LA STORIA E’ UNA SCIENZA?

 

Introduzione a Vico[1]

 

 

Partiamo dalla tua opinione: per te la storia è "scienza"?

Ho qualche dubbio che sia una scienza: la scienza studia le leggi e non vedo come la storia possa trovare delle leggi necessarie nel comportamento degli uomini che, essendo espressione della libertà, non può essere soggetto a leggi.

La tua è un'osservazione pertinente (a meno che si parta dal presupposto che l'uomo non sia libero). Di sicuro la storia, se è scienza, è una scienza in un senso diverso - o parzialmente diverso - rispetto a quello della "scienza" fisica.

Vediamo la risposta di Vico. Quando, secondo Vico, si ha "scienza"? Ti do una pista: Vico si trova sulla stessa lunghezza d'onda di Hobbes.

Hobbes lo ricordo benissimo: si ha scienza quando l'oggetto è ciò che è fatto da chi lo studia (ad esempio la matematica è scienza perché è l'uomo l'artefice del linguaggio matematico).

E' vero: per Hobbes solo ciò che "si fa" si può' conoscere veramente con cognizione di causa. In altre parole solo ciò di cui si è autori può essere oggetto di "scienza".

Per Vico, in sintonia con Hobbes, si può sapere veramente solo ciò che si fa. La scienza, in altre parole, si ha quando si conoscono le cause e, per conoscere le cause, occorre essere l'autore. La matematica, quindi, anche per Vico, è "scienza" in quanto è un mondo di astrazioni creato dall'uomo stesso. Sulla base di questa idea si potrebbe considerare "scienza" il sapere che ha come oggetto il "cogito” cartesiano?

Certo. Il cogito, infatti, è un nostro prodotto: il prodotto dell'esercizio del dubbio.

Non ti sembra di avere osato troppo? L'esercizio del dubbio, secondo Cartesio, porta all'unica certezza che è il cogito, ma il cogito non è qualcosa di creato. Il cogito è lo spettacolo che ha di fronte qualsiasi uomo, anche chi dubita di tutto: chi dubita di tutto, non ha presenti delle immagini che non sa se corrispondono a delle realtà esterne?

Per Vico il "cogito" è la "coscienza" del proprio esistere, ma non è "scienza” del proprio io, in quanto l'io non è oggetto del nostro creare. Cartesio, secondo Vico, avrebbe dovuto dire "io penso dunque esisto", non "penso dunque sono” perché l'essere dell'io sfugge all'uomo.

Alla stessa stregua - sempre in sintonia con Hobbes - la natura non può essere oggetto di "scienza" in quanto la natura non è creata dall'uomo, ma da Dio. Solo Dio, quindi, ha scienza della natura perché solo Lui ne conosce le cause e quindi solo Lui la conosce veramente. E' all'interno di questa ottica che Vico parla della storia come "scienza". Perché?

La risposta è ovvia: la storia ha come autore l'uomo.

E' questa la convinzione di Vico: la storia è oggetto di "scienza" perché è creata dall'uomo. E' l'uomo, in altre parole, l'autore della storia.

Vico parla della storia come "scienza nuova". Secondo lui è solo nel mondo della storia che l'uomo può scoprire l'ordine e le leggi che invano si sono cercati nella natura. La storia, quindi, non ha solo bisogno di "accertare” i singoli eventi (questo è il compito della "filologia", come la chiama Vico), ma anche di scoprire l'ordine, le leggi (compito che per Vico è svolto dalla "filosofia"). Ma quale ordine ci sarebbe nella storia?

Vico nega il "caso" che esclude l'ordine. E nega anche il "fato” che esclude la libertà. Prende le distanze, quindi sia dal "caso" di Epicuro che dal "fato” degli stoici e di Spinoza.

Per lui vi è un "ordine”. Quale? La storia è una successione di tre età: degli "dei”, degli "eroi” e degli "uomini”. Cosa vorrà dire "età degli dei"?

Provo a congetturare: immagino che sia l'età in cui gli uomini interpretavano i fenomeni della natura come manifestazioni di divinità.

