I DOGMI? DEI SEMPLICI PRODOTTI STORICI!
I VANGELI? UN MESSAGGIO DI LIBERAZIONE DALL’INGIUSTIZIA SOCIALE!
Introduzione a nuovi approcci teologici
E' il caso di notare che la ricerca sul "problema-Dio", in campo cattolico (ci siamo soffermati sul match metafisico tra due docenti dell'Università cattolica di Milano - è chiaro, comunque, che Severino nel momento in cui "ritorna a Parmenide" si allontana radicalmente dal cattolicesimo -), va oltre l'ottica "classica". Troviamo studiosi che elaborano tesi analoghe a quelle che abbiamo visto nella "teologia liberale" protestante: sono i cosiddetti "modernisti" (alcuni nomi: Murri, Buonaiuti in Italia, Tyrrell in Irlanda, Loisy in Francia).
Essi tendono a prendere le distanze dalla componente miracolistica dei Vangeli, a leggere i "dogmi" come prodotti "storici", ad interpretare il Cristianesimo più come una "testimonianza di carattere etico” che una dottrina. Cosa ne dici?
Mi sembra corretta l'analisi dei "dogmi": il dogma della
creazione dal nulla, ad esempio, non è che il prodotto di una cultura greca che
fa leva sulle categorie astratte (categorie sconosciute alla cultura ed alla
lingua del popolo ebraico) di "essere" e di "non essere".
La tua osservazione ha una sua coerenza. Il problema che sollevi è riesploso recentemente in seguito alla tesi severiniana secondo cui la "creazione dal nulla" è un concetto "contraddittorio" (è come si dicesse che il circolo è quadrato) e, quindi, non può essere un contenuto della Rivelazione.
E' il caso di ricordarti che il "modernismo" è stato condannato dall'enciclica "Pascendi" del 1907. Proseguiamo. Nel mondo cattolico troviamo - in tempi più recenti - una figura di grande spicco: Jacques Maritain (francese, 1882-1973, autore di numerosissime opere tra cui "Umanesimo integrale"). Maritain riabilita il tomismo grazie al quale - in nome del "realismo" prende le distanze dal soggettivismo della filosofia moderna (da Cartesio all'idealismo) ed approda ad un "umanesimo integrale": l'uomo non è né una semplice creatura "naturale", né una semplice creatura "spirituale", ma è una "persona", una sintesi di natura e di spirito, una unità di componente naturale e di componente soprannaturale.
Nel filone platonico-agostiniano si trova, invece, Romano Guardini, italiano di nascita, ma tedesco di formazione (1885-1968). Per lui l'uomo è "persona" nel senso in cui non è un "dato", non è una "cosa fatta", ma una "possibilità", un’“apertura”. Cosa ne dici?
Mi pare più convincente la tesi di Maritain. Il definire uomo come
"possibilità", mi pare troppo generico, troppo sfuggente.
Un punto di vista legittimo. La sua
definizione non ti convince? Il suo obiettivo è quello di andare oltre
un'immagine determinata dell'uomo (un'immagine che, inevitabilmente, è sempre
parziale) per approdare ad una definizione che è in grado di includere, oltre
la cultura cristiana, anche le culture dei popoli extra-europei.
Per il teologo tedesco Karl Rahner (1904-1984, gesuita) l'uomo è essenzialmente colui che si pone la domanda sull’"essere", è apertura alla trascendenza. Per lui l'uomo è fondamentalmente "uditore della parola": è quell'ente, cioè, che deve stare ad ascoltare l'eventuale rivelazione di Dio che può apparirgli in forma umana. Cosa ne dici?
Mi pare un discorso che ha un valore strettamente teologico e, quindi,
valido solo per chi ha fede: che senso avrebbe per chi non ha fede, per chi non
crede a nessuna rivelazione divina? Mi pare, cioè, un discorso che non ha nulla
di "filosofico".
Un'osservazione pertinente. Tieni conto, comunque, che la cosiddetta "svolta" del filosofo tedesco Heidegger (che teologo non è) presenta una prospettiva del genere, la prospettiva dell'ascolto alla "rivelazione" dell’"essere".
Rahner è celebre anche per aver invitato a guardare con una nuova attenzione l'ateismo contemporaneo. Per lui esistono atei che vivono profondamente il messaggio evangelico dell'amore ai fratelli e vi sono credenti che vivono di fatto come se non fossero cristiani. Cosa ne dici?
Mi pare un'analisi corretta. Sotto questo profilo la chiesa cattolica dovrebbe
guardare con simpatia chi, ad esempio, in America Latina si batte con l'impegno
politico per la giustizia sociale, per la liberazione dei diseredati dal
bisogno anche se con una prospettiva atea: sono questi sicuramente più
cristiani di tanti baciabalaustre dell'Europa che dimostrano un’insensibilità
sociale che fa paura.
E' questa apertura che sarà fatta dal Concilio Vaticano II. Si tratta di un'apertura che, tuttavia, non tutti i cattolici hanno visto bene in quanto sembrava ridurre di fatto il Cristianesimo a semplice "amore per il prossimo".
