Introduzione a Blaise Pascal[1]
L’UOMO? UN “MOSTRO” INCOMPRENSIBILE
ALLA RAGIONE UMANA!
Siamo in Francia. Blaise Pascal nasce nel 1623. Ci troviamo di fronte
ad un personaggio tutto da... godere, un personaggio anomalo, originale, che
presenta un approccio del tutto nuovo al “problema-mente” ed, in generale,
all’”enigma-uomo”. Enfant prodige, un grande matematico, un fisico che ad un
certo punto si tuffa nella fede cristiana. La filosofia razionalistica di
Cartesio non lo convince affatto. Pascal è consapevole che la ragione
cartesiana non è in grado di spiegare l'enigma dell'uomo, il mistero del mondo.
Ritiene, anzi, che la ragione tout court non abbia alcuna possibilità di
dipanare il mistero della vita dell'uomo. Perché mai la ragione cartesiana non
è in grado di spiegare l'uomo? Prova ad intuire la posizione di Pascal.
La ragione cartesiana, con le sue idee chiare e distinte, riduce l'uomo a
semplice pensiero, dimostrando, cioè, di non essere in grado di spiegare la
complessità dell'uomo; lo stesso corpo non ha alcuna possibilità di comunicare
con la mente.
E' vero che Cartesio
riduce l'uomo a mero pensiero (cogito). Col suo metodo, del resto, non avrebbe
avuto alcuna possibilità di andare oltre. O no?
E' proprio il metodo
cartesiano (il metodo razionalistico, deduttivo) che porta ad una vera e
propria incomprensione dell'uomo. Non solo perché non riesce a spiegare il mix
di corpo e anima, ma anche perché non riesce a dare un senso alla vita.
"Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi
trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa senza sapere perché sono
collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è
dato di vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di
tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà: così
scrive Pascal nel "Pensieri" (questa e le prossime citazioni sono
tratte da “Pascal, Pensieri, Arnoldo Mondadori Editore, 1982). L’uomo si sente
spaventosamente ignorante. La ragione cartesiana non gli viene per nulla
incontro. Da qui l'esigenza di seguire un'altra via, una via arazionale. Pascal
parla del “cuore”, di “esprit de finesse” (spirito di finezza) contro l’“esprit
de géometrie” (spirito di geometria)
di Cartesio.
Per Pascal l'approccio
geometrico (deduttivo tipico della geometria - approccio fatto proprio da
Cartesio -) non ha assolutamente alcuna possibilità di dare una risposta ai
perché esistenziali dell'uomo: cosa sono? da dove vengo? che senso ha la morte?
Ai problemi esistenziali si può rispondere, secondo Pascal, solo col... cuore,
cioè con un approccio intuitivo, col sentimento. Cosa ne dici?
Mi pare una atteggiamento tipico del deteriore romanticismo: stento a
capire come un grande matematico sia caduto così in basso rifugiandosi
nell'irrazionalità, nel sentimento.
Un'opinione legittima:
non è comunque solo Pascal a sostenere che la ragione (vuoi matematica, vuoi
filosofica, vuoi scientifica) non è in grado di rispondere agli interrogativi
esistenziali dell'uomo.
L'esprit de géometrie
non solo non è in grado di dare una risposta agli interrogativi esistenziali
dell'uomo (che poi sono quelli che contano), ma non è nemmeno in grado di
spiegare le fondamenta del sapere matematico-scientifico. Perché mai? Prova ad
intuire il motivo.
Immagino che Pascal sia in sintonia con Aristotele. Ogni sapere deve
partire da premesse non dimostrabili: se tutto, infatti, si dimostrasse, si
cadrebbe nel processo all'infinito.
E' così. Questo vale
sia per la matematica che per la scienza. La fisica, infatti, parte da concetti
primi quali lo spazio, il tempo, il moto... che non sono dimostrati, non sono
dedotti da altro, ma semplicemente intuiti. Questa, almeno, la convinzione del
matematico e fisico Pascal.
Per Pascal, quindi,
gli stessi principi della matematica e della scienza non sono spiegati dalla
ragione geometrica, ma posti alla base grazie al... cuore, all'intuizione,
all’esprit de finesse: intuiamo, ad
esempio, che i numeri sono infiniti. La ragione "scientifica",
inoltre, ha un altro limite: è limitata dall'esperienza (non ha quindi quel
potere assoluto che le conferisce la filosofia cartesiana). Ma cos'è, allora,
l'uomo come si presenta ad un approccio non razionalistico, cioè ad un
approccio da esprit de finesse? Per Pascal è un mix di miseria e di grandezza.
