITA: QUALCOSA DI SACRO?
Ti propongo un ultimo spunto di Hume. Nel saggio "Sul suicidio” Hume critica la concezione della sacralità della vita. Si tratta di "un saggio - scrive E. Lecaldano - tanto sconvolgente per l'epoca in cui fu scritto che l'autore nel 1757 fu costretto a sostituirlo in bozze con un altro scritto per non incorrere nelle sanzioni di legge" (A.A. V.V., Bioetica, Laterza, pag. 24). Ti offro alcuni passi.
"Dobbiamo noi ritenere che l'onnipotente abbia riserbato per sé in particolare il potere di disporre della vita degli uomini, e non abbia sottoposto questo evento, come tutti gli altri, alle leggi generali dell'universo? Affermare questo sarebbe affermare il falso: la vita degli uomini e' soggetta alle stesse leggi cui è soggetta la vita di tutti gli animali... La caduta di una torre o un infuso velenoso distruggeranno un uomo come la più meschina creatura [...]
Se disporre della vita umana fosse una prerogativa peculiare dell'onnipotente, al punto che per gli uomini disporre della propria vita fosse un'usurpazione dei suoi diritti, sarebbe ugualmente criminoso salvare o preservare la vita. Se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa, disturbo il corso della natura e invado il dominio peculiare dell'onnipotente [...]
E' un'empietà, dice la moderna superstizione europea,
porre fine alla nostra vita e ribellarsi in tal modo al creatore, e perché non
è un'empietà, dico io, costruire case, coltivare la terra o navigare sul mare?
In tutte queste azioni noi usiamo le nostre facoltà fisiche e morali per mutare
il corso della natura; in nessuna di esse facciamo niente di più. Sono dunque
tutte egualmente innocenti o egualmente delittuose.” (da D. Hume, "Opere filosofiche",
trad. di E. Lecaldano, pagg. 588-94). Cosa ne
dici?
Mi sembra dissacrante. La vita è un dono di Dio e in quanto tale non può
essere violata dall'uomo! Mai. Neppure con l'aborto. A maggiore ragione col
suicidio e con l'eutanasia!
Un'opinione rispettabile. Tieni, comunque, conto che si tratta del punto di vista della religione cristiana.
Prescindendo dalle varie ottiche
("religiose” o "filosofiche”), si può dire che la vita è un
"valore"?
Non chi sceglie il suicidio: chi fa una scelta del genere, la fa perché
ad un certo punto non riesce più a sopportare la vita.
E' vero. Forse, però, anche il suicida considera la vita un "valore". La sua scelta potrebbe essere determinata da una situazione particolare. Non credi?
Pensi che il suicidio sia una
scelta libera?
Non credo: si tratta di una scelta dettata dalla disperazione. Talvolta
dalla stessa "ingiustizia" della Giustizia (pensiamo ai suicidi
provocati dalla leggerezza con cui si è fatto ricorso alla custodia cautelare).
Talvolta dalla stessa incomprensione della gente, degli stessi familiari.
Forse non hai torto. Forse, però, non è il caso di arrivare al determinismo (o psicologico o sociale), determinismo che potrebbe giustificare tutto. Non credi?
Forse certi suicidi sono dovuti anche al nostro egoismo, alla nostra incapacità di prestare attenzione agli altri, alla loro sofferenza. Forse stiamo sempre più perdendo i valori della solidarietà, della condivisione del dolore altrui, dell'amicizia disinteressata. Valori che stiamo smarrendo imbevuti come siamo dall'ottica dell'edonismo e dell'individualismo. No credi?
LE LEGGI
MORALI? SONO FONDATE SULLA RAGIONE UMANA!
Siamo agli Illuministi. Come sai o come vedrai (vedi il pensiero politico dell’età moderna) gli Illuministi ritengono che le leggi morali siano universali in quanto fondate sulla ragione che è comune a tutti gli uomini. Su questo Voltaire è sicuro. Per lui le leggi morali non provengono da Dio. Perché mai?