E' vero, ma è anche vero che vedono nelle forze naturali delle divinità di cui hanno paura, divinità minacciose. Si tratta, quindi, di un incubo che pesa sugli uomini primitivi.

L'incubo minaccioso della divinità, secondo Vico, ha un effetto positivo sugli uomini che nella prima età sono degli stupidi bestioni. Quale potrebbe essere?

Ricordo l'interpretazione di Crizia: gli dei sono una sorta di polizia segreta che controlla gli uomini e li costringe - sotto la minaccia - a comportarsi bene.

E' vero che per Crizia gli dei sono una sorta di polizia segreta che serve a controllare i sudditi perché rispettino le leggi dei potenti, ma è anche vero che si tratta di un'invenzione dei potenti, mentre per Vico gli dei sono le stesse forze della natura lette come divinità.

Per Vico gli uomini "bestioni", sotto la minaccia degli dei, grazie alla paura degli dei, hanno incominciato a frenare i propri istinti belluini creando le famiglie e le prime istituzioni civili quali "governi teocratici”, cioè...

Si tratta di governi che si reggono in nome di Dio.

Sì. Letteralmente il termine significa "governo di Dio" e lo si usa quando chi governa, lo fa sulla base dei testi sacri (Bibbia, Corano...).

Nell'età degli dei, quindi, i governi erano fondati sul timore degli dei ed erano retti da sovrani. Nell’"età degli eroi” nacquero le repubbliche rette dalla classe aristocratica, una classe che faceva derivare la propria nobiltà dagli dei e che coltivava le classiche virtù eroiche quali il coraggio, la forza, la generosità...

Nell’"età degli uomini” sorsero le repubbliche "popolari: la plebe rivendicò, in nome dell'uguaglianza con i nobili, il proprio diritto a governare.

Sono età in cui si riscontra lo sviluppo della stessa mente umana: dal "senso" che prevale nell'età degli dei alla "fantasia" tipica dell'età degli eroi alla "ragione” che caratterizza l'età degli uomini.

Vico ha ampiamente studiato quella che chiama "sapienza poetica" espressione della sensibilità e della immaginazione degli uomini primitivi, una sapienza che non nasconde riflessioni razionali, ma che è una creazione pre-logica o, comunque, a-logica. Vico vede nella "poesia" qualcosa di autonomo dall'analisi razionale. Cosa ne dici?

Mi pare un romantico ante litteram.

E' una interpretazione legittima: il Romanticismo, infatti, teorizza ed esalta l'arte come espressione alogica, non razionale, fantastica.

Vico non intende, naturalmente, che la poesia sia pura fantasia. Egli sostiene che i poemi omerici - l'opera collettiva del popolo greco durante l'età degli eroi - contengono delle verità, delle verità espresse attraverso le immagini, attraverso quelli che chiama "universali fantastici", cioè immagini che indicano tratti caratteristici della vita.

Vico parla ad esempio di Achille che esprime l’"universale fantastico” del coraggio, di Ulisse come modello dell'astuzia.

Secondo Vico nel momento in cui prevale la riflessione razionale (nell'età della "ragione" - quella degli uomini -), si spegne la poesia, viene meno la robustezza delle immagini della poesia eroica. Cosa ne dici?

L'analisi di Vico mi pare corretta. Quello che dice a proposito della storia dell'umanità si registra a livello di sviluppo dell'individuo: è noto che, più si sviluppa la razionalità nel singolo uomo, più si spegne la fantasia, la meravigliosa fantasia di cui abbiamo una grande nostalgia.

Lo stesso Vico afferma che le tappe dell'umanità sono le stesse dell'individuo: più si sviluppa la razionalità, più si spegne la fantasia.

Per Vico la stessa grandezza artistica di Dante non è che l'espressione di una nuova barbarie, quella del Medioevo. Cosa dici?

Non capisco più niente: perché mai l'evoluzione dell'umanità dovrebbe interrompersi e addirittura ripartire da zero? Ho la sensazione che qualcosa qui non quadri.