In che cosa starebbe la grandezza?
Nella ragione (non certo negli istinti!).
E' l'opinione di
Pascal: la grandezza dell'uomo sta nel "pensiero". Celebre l'immagine
di Pascal: l'uomo è una "canna", ma una canna... pensante: l'universo
potrebbe schiacciarlo, ma l'uomo sarebbe, comunque, ben superiore all'universo,
in quanto l'universo non saprebbe di schiacciare l'uomo, mentre l'uomo
"saprebbe" di essere schiacciato.
E' la consapevolezza che rende
grande l'uomo. E la miseria?
Immagino che Pascal, da buon giansenista, sottolinei la fragilità
dell'uomo, il suo essere, cioè, incline al peccato.
Pascal non manca, è
vero, di sottolineare la fragilità dell'uomo nel senso del suo essere incline
al male (sulla scia di S. Agostino, del protestantesimo e del giansenismo).
Rimarca con forza, però - tra l'altro -, anche l'impotenza del sapere umano.
Scaviamo. Per Pascal
la conoscenza umana è incapace di afferrare ciò che è estremo. “Troppo rumore
ci assorda, troppa luce ci abbaglia; l’eccessiva distanza e l’eccessiva
prossimità impediscono la vista… troppa verità c’intontisce (conosco taluni che
non riescono a capire che zero meno quattro resta zero)” - così scrive, tra
l'altro, Pascal nei "Pensieri". L'uomo è incapace di “conoscere con
piena certezza come ignorare in maniera assoluta”. L'uomo - aggiunge Pascal -
voga in un “vasto mare”, sospinto da un estremo all'altro, sempre incerto e
fluttuante. “Noi - aggiunge ancora – bruciamo dal desiderio di trovare un
assetto stabile e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi
all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola, e la terra si apre agli
abissi”.
L'uomo, per Pascal, è
tra due infiniti: l'”infinitamente grande” e “infinitamente piccolo”. E non è
in grado di conoscere né l'uno né altro. Come può conoscere il Tutto, dato che
è una parte? E come può conoscere le singole parti se non conosce il Tutto,
cioè tutte le concatenazioni che le singole parti hanno con tutte le altre
parti? Questo è quanto pensa Pascal. Tu cosa ne dici?
Mi sembra che Pascal sia eccessivamente pessimista: con il progresso
scientifico non si esplorano in continuazione parti prima inesplorate
dell'universo?
La tua è
un'osservazione pertinente in un'ottica scientifica. Tieni presente, tuttavia,
una possibile obiezione: per cogliere davvero una parte, non occorre avere
presente il tutto di cui la parte è parte?
Per Pascal i progressi
scientifici non saranno mai in grado di penetrare il Tutto: i risultati
scientifici, secondo Pascal, sono (e saranno) sempre incompleti, provvisori.
L'uomo, quindi, è strutturalmente incapace di comprendere l'infinitamente
grande. Come si potrebbe poi comprendere il nulla? Come si potrebbe comprendere
il principio e il termine dell'Universo? E le cose? Le cose si possono
comprendere? Per Pascal non si possono comprendere perfettamente, come non si
può comprendere perfettamente lo spirito. Perché mai? Secondo Pascal, perché
l'uomo è costituito sia dal corpo che dallo spirito, perché l'uomo, cioè, è un
mix di due nature opposte, mentre le cose materiali e lo spirito sono semplici
(non cioè composte di due nature opposte). Cosa ne dici?
Non mi convince. Lo dico, in particolare, sulla base delle scoperte
scientifiche: oggi sappiamo praticamente tutto sulla struttura e sulle forze
delle cose materiali.
La tua è un'ottica
scientifica. Se accettiamo, tuttavia, per buona la tesi di Pascal secondo cui
le scoperte scientifiche sono e saranno sempre incomplete e provvisorie, anche
le ricerche sulla struttura della materia non avranno mai fine e quindi... non
avremo mai la risposta definitiva. Non credi?