Perché Dio viene visto da Voltaire solo come autore dell'ordine che c'è
nel mondo.
E' così. Per Voltaire Dio viene introdotto solo per spiegare la macchina ordinata che è il mondo, non per fondare la morale. La morale, per lui, è data solo dalla ragione umana.
Per Voltaire, abbiamo detto, la
morale è universale. Cosa ne dici?
Non mi convince affatto: la storia del pensiero umano e delle religioni
dimostra una grande varietà di norme etiche.
E' vero che vi sono differenze, ma, secondo Voltaire, esiste un fondo comune a tutte le epoche in quanto in tutte le epoche l'uomo ha la stessa ragione.
Gli Illuministi sono convinti dell'esistenza - fondata sulla ragione - di valori universali. Ogni pensatore, comunque, presenta un suo taglio interpretativo. Diderot, ad esempio, all'interno della sua concezione generale secondo la quale Dio non è che la sensibilità diffusa che c'è nella natura, sostiene che la Natura-Dio agisce nell'uomo attraverso gli istinti. Gli istinti, quindi, sono per lui insopprimibili. In che cosa consiste l'equilibrio dell'uomo? Nell'armonia tra le passioni.
Per Diderot, cioè, l'uomo è moralmente equilibrato quando in lui si bilanciano reciprocamente ad esempio l'onore e l'amore per la vita, la fiducia e la paura. Per il materialista La Mettrie la legge che muove tutti gli animali - compreso l'uomo - è la legge del piacere, l'istinto fondamentale che non ha bisogno di alcuna rivelazione, di alcuna legislazione umana né di alcuna educazione. Cosa ne dici?
Mi pare corretto prendere le distanze - come fa La Mettrie - da una
concezione della morale che nega di fatto l'uomo, i suoi istinti in nome di un
modello di uomo che non esiste da alcuna parte!
Una opinione rispettabile. Di sicuro ha una sua coerenza ed ha un suo potere persuasivo. Tieni, comunque, presente una possibile obiezione: non si tratta di una concezione che porta l'uomo alla degradazione?
Sulla scia di La Mettrie è Helvetius secondo il quale "l'uomo virtuoso non è quello che sacrifica i suoi piaceri... le sue forti passioni all'interesse pubblico, poiché un tale uomo è impossibile".
APPROCCIO DI SINTESI:
LE VARIE TEORIE A CONFRONTO
Approccio di sintesi. Prenderò molti spunti - nel condurti a riflettere - dal libro "FONDAMENTI DELL'ETICA" di Franz von Kutschera (Franco Angeli, 1991 - titolo originale "Grundlagen der Ethik",, 1982). Si tratta di un'opera di ottima qualità.
Qual è la caratteristica essenziale
dell'etica?
Di essere "normativa": l'etica, infatti, ha come oggetto ciò
che "dobbiamo" fare, cioè i "doveri", cioè le "norme
di comportamento".
Sei in compagnia di tanti pensatori. Ma cosa risponderesti all'obiezione secondo cui la morale per essere una “scienza” deve limitarsi a descrivere e non deve pretendere di porre delle leggi?
E' un'obiezione che fa ridere: un conto è la "scienza fisica"
ed un conto è la "scienza etica". L'obiezione non tiene conto della
specificità dell'etica rispetto alla fisica e questo è grave!
Un’osservazione sensata. Svilupperemo il discorso.
Prescindiamo, in questo momento, dal concetto di etica come "scienza". Diciamo che, quando parliamo di "etica" (o di morale), non ci riferiamo a ciò che si fa, ai comportamenti della gente, ma al come l'uomo "deve" comportarsi, non a ciò che l'uomo considera buono, ma a cioè che è buono. O no?
Non credo affatto che ci
sia un'azione che possa definirsi "buona". A maggior ragione non
credo che si possa definire platonicamente il "bene in sé". Un
comportamento può essere definito buono solo "per" il
"soggetto", non "per sé”!