Vico, infatti, sostiene che l'evoluzione non è necessaria e, quindi, è possibile un tornare indietro della storia di un popolo. E' possibile, quindi, tornare alla barbarie.

Vico parla di CORSI  e RICORSI STORICI, cioè di evoluzione, ma anche di regresso della storia dei singoli popoli. Cosa fa sì che un popolo ripiombi in una nuova barbarie? Per Vico si tratta della caduta di certezze filosofiche che si ha con lo scetticismo e del disordine a cui possono approdare le repubbliche popolari.

La ricaduta in una nuova barbarie non è automatica: un popolo in decadenza potrebbe salvarsi con una monarchia assoluta o con l'assoggettamento ad un popolo migliore. Se vengono meno, però, questi rimedi, non vi è alternativa che la ricaduta nella barbarie. E' in questo quadro che Vico introduce la Provvidenza. Cosa ne dici?

Mi pare una tesi che si scontra col discorso di fondo di Vico: come potrebbe essere una "scienza" la storia, se fosse fatta (o fosse fatta anche) dalla Provvidenza?

L'osservazione è calzante. Vico, tuttavia, non manca mai di sottolineare che la storia è opera degli uomini. In Vico vi è, indubbiamente, un'ambiguità.

La Provvidenza - per Vico - non è il Fato: il Fato toglie la libertà degli uomini, mentre la Provvidenza, no. Ma qual è il ruolo della Provvidenza?

Immagino che l'evoluzione dell'uomo dallo stadio di "bestione" allo stadio civile sia opera della Provvidenza.

E' questa la convinzione di Vico: l'evoluzione dell'umanità non sarebbe spiegabile senza la presenza nella storia della Provvidenza.

Per Vico il passaggio dall'esplosione degli istinti ai matrimoni, dall'ambizione di alcuni individui a degli Stati, dagli abusi della classe aristocratica alle leggi civili non si spiegherebbe senza la guida della Provvidenza, una Provvidenza che, tuttavia, lascia la libertà dell'uomo. Le tappe di cui abbiamo parlato, infatti, rappresentano una sorta di storia ideale (COME DEVE ESSERE, platonica), ma i singoli popoli possono arrestarsi nell'evoluzione e possono ricadere in una nuova barbarie. Cosa dici?

Mi pare un discorso tutto sommato accettabile. Anche i Paesi civilissimi di oggi, i Paesi democratici, possono ricadere in nuove barbarie: la civiltà è una conquista da salvaguardare sempre, non un dono ricevuto una volta per sempre.

Non hai torto. Del resto assistiamo in continuazione ad una serie di guerre (di tipo etnico, ma non solo) che non sono certo espressione dei lumi della ragione.

Cosa dici del ruolo della Provvidenza in Vico?

Mi pare un modo superato di leggere la storia. Non vi è alcun bisogno di scomodare la Provvidenza per spiegare la storia: il passaggio dall'uomo-bestione all'uomo civile si spiega benissimo col fatto che gli uomini hanno scoperto sulla loro pelle i "vantaggi" (l'utilità) che scaturiscono dalle istituzioni civili.

Un giudizio rispettabilissimo: ti sembra un modo superato di leggere la storia. Una concezione che hai già visto, ad esempio, in Hobbes.

 

 

 

 

 



[1] Giovan-Battista Vico nasce a Napoli nel 1668. Studia presso il collegio dei Gesuiti. Si laurea sia in diritto civile che canonico. Vince la cattedra di eloquenza e retorica. Gli autori che più lo influenzano: Platone, Tacito, Grozio e Bacone. Nel 1725 pubblica la prima edizione del suo capolavoro: la "Scienza nuova" (un'opera che ha avuto un giusto riconoscimento molto tempo dopo la morte del suo autore, nell'800 e nel '900). Un'opera precedente di notevole interesse: "L'antichissima sapienza delle popolazioni italiche da rintracciare nelle origini della lingua latina" (scritta in latino). Muore nel 1774.