Per Pascal se l'uomo
fosse solo corpo non potrebbe “conoscere nulla di nulla”: è inconcepibile - per
lui - "l'ipotesi che la materia conosca se stessa". Ma noi non siamo
solo corpo, ma corpo e spirito e proprio per questo non siamo in grado di
conoscere perfettamente né le cose materiali né lo spirito. Sulla base di
quanto sai di Pascal, ritieni che abbia qualcosa di comune con Cartesio?
Certo: l'aver individuato il pensiero come la grandezza dell'uomo non può
che essere un motivo cartesiano.
Hai colto nel segno. Ma anche l'altro è un motivo cartesiano: spirito e
corpo sono due realtà eterogenee. Non sei d'accordo?
Per Pascal l'uomo ha
una sorta di posizione “mediana”: in mezzo all'infinitamente grande e all'infinitamente
piccolo, tra il Tutto e il nulla. Rispetto al nulla è un tutto, ed è un nulla
rispetto al Tutto. E l’uomo ha la posizione “mediana” non solo a livello di
conoscenza, ma di "essere". L'uomo è anche altro: insegue
perennemente la felicità senza mai raggiungerla ("Cerchiamo la felicità, e
non troviamo se non miseria e morte”). In ultima analisi l'uomo non è che un...
desiderio frustrato. Cosa ne dici?
Mi sento lontano dal pessimismo di Pascal: è vero che l'uomo non è mai
soddisfatto e cerca perennemente la felicità, ma questo non toglie che l'uomo
raggiunga la felicità, anche se poi, desidera ottenere nuove felicità.
Un'opinione
rispettabilissima. Ti consiglio di riflettere, comunque, anche sull'altra
opzione: il fatto che l'uomo insegua in continuazione la felicità vuol dire che
non vi è nulla in grado di soddisfarlo completamente.
Per Pascal, quindi,
l'uomo è insieme “grandezza” e “miseria”, è un essere, cioè, contraddittorio,
un "mostro incomprensibile”, “un paradosso di fronte a se stesso”, “giudice
di tutte le cose e debole verme della Terra”. I filosofi - dice Pascal - o
hanno visto solo la grandezza o solo la miseria. Gli uni (come gli stoici)
"hanno voluto rinunciare alle passioni, e diventare dei”; gli altri (gli
epicurei) "hanno voluto rinunciare alla ragione, e diventare bruti”. Cosa
intende dire Pascal?
Gli stoici hanno voluto diventare dei perché si sono posti come obiettivo
l'imperturbabilità tipica degli dei, mentre gli epicurei hanno voluto diventare
delle bestie in quanto hanno esaltato i piaceri carnali.
Gli stoici si pongono
come obiettivo quello dell'indifferenza ad ogni emozione (apatia). Dire, poi,
che gli epicurei esaltano i piaceri della carne non è corretto:
l'imperturbabilità epicurea è ben altro dalla corsa sfrenata ai piaceri
sensibili. E' un fatto, comunque, che qui Pascal legge gli epicurei secondo un
cliché tradizionale.
Gli stoici, secondo
Pascal, hanno voluto diventare dei rinunciando alle passioni e gli epicurei
hanno voluto diventare bruti rinunciando alla ragione, ma... non ci sono
riusciti: "La ragione sussiste pur sempre, e denuncia la bassezza e
l’ingiustizia delle passioni, turbando il sonno di coloro che ci si
abbandonano; e le passioni sono sempre vive in coloro che vogliono
rinunciarvi”.
"E' pericoloso -
aggiunge Pascal – mostrare troppo all’uomo quant’è simile ai bruti senza
mostrargli la sua grandezza” e viceversa. "Più pericoloso ancora,
lasciargli ignorare l’una e l’altra”. E ancora: se l'uomo "si esalta, lo
deprimo; se si abbassa, lo esalto, e sempre lo contraddico finché non comprenda
che è un mostro incomprensibile”. Cosa ne dici?
Condivido la tesi di Pascal: più l'uomo si sente grande, meno è
disponibile ad aprirsi a Dio (e senza il timore di Dio, l'uomo può commettere
nefandezze!); più l'uomo si sente misero, meno è disponibile ad aprirsi alla
speranza.
E' la convinzione di
Pascal: un eccesso di orgoglio dell'uomo impedisce all'uomo di aprirsi a Dio.
Più l'uomo si sente grande, meno è disponibile ad aprirsi a Dio.