Sei un "soggettivista" nel senso che per te un'azione è buona solo in relazione al "soggetto". Non sei il solo a pensarla così. Chi, nella filosofia moderna, ritiene che il bene corrisponda all'utile individuale?
La risposta è semplicissima: Hobbes. Se per Hobbes l'uomo è un lupus per
l'altro uomo, vuol dire che per lui l'uomo agisce solo per il suo utile.
E' vero: non è certo difficile ricavare dalla formula hobbesiana (homo homini lupus) l'obiettivo dell'utile. Se l'uomo è un... lupo, vuol dire che agisce per un utile individuale.
Possiamo dire che si tratta di una teoria sia " antropologica” che etica: una teoria da cui, tuttavia, si deduce un'etica egoistica.
Prendiamo in considerazione quello che viene chiamato L'EGOISMO PSICOLOGICO di Hobbes, la tesi, cioè, secondo cui ogni uomo persegue nel suo agire, in ultima analisi, sempre e soltanto il proprio interesse. Cosa ne dici?
E' una tesi che si giustifica solo sulla base di una teoria
"materialistica", di una concezione dell'uomo secondo cui gli impulsi
individuali determinano, come nell'animale, l'azione in modo necessario: una
concezione che mi pare inaccettabile, anche senza scomodare il dualismo
cartesiano.
Un'opinione rispettabile. Si dà il caso, comunque, che vi sia chi materialista non è e nonostante ciò ha sposato la concezione "egoistica".
La tesi hobbesiana può essere
criticata dicendo che si constatano comportamenti dettati dall'altruismo, dal
sacrificio di sé per gli altri. Ma vi è chi
sostiene che in ultima analisi anche la scelta estrema di offrire la vita agli
altri è fondata su un motivo fondamentalmente egoistico.
Accanto alla teoria "egoistica" di carattere "psicologico" di Hobbes (l'abbiamo chiamata "egoismo psicologico") ve n'è una che teorizza l'EGOISMO RAZIONALE. Si tratta di una dottrina secondo cui in ogni nostra "decisione razionale" noi scegliamo l'alternativa che ci offre la maggiore utilità. Cosa ne dici?
Mi sembra scontata: quando decidiamo, che cosa potremmo scegliere - sulla
base di un calcolo "razionale" - se non ciò che appare più
vantaggioso?
Senti: ti ricordi un autore che
sostiene una tesi del genere?
Certo: Leibniz. Per lui non solo Dio, ma anche l'uomo sceglie sulla base
del criterio del meglio, cioè in modo egoistico.
E' vero che per Leibniz ogni "fatto", e quindi anche una qualsiasi "decisione", può essere spiegata solo grazie alla "ragion sufficiente" - e non vi è altra ragion sufficiente se non ciò che è "meglio" -. Questo, però, non significa tout court che questo "meglio" sia un utile per l'uomo o per Dio. O no?
Non mi convince: se Dio prima della creazione è solo, per quale ragione
può aver scelto di creare se non per un "suo" interesse, un
"suo" utile, ad esempio dimostrare ad altri "intelligenti"
la sua potenza?
E' una considerazione che ha una sua coerenza.
La teoria dell’"egoismo razionale” ha le sue buone ragioni. Chi la contesta sostiene che detta teoria confonde l'interesse con l'interesse "personale”: l'altruista agisce sicuramente in base ai suoi interessi o preferenze, ma questi interessi sono conformi a quelli degli altri e quindi non si tratta di scelte egoistiche.
Riprendiamo, sotto un'altra angolatura, il discorso di Leibniz: ogni decisione (in quanto verità di "fatto") si spiega solo con una ragione "sufficiente", cioè col criterio del meglio. Ergo l'uomo è ... determinato a decidere per il meglio, cioè non è... libero. O no?
Mi sembra ovvio che la tesi di Leibniz conduca alla negazione della
libertà: essere liberi significa possibilità di scegliere il male.