La riflessione teologica degli ultimi decenni è ricchissima. Una figura di spicco - facciamo una breve fuga in campo protestante - è quella di Dietrich Bonhoeffer (tedesco, luterano, impiccato dai nazisti nel 1945 per essersi battuto contro il nazismo e per aver partecipato direttamente, anche se con un ruolo marginale, al complotto per l'attentato ad Hitler) che arriva a dire che finalmente si sono create le condizioni per una fede "matura”: grazie ai risultati della scienza, Dio non è più visto come "tappabuchi". Così, pure Dio, grazie alla crescita del tenore di vita, non è più visto come il "conforto" per la durezza della vita. Il mondo, in altre parole, è diventato "adulto": da qui una fede da adulti, una fede che non si fonda più sui bisogni e sulle debolezze dell'essere umano.
In concreto? Qual è questa fede adulta, matura? Per Bonhoeffer la fede va vissuta nella dimensione della "mondanità", nell'impegno totale in questo mondo. Per lui la dimensione squisitamente "religiosa" è parziale in quanto relega Dio in una posizione marginale rispetto alla vita concreta. Cosa ne dici?
Mi pare un discorso condivisibile. Una fuga dal mondo da parte del
cristiano non può che essere una fuga da Dio: come potrebbe essere cristiano
chi non dimostrasse nella vita concreta, nel rapporto con gli altri, il
messaggio divino dell'amore?
Un punto di vista legittimo. Vi è, però, chi ha visto in questo approccio un tentativo di mondanizzare il cristianesimo, di togliere cioè al cristianesimo il suo valore di "trascendenza".
Bonhoeffer ha lasciato una traccia profonda ispirando quella che viene chiamata la "teologia della speranza" (vedi in particolare Moltmann e Metz): speranza non solo nella redenzione spirituale, ma anche nella redenzione terrena, nella liberazione cioè degli uomini dalla fame, dall'ingiustizia sociale, speranza che si deve concretizzare nell'impegno e soprattutto nell'impegno "politico" "qui" e "ora, nella contestazione di ogni potere, nella coscienza critica di ogni società. Ed ha ispirato pure quella che si chiama la "teologia della liberazione" che ha come teorici Gustavo Gutierrez e Leonardo Boff, cattolici. Cosa ne dici?
Non mi convince la lettura "marxista" dei Vangeli: mi pare,
cioè, una forzatura - se non, addirittura,
una strumentalizzazione come quella di parte opposta - leggere i Vangeli
come un messaggio di liberazione umana, sociale, dall'ingiustizia, come un
messaggio di riscatto dalle iniquità. Che mi risulta il messaggio evangelico
non ha nulla a che fare col marxismo essendo un messaggio di liberazione
puramente "spirituale" che vale sia per i ricchi quanto per i poveri.
Una lettura legittima. E' un fatto che la Chiesa cattolica ha sconfessato la "teologia della liberazione”.
I teologi della liberazione - in un'area (l'America latina) in cui sono profonde le ingiustizie sociali ed in cui le condizioni di vita degli "ultimi" sono al limite della sopravvivenza - propongono, quindi, un modello di chiesa "dalla parte" dei diseredati, un modello di chiesa - elaborato all’interno di una specifica dottrina teologica - che la Chiesa cattolica ufficiale, tuttavia, ha condannato.
La stessa teologia cattolica - da quanto abbiamo detto - è segnata da divisioni interne. Vi è chi - vedi Uta Ranke-Einemann, teologa cattolica tedesca - arriva a negare non solo tutta la morale sessuale della Chiesa, ma anche un dogma consacrato della Chiesa cattolica: la verginità biologica della Madonna (vedi "Eunuchi per il regno dei cieli”, Rizzoli ). E vi è chi - vedi Hans Küng, teologo svizzero - arriva a dire (vedi le "Dieci tesi per il futuro della Chiesa e del Papato" apparse sul "Il Corriere della sera" del 27/10/1996), a proposito del papa Giovanni Paolo II: "Pieno di nostalgia per la sua vecchia patria, il capitano vuole riportare a tutti i costi la nave nel porto della medievale pseudosicurezza cattolica. Invece delle parole programmatiche del Concilio 'Aggiornamento-dialogo-collegialità-apertura ecumenica' egli ha dato le parole d'ordine 'Restaurazione-magistero-obbedienza-romanizzazione'. Sotto di lui la grande nave dovrebbe tornare ad essere una galera medievale di minorenni che, come nel periodo preconciliare, non hanno nulla da dire, ma devono soltanto obbedire, pregare e soffrire". Parole di fuoco. Cosa ne dici?
Non mi convincono per nulla: mi sembra disonesto parlare male di un Papa
– Papa Wojtyla - che ha avuto non solo un ruolo di primo piano nel crollo
dell'impero sovietico, ma che ha sempre predicato con forza i valori della
solidarietà, dell'amore, della pace, i diritti dei più deboli.
E' questa indubbiamente l'immagine più diffusa del Papa Giovanni Paolo II. Il teologo svizzero Küng - professore di teologia presso l'università tedesca di Tubinga - da tempo, invece, tuona contro il Papa sottolineando di lui degli aspetti che contrastano col ruolo della Chiesa quale è emerso dal Concilio Vaticano II.