L'uomo - riepiloghiamo
- è un mostro incomprensibile, è perennemente inquieto alla ricerca della
verità e della felicità senza mai raggiungerle, incapace di dare un senso
razionale al suo esistere, alle sue sofferenze, alla sua morte. Da qui la
diffusa tentazione di... fuggire da se stesso, di non pensare agli inquietanti
interrogativi, di... "divertirsi". "Gli uomini - scrive Pascal,
sempre nei "Pensieri" - , non avendo potuto guarire la morte, la
miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci”. E per
non pensare a se stesso, ai suoi interrogativi inquietanti, l'uomo tende a
tuffarsi in mille occupazioni (dal giuoco alla caccia alla guerra alle
cariche...). E' quello che Pascal chiama “divertissement” (distrazione, fuga da
sé).
Si tratta di
occupazioni (distrazioni) che non sono ricercate perché danno la felicità o
comunque dei beni (il denaro che si può vincere al gioco o la lepre che si
caccia, non verrebbero accettati se fossero offerti in dono), ma perché ci
distraggono, ci fanno fuggire da noi stessi, dalla nostra miseria. Cosa ne
dici?
Non mi convince un'analisi del genere: perché mai l'uomo dovrebbe
continuamente crogiolarsi nella sua miseria, nella sua disperazione, nei suoi
interrogativi sulla morte e sulla vita? Il divertissement mi pare un modo
saggio per poter vivere con equilibrio, serenamente, senza depressioni.
Un'opinione legittima.
Pascal vuole sottolineare che l'uomo è uomo - questa è la sua grandezza - in
quanto pensa, riflette sul proprio destino.
L'uomo, quindi, deve
avere il coraggio di riflettere sul suo destino, di ricercare il senso del suo
esistere come della sua morte. Riesce a trovare questo senso? Per Pascal solo
il Cristianesimo è in grado di dare una risposta all'enigma-uomo. Da qui la sua
celebre immagine secondo cui l'unico modo di fare filosofia è “beffarsi della
filosofia”
A CREDERE IN
DIO C’E’ TUTTO
DA GUADAGNARE.
O NO?
Pascal è un personaggio anomalo, un genio matematico prestato alla fede
religiosa. Nei "Pensieri" - una nuova apologetica del cristianesimo -
presenta un'originale via di accesso a Dio. Una premessa: lui non è per nulla
convinto delle prove razionali dei filosofi. Perché mai? Prova ad intuirne la
ragione.
Ci provo: il Dio dei filosofi
è freddo e non risponde per nulla ai bisogni dell'uomo.
E' l'opinione di Pascal: secondo lui solo il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe - il Dio, cioè, della Bibbia - è in grado di dare una risposta ai bisogni, aspirazioni dell'uomo.
Pascal è uno dei più radicali critici di Cartesio (anche se non lo
boccia in toto), anche per quanto riguarda la sua concezione di Dio. Qual è
questa concezione di Dio di Cartesio?
Dio è visto da Cartesio come il garante dell'evidenza, oltre che come il garante - in quanto non può ingannare - dell'esistenza del mondo.
E' sostanzialmente vero quanto dici: Cartesio, però, ti direbbe, per
quanto riguarda il primo punto, che Dio non è il garante della verità, ma della
permanenza della verità. Pascal, comunque, sottolinea ironicamente l'altro
ruolo del Dio cartesiano: per Pascal Cartesio ha concepito un Dio che si limita
a dare un colpetto alla macchina del mondo per poi non interessarsene più.
Pascal non è convinto neanche dal Dio degli scienziati: come l'uomo non sa cosa fare del dio Motore Immobile di Aristotele, così l'uomo non sa cosa fare di un Dio Geometra, di un Dio Ordinatore, di un Dio autore delle leggi armoniche dell'universo e neanche di un Dio che svolge il ruolo di dare la spintarella iniziale alla macchina del mondo. Come, allora, arrivare a Dio? Proviamo a partire dalla "natura": la natura presenta... segni divini?
A quanto mi risulta no: lo prova il fatto che esistono scienziati che nell'universo vedono Dio ed altri che non lo vedono affatto.
E' quanto sostiene Pascal. Per lui Dio è NASCOSTO. O meglio per lui
è nascosto e manifesto insieme: non si svela - nella natura - a chi non lo
cerca, mentre si svela a chi lo cerca.