E' questa una critica che è stata rivolta a Leibniz. L'intenzione di Leibniz, però - come sai - era tutt'altra: una nobile battaglia tesa a salvare la libertà che era stata negata da Spinoza.
Torneremo sul discorso della "libertà". Ora riprendiamo quelle che si chiamano le "teorie soggettivistiche". Queste non si identificano con le teorie "egoistiche". Si può essere, cioè, "soggettivisti" rifiutando sia l'egoismo psicologico che quello razionale. Vi è, infatti, un "soggettivismo razionalistico", tipico degli Illuministi, secondo cui ciò che è buono coincide con gli interessi razionali e, a lungo termine, con l'interesse di tutti gli uomini.
Il soggettivismo razionalistico
sostiene che la morale ha che fare solo con la vita sociale: per un Robinson
Crusoe sarebbe legittimo perseguire i propri interessi! Solo, in altre parole,
nella vita sociale si ha uno scontro tra interessi. Da qui l'esigenza di norme
- morali! - che sanciscano un equilibrato compromesso tra interessi. Cosa ne
dici?
Mi pare una tesi che... puzza di "convenzionalismo": le norme
morali sarebbero il risultato di convenzioni umane tese ad evitare che gli
interessi degli uni non siano soddisfatti contro gli interessi degli altri. Ora
il convenzionalismo mi pare accettabile in campo politico, ma non in quello
morale!
Si tratta, infatti, di una tesi
"convenzionalistica”. Una tesi che ha la sua rispettabilità
Riprendiamo il discorso sul "convenzionalismo". Non esiste per detta teoria un "bene in sé", oggettivo: il bene è ciò che viene stabilito convenzionalmente dagli uomini. Cosa ne dici?
Ma questo è il "diritto" secondo Hobbes: qui vi è una plateale
confusione tra la sfera della "morale" e la sfera del
"diritto" - addirittura del diritto "positivo", non quello
naturale! -.
Ti ricordi bene Hobbes. Vi è confusione tra diritto ed etica? Tu ritieni di sì. Qual è, secondo te la distinzione tra "diritto" ed "etica"?
La sfera del diritto ha a che fare con obblighi "esterni" (devi
pagare le tasse, ad esempio), mentre la sfera della morale ha a che fare con
obblighi "interiori".
Questa è una distinzione "classica". Ma come risponderesti alla possibile obiezione secondo cui gli obblighi interiori ricordano la “voce della coscienza” che Freud ha spiegato come nient’altro che l’interiorizzazione di norme apprese dai genitori?
Non mi piace il sarcasmo, tanto più su temi così delicati! Non c'è
bisogno di scomodare il grande Kant per dire che la legge morale fa parte della
coscienza dell'uomo, di ogni uomo e quindi va oltre la convenzione di gruppi di
uomini!
Il discorso di Kant è indubbiamente serio.
Scaviamo. Abbiamo parlato di "diritto" e di "etica". Non vi è dubbio che alcuni cosiddetti "doveri morali" coincidono con "norme del diritto positivo", con convenzioni, cioè, stabilite da uomini: vedi ad esempio "non uccidere!". Cosa ne dici?
Sono d'accordo: in questo caso il diritto positivo non fa che tradurre in
una norma statuale - che prevede sanzioni per chi non la rispetta - il
"dovere morale di non uccidere", un dovere che è avvertito tale
dall'universalità degli uomini.
Sei in compagnia di tanti altri.
Supponiamo che il "dovere morale" non scaturisca da una convenzione tra uomini (da una norma stabilita dallo Stato o da organismi internazionali). Supponiamo, cioè, che tale dovere non sia ricavabile dall’"esperienza”. Su cosa potrebbe essere fondato?
Se non proviene dall'esperienza, ovviamente si tratta di un dovere (di
una legge morale) a priori. Una tesi che mi pare accettabile in quanto sappiamo
tutti che la legge morale - ad esempio "non uccidere!" - ha un
carattere atemporale e quindi non ha a che fare con convenzioni
"storiche" e di "gruppi", come sono appunto le convenzioni
umane.