Per Pascal l'armonia della natura (le leggi scientifiche che denotano un ordine necessario, eterno nell'universo) non prova di per sé l'esistenza di un Dio creatore. Solo chi già CREDE in Dio vede nell'ordine dell'universo la prova che c'è Dio. Dio, per Pascal, si manifesta a coloro che lo cercano col cuore e si nasconde a coloro che non lo cercano sinceramente. Cosa ne dici?
E' una tesi che mi sconcerta: chi cerca sinceramente, col cuore, Dio, non è affatto detto che lo trovi, così come non è affatto detto che chi non ha trovato Dio non l'abbia cercato.
E' un'osservazione legittima. Pascal, tuttavia, è convinto che Dio può
essere trovato solo da chi lo cerca andando ben oltre le ragioni puramente
logiche.
Se Dio fosse del tutto manifesto, chi crede non avrebbe alcun merito:
questo, sostanzialmente, il discorso di Pascal (anche se non esplicito).
D'altra parte, però, Pascal afferma, sulla scia di S. Agostino, che la fede è
"un dono di Dio”. Cosa ne dici?
Mi pare che Pascal cada in contraddizione: o la fede è una conquista dell'uomo, una sua scelta, un incontro con Dio frutto di una ricerca intensa oppure è un dono di Dio (una dono gratuito che non ha bisogno di alcun contributo da parte dell'uomo).
Pascal cerca di conciliare le opposte tesi - la fede frutto del libero
arbitrio e la fede come dono di Dio -, ma, indubbiamente, la sua posizione
rimane sostanzialmente non chiara: vi sono pensieri che mettono in forte
evidenza la scelta da parte di Dio di pochi "eletti" (si tratta di
pensieri che avvicinano Pascal più al calvinismo che alla chiesa cattolica).
La natura - riprendiamo - non conduce tout court a Dio. Ma... non vi
sono argomentazioni razionali in grado di dimostrare l'esistenza di Dio? In
base a quanto hai scoperto di Pascal, quale potrebbe essere la sua riposta a
tale interrogativo?
Immagino che dica che tali argomentazioni conducono solo a un Dio freddo, che non dice nulla all'uomo.
E' così. Per Pascal se si usa la ragione, si incontra solo un Dio
freddo; un Dio che parla all'uomo lo si può incontrare solo secondo una via non
razionale.
Per Pascal non solo se si usa la ragione si arriva ad un Dio freddo, ma con la ragione non si riesce ad avere mai in mano una prova certa né che Dio esiste, né che Dio non esiste. Perché mai? Prova ad intuire il motivo di Pascal.
Immagino che per Pascal Dio sia inaccessibile all'uomo perché è spirito, quindi non sperimentabile.
Pascal considera Dio inaccessibile non solo perché privo di estensione
(la concezione cartesiana di materia), ma anche di alcun limite (Dio è
infinito).
Per Pascal l'uomo è un mix di spirito e di corpo e, proprio in quanto
mix, non è in grado di comprendere né la natura dei corpi né la natura dello
spirito. Pascal sottolinea il fatto che Dio, oltre ad essere privo di
estensione (materia), è senza limiti, infinito.
Dio, in quanto essenzialmente infinito, non può - per Pascal -
essere compreso dall'uomo che è finito. Cosa ne dici?
Non mi convince. La matematica parla - eccome - di infinito: e come potrebbe parlarne se l'infinito non fosse comprensibile dall'uomo?
E' vero. Lo sottolinea, naturalmente, il matematico Pascal che
aggiunge: noi sappiamo dell’"esistenza” di tale infinito (è certo che i
numeri sono infiniti), ma non sappiamo nulla della sua "natura". Di
Dio - dice Pascal - noi non conosciamo
né l'esistenza, né la natura.
Per Pascal tra l'uomo e Dio vi è un abisso. Un abisso incolmabile
dalla ragione umana. Per lui non esistono né possono esistere prove certe né in
un senso in un altro (che Dio esiste o che Dio non esiste). Da qui l'argomento
della SCOMMESSA ("pari” in francese). Si tratta di un argomento, a
dire il vero, che lui usa per un interlocutore particolare: non chi già crede,
non l'ateo, ma chi è fondamentalmente incerto (aperto alla prospettiva della
fede, ma incapace di fare il salto).
Si tratta di un argomento utilitaristico: conviene SCOMMETTERE
(tra... testa e croce) che Dio esiste. Questo il discorso di Pascal. In che
senso è conveniente tale scommessa?
Non vedo alcuna convenienza: se Dio non ci fosse, infatti, si perderebbe l'unica vita che esiste (i suoi piaceri, le sue gioie).
La tua opinione è rispettabilissima. Pascal, tuttavia, non è di questa
opinione: per lui se si vince (se cioè si punta sull'esistenza di Dio e poi Dio esiste davvero), SI
GUADAGNA TUTTO, se invece si perde
NON SI PERDE NULLA. Perché mai
non si perderebbe nulla se ci si comportasse come se Dio ci fosse, nell'ipotesi
che Dio poi risultasse non esistente?
Non vedo perché si perderebbe nulla: se ci si comportasse come se Dio esistesse, si sarebbe soggetti a regole morali, in altre parole, si dovrebbe rinunciare a dei piaceri (almeno quei piaceri che la Chiesa proibisce).
E' vero che occorrerebbe rinunciare agli istinti o meglio a dei piaceri
che le leggi divine proibiscono, ma è anche vero che il sottomettere gli
istinti, vivere in modo onesto, essere altruisti, riconoscenti, sinceri, non
possono che produrre piacere (il piacere di essere onesti...).
Ti propongo una riflessione personalissima: secondo te
(prescindendo, se vuoi, dal discorso di Pascal), si vivrebbe meglio nell'ottica
dell'esistenza di Dio, oppure viceversa?
Secondo me una vita vissuta nella credenza che Dio esiste è di gran lunga più gratificante della vita vissuta in una prospettiva atea: solo l'idea di Dio (anche se Dio non esistesse) è in grado di... confortarci nei momenti difficili - tanti - della nostra vita.
E' un'opinione rispettabilissima: avere un conforto nei momenti
difficili della vita potrebbe essere considerato preferibile ad una vita non
regolata da leggi divine. Ti si potrebbe obiettare, però, che la tua è
un’ottica meramente utilitaristica: che onestà intellettuale avrebbe l'uomo che
dovesse fare una scelta così importante per un motivo di convenienza?
Ti propongo un'ulteriore riflessione: non potrebbe essere più
gratificante vivere come se Dio non esistesse?
Forse sì: chi ha il coraggio di affrontare anche i momenti più difficili della vita senza rifugiarsi nel conforto di Dio, dovrebbe avere una grande gratificazione interiore, la gratificazione che nasce dal coraggio di vivere senza conforto.
Senti: non ti sembra “masochista” la tua posizione? Non arrivi a
teorizzare il piacere della sofferenza?
Macché masochista! Io teorizzo il coraggio di vivere senza rifugi, puntelli!
Riprendiamo Pascal. Pascal sa benissimo che nella scommessa si
scommette qualcosa che è incerto (se ci fossero certezze, non ci sarebbe
bisogno di alcuna scommessa). La scelta è quindi un rischio. Ma per lui vale la
pena scommettere nell'esistenza di Dio ("se vincete, guadagnate tutto; se
perdete, non perdete nulla"). Non riesce, tuttavia, a convincere
l'interlocutore che ritiene sia un ERRORE SCOMMETTERE.
L'interlocutore, cioè, ritiene che la scelta giusta da fare -
considerato che non vi sono prove certe né in un senso né in un altro - sia
quella di NON SCEGLIERE. Un argomento che Pascal boccia: IL FAUT PARIER
(bisogna scommettere). Cosa ne dici?
Mi sento in sintonia con l'interlocutore: mi sembra, cioè, più che legittima la scelta di non scegliere, la scelta cioè dell'... agnosticismo (la ritengo la scelta intellettualmente più onesta).
Un'opinione, la tua, condivisa da molti: oggi l'agnosticismo -
l'atteggiamento di chi non si pronuncia, di chi confessa la propria ignoranza,
di chi ritiene che il problema non sia risolvibile - è molto diffuso.
E’
impossibile la via “agnostica”?
Pascal così dice testualmente: "SI', MA SCOMMETTERE BISOGNA: NON
E' UNA COSA CHE DIPENDE DAL VOSTRO VOLERE, CI SIETE IMPEGNATO. Dopo
l'esposizione dell'argomento della convenienza, l'interlocutore, non convinto,
chiede se si può conoscere cosa c'è sotto il giuoco. Pascal risponde di sì: si
tratta della Sacra Scrittura. Ma l’interlocutore sostiene che ha le "mani
legate", la "bocca muta", che cioè non se la sente di credere.