Ma… la norma "non uccidere” non ha un carattere universale: in tutto il mondo è giustificato uccidere per legittima difesa, in guerra. Questo fatto non solo mette in evidenza la non universalità della norma in oggetto, ma il suo essere una norma "stabilita” dagli uomini. O no?
Nient’affatto: gli uomini hanno stabilito detta normativa perché si
tratta di una normativa avvertita come tale dalla coscienza degli uomini.
E' di sicuro non facile dare un fondamento a priori alle norme morali. Si è detto che, se dette norme fossero a priori, non vi sarebbe un disaccordo tra gli uomini. Cosa ne dici?
A pensarci bene mi pare che le norme morali debbano per definizione
essere a priori: sappiamo tutti - anche senza scomodare Hume e Kant - che la
"necessità" di una legge non può provenire dall'esperienza e, quindi,
da storiche, specifiche convenzioni umane.
E' il discorso di Kant. Tieni presente, comunque una possibile obiezione: la necessità non deriva dal fatto che è stabilita dalla "legge”?
Proseguiamo. L'etica kantiana è,
come sai, un'etica aprioristica (basata su un fondamento a priori, su un
"fatto della ragione" che è l'imperativo categorico, un fatto comune
a tutti gli uomini). L'etica convenzionalistica è, invece, a posteriori nel
senso che si fonda su delle convenzioni umane, cioè su dei "fatti"
(le convenzioni, appunto) dell'esperienza. In questo seconda prospettiva la
"necessità" delle norme morali è data da una convenzione, una
convenzione - naturalmente - dettata dalla "ragione”.
E' la "ragione" che
spinge gli uomini a fissare delle norme - delle "regole”- seguendo le
quali tutti hanno dei vantaggi, tutti hanno garantiti degli interessi. Un'altra
distinzione che abbiamo implicitamente annunciato è quella tra teorie
"soggettivistiche" - che non si identificano (lo ripetiamo) con le
teorie egoistiche - e teorie "oggettivistiche”. Le teorie soggettivistiche
(vedi il convenzionalismo) ha come oggetto "interessi”, "preferenze”
non atemporali, ma che si riferiscono a determinati gruppi.
Le norme "soggettivistiche", dunque, non hanno un valore indipendente da parametri temporali e soggettivi. Al contrario le teorie "oggettivistiche” prevedono norme che hanno un valore che va al di là dell'esistere storico di interessi, preferenze e di convenzioni sociali.
Insistiamo sulle "classiche distinzioni". Vi sono "teorie teleologiche" - le cosiddette "etiche dei valori" - e le "teorie deontologiche” - le cosiddette "etiche del dovere”. Come classifichi l'etica di Kant?
Un'etica "oggettivistica" e "deontologica".
E' vero: la legge morale secondo Kant è oggettiva nel senso che è valida per tutti; si tratta, poi, di un'etica deontologica perché è il dovere che rende "buono” un comportamento, che cioè fonda un "valore”.
Per un'etica dei "doveri" i valori non sono essenziali: devi, perché devi - non perché vi sono dei "valori” da realizzare. Così l'etica dei "valori" può fare a meno di "doveri specifici". L'unico dovere di carattere generale potrebbe essere: fa' ciò che ha le "conseguenze migliori". Per questo le etiche dei valori si chiamano anche "CONSEQUENZIALISTICHE". Cosa dici?
Mi pare più comprensibile l'etica dei valori - cioè quella
consequenzialistica, cioè quella teleologica -: come potremmo definire
"morale" un comportamento se non considerassimo il valore delle
conseguenze?
Un'opinione rispettabilissima. Ti si potrebbe, tuttavia, obiettare: in questo modo non si perderebbe il carattere universale della morale?
Scaviamo. Si potrebbe definire
l'etica consequenzialistica un'etica "utilitaristica". O no?
Certo, ma non vedo alcuno "scandalo". L'utile in questione,
infatti, non è di per sé egoistico: può essere l'utile per gli altri, per i
poveri, per gli "ultimi".