Sai cosa gli propone Pascal? Di comportarsi come un credente, cioè far
dire messe, prendere l'acqua benedetta... Cosa ne dici?
Mi sembra una proposta insensata: come si potrebbe chiedere a un non credente di... pregare? Per pregare, occorre credere!
La tua è un'opinione rispettabile. Pascal vuole dire che per arrivare
al grande salto della fede, occorre umiliarsi, dominare il proprio orgoglio.
Pregare, mettersi in ginocchio... significa per Pascal mortificare
il proprio orgoglio che è una condizione fondamentale per arrivare al salto
della fede. S. Agostino diceva che per conoscere bisogna amare. Pascal
sostiene una tesi simile: per conoscere, incontrare Dio, occorre metterci nella
disponibilità d'animo (solo abbassando la nostra... cresta, vincendo le nostre
passioni, siamo in grado di aprirci all'Altro).
Per Pascal, infine, solo la fede (la fede cristiana) è in grado di
dipanare l'enigma-uomo (quello che lui chiama un... mostro incomprensibile).
Perché mai?
Immagino che il Cristianesimo riesca a spiegare la miseria dell'uomo con il peccato originale.
E' quanto pensa Pascal: l'uomo è figlio di Dio (è un... re), ma un
re... decaduto grazie al peccato originale e, in seguito alla salvezza offerta
da Gesù Cristo, può tornare grande.
Se ti interessa leggere qualche pagina di due autori contemporanei,
molto diversi tra loro (uno credente e l’altro no), ti propongo, come credente,
Vittorio Messori, "IPOTESI SU GESU'" (Ed. SEI, 1976 - ha avuto
numerosissime edizioni ed è stato tradotto in moltissime lingue - ). Ti suggerisco
di leggere il secondo capitolo "un Dio nascosto e scomodo" (da pag.
31 a pag 52). Per quanto riguarda uno scrittore ateo, ti propongo Giuseppe
Prezzolini, "DIO E' UN RISCHIO" (ED. Rusconi, 1979). Se desideri
solo alcuni stralci di impostazione, appunto, pascaliana, vedi Armando
Torno, "SENZA DIO?" (Ed. Mondadori, 1995) a pag. 243.
[1] Nasce a Clermont nel 1623 da
famiglia nobile. Il padre, magistrato, è ricco di interessi culturali, in
particolare di tipo scientifico-matematico. E' il padre che lo inserisce fin da
giovanissimo nel cenacolo culturale che fa capo a padre Mersenne. Appena
sedicenne, scrive un saggio in cui espone quello che oggi è conosciuto come il
"teorema di Pascal" (ha come oggetto l'esagono iscritto in una
conica). Non ha ancora vent'anni che inventa la "pascaline", vale a
dire una macchina calcolatrice in grado di eseguire il riporto automatico (lo
scopo: agevolare i conti di suo padre relativi alla distribuzione delle tasse
in Normandia). Si occupa del vuoto confermando l'esperimento di Torricelli.
Formula il cosiddetto "principio di Pascal" sulla trasmissione
uniforme della pressione in ogni direzione che si registra all'interno dei
fluidi. Nel 1646 incontra esponenti del giansenismo che lo conquistano. Da
questo momento vuole abbandonare le scienze esatte per dedicarsi a studiare
l'uomo. Non le abbandonerà, però, del tutto: nel 1654 scrive al celebre
matematico Fermat una lettera di grande importanza sul calcolo delle
probabilità. Nello stesso anno - la notte del 23 novembre - vive un momento
intensissimo di misticismo che racconterà nel "Memoriale", un
foglietto che tiene cucito sotto la fodera della sua giacca fino alla
morte. Esplosa la polemica tra gesuiti
e giansenisti, Pascal prende le difese di questi ultimi con diciotto lettere,
le cosiddette "Provinciali" che vengono subito inserite nell'Indice
dei libri proibiti. Il suo capolavoro incompiuto: i "Pensieri" (una
serie di appunti in difesa del Cristianesimo). Tormentato da una malattia
(disfunzioni gravi dello stomaco e dell'intestino) fin da giovane muore a soli
39 anni, nel 1662.