Un'opinione che ha una sua forza persuasiva: sostieni che l'utile non ha di per sé una connotazione negativa. Ovviamente tu opti per un'impostazione molto diversa da quella kantiana.
Continuiamo a scavare. Per la teoria "teleologica" ("telos", in greco, significa "scopo") o consequenzialistica il MENTIRE non è un male in sé, ma è male una determinata menzogna se ha conseguenze negative. Cosa ne dici?
Mi pare scontato. Il mentire di un medico nei confronti di un paziente
grave ha delle conseguenze positive sul paziente stesso: gli dà fiducia e la
fiducia può contribuire effettivamente alla guarigione.
E' la classica giustificazione della concezione teleologica (che, quindi, valuta il mentire non in sé, ma sulla base della "situazione" specifica).
Ti sembra sempre praticabile l'etica "consequenzialistica"? Supponiamo che una persona povera ti chiedesse del denaro per comprare qualcosa per sfamarsi. Tu sei in grado di valutare le conseguenze della tua eventuale scelta di offrire il denaro richiesto?
Ovviamente sì: si vede subito se una persona è malnutrita e, quindi,
bisognosa di sfamarsi.
Non è, comunque, detto che una persona malnutrita debba
necessariamente usare il denaro offerto per sfamarsi. Del resto lo sai
benissimo che ingenti risorse offerte dai paesi occidentali a certi paesi del
Terzo o Quarto Mondo sono finite nell'acquisto di armi.
Si obietta, poi, che il consequenzialista è, in linea di principio, un tipo poco affidabile: puoi intuire il perché?
Certo. Se mi fa una promessa, non è detto che la mantenga: la manterrà
solo se, in quel momento, riterrà che il mantenere la promessa sia la cosa
migliore.
Hai colto bene: come può essere considerato affidabile un "consequenzialista” che fa una promessa? Tieni, comunque, presente una possibile obiezione: da chi si può attendere con certezza il mantenimento delle promesse fatte?
Riprendiamo la concezione "deontologica" (secondo cui, ad esempio, la menzogna è sempre male anche se provoca conseguenze positive). I critici sostengono che non vi sono mai delle norme generali inviolabili in quanto ci possono sempre esserci delle eccezioni. E' il caso (classico) del generale che si oppone al comando del superiore di attaccare perché sa che l'attacco provocherebbe ingenti perdite.
Si arriva addirittura a dire, da parte dei "critici" della concezione deontologica, che lo stesso divieto di uccidere degli innocenti può avere delle eccezioni. Si cita il caso dei 100 minatori imprigionati in una galleria per salvare i quali occorre deviare l'acqua in un'altra galleria situata più in basso dove si trova un'altra persona imprigionata. Cosa ne dici?
Mi pare scontato che è meglio salvare 100 persone ed ucciderne una che
salvarne una e lasciarne morire 100!
Probabilmente anche il deontologo più coerente arriverà a questa soluzione: si tratta, però, di una scelta che viene fatta esaminando le... conseguenze. Il deontologo, cioè, è costretto a mettersi nei panni di un consequenzialista!
La concezione deontologica non è adeguata a cogliere appieno la concretezza delle scelte etiche: del resto lo stesso Kant non è del tutto coerente con se stesso perché, ad esempio, giustifica il divieto di mentire mettendo in evidenza... le conseguenze che avrebbe in una società il mentire.
Anche l’"oggettivismo" - abbiamo detto - presenta delle difficoltà. Se vi fossero norme oggettive, infatti, non si riscontrerebbe la relatività delle opinioni morali. E', poi, un dato di fatto - la storia e l'etnologia l'hanno provato - che le idee morali cambiano, anche radicalmente, a seconda del contesto storico-culturale. Cosa ne dici?
La relatività c'è, ma è noto che sui valori morali che contano - come il
non mentire, la giustizia, la dedizione agli altri - vi è concordanza al di là
dei contesti culturali.
Indubbiamente vi sono certe
convergenze.