Introduzione a Kant[1]

 

LA SCIENZA? NON PUO’ FONDARSI

ESCLUSIVAMENTE SULL’ESPERIENZA.

 

Per Hume (e per Leibniz) – come abbiamo detto – le proposizioni matematiche sono tautologiche: da qui il loro carattere di necessità. Non tutti, però, sono d’accordo. Ad esempio, Kant. Iniziamo dal suo lessico. Egli chiama quelle che Leibniz denominava "verità di ragione" e Hume "relazioni tra idee" (relation of ideas) “giudizi analitici a priori”, mentre chiama le cosiddette "verità di fatto" o relazioni tra fatti “giudizi sintetici a posteriori”. Nei giudizi analitici a priori basta “analizzare” il soggetto per coglierne il predicato (il predicato è contenuto, quindi, nel soggetto). Si chiamano, invece, "sintetici" i giudizi sintetici perché in essi il predicato non è contenuto nel soggetto, ma è unito al soggetto attraverso una... sintesi. Qualche esempio? I “corpi sono estesi”: che giudizio è?

Un giudizio analitico a priori: l'estensione, infatti, è contenuta nel concetto di corpo!

E' questa la convinzione di Kant che prende per buona la tesi cartesiana secondo cui la materia è, nella sua oggettività, estensione.

Il nesso tra "estesi" e "corpi" è un nesso necessario perché "estesi" è contenuto in "corpi" (nel senso che i corpi - nella concezione cartesiana fatta propria da Kant - sono, nella loro natura oggettiva, estensione). Si tratta, quindi, di un "nesso" che è a priori: lo conosciamo, cioè, non sulla base di una verifica dell'esperienza, ma a priori. Giudizio sintetico a posteriori, invece, è la proposizione “i corpi sono pesanti”. Perché?

Perché l'idea di pesantezza non è contenuta nell'idea di corpi (cioè nell'idea di estensione), ma deriva dalla nostra esperienza.

E' quanto pensa Kant: per dire che un corpo è pesante, hai bisogno di ricorrere all'esperienza. La "pesantezza", cioè, non è derivabile dalla definizione di "corpo".

Che i corpi siano pesanti risulta, per Kant, dall'esperienza (non è deducibile dalla definizione di corpo). Ti propongo un altro esempio: “questo maglione è rosso”. Che giudizio è?

E' ovvio che sia... sintetico a posteriori: come farei a dire che questo maglione è rosso, se non mi basassi sull'esperienza?

Che questo maglione sia rosso lo si desume, ovviamente, dall'esperienza.

I giudizi analitici a priori, per Kant, hanno come caratteristiche la “necessità” e l’”universalità”, ma non dicono “nulla di nuovo” (sono “tautologici”), mentre quelli sintetici non hanno nulla di necessario e di universale, ma si caratterizzano per la “novità” (l'arricchimento) rappresentata dal predicato rispetto al soggetto. Prendiamo in considerazione una proposizione matematica: la “somma degli angoli interni equivale ad un angolo piatto”. Che tipo di giudizio e'?

Immagino sia a priori: il triangolo in questione, infatti, non è un triangolo particolare, ma "il" triangolo, il triangolo, cioè, come... modello platonico.

E' vero che noi trattiamo il triangolo prescindendo da qualsiasi triangolo particolare (tu parli di "modello platonico" in modo pertinente). Parliamo ora del nesso tra predicato e soggetto: si tratta di un predicato che è già incluso nel soggetto, oppure si tratta di un arricchimento rispetto al soggetto? Per Kant non si tratta di una semplice proposizione tautologica.

Per Kant la proposizione "la somma degli angoli interni di un triangolo equivale a un angolo piatto, non è per nulla tautologica. Sotto questo profilo è... sintetica. Ha tuttavia le stesse caratteristiche di una proposizione analitica: la necessità, cioè, e l'universalità. Siamo di fronte, quindi, ad una proposizione che non rientra né nella categoria delle semplici proposizioni analitiche, né nella categoria dei semplici giudizi sintetici. Si tratta, cioè, di un giudizio sintetico a priori! Prendiamo in considerazione un altro esempio: 3+5=8. Che tipo di giudizio è?

Chiaramente analitico a priori (l'abbiamo detto un sacco di volte che si tratta di una proposizione tautologica): come non può non essere a priori una proposizione in cui il predicato "8" è palesemente incluso nel soggetto "3+5"?

Per Kant, contrariamente a quanto avevano detto, tra gli altri, Leibniz e Hume, tale proposizione non è per nulla analitica, in quanto il predicato costituisce un arricchimento rispetto al soggetto.

Siamo di fronte, quindi, ad una svolta significativa: le proposizioni delle matematiche sono sia analitiche (e quindi hanno come caratteristiche di essere necessarie ed universali) che sintetiche (cioè rappresentano un arricchimento rispetto alla definizione di soggetto). La necessità e l'universalità - abbiamo detto - non derivano dall'esperienza, mentre la novità deriva dall'esperienza. Da dove derivano allora la necessità e l'universalità?

Se non derivano dall'esperienza, vuol dire che sono a priori.

Non vi è alcuna scappatoia. Si tratta, cioè - così almeno pare - di una conseguenza obbligata: se non derivano dall'esperienza, vuol dire che sono a priori.

Il "problema" che si presenta è il seguente: com’è che noi conosciamo le proposizioni matematiche? Quali sono, cioè, le condizioni che rendono possibile la conoscenza di tali proposizioni? Kant ha una prima fase "razionalista", ma poi viene... svegliato dal sonno dogmatico (l'immagine è sua) da Hume: la necessità non deriva dall'esperienza. La soluzione non può che essere, dunque, che in una sorta di “innatismo”

Scaviamo. Prendiamo in considerazione la “conoscenza sensibile”. Il problema di cercare che cosa rende possibile la conoscenza, per Kant, riguarda non solo la conoscenza matematica, ma anche la conoscenza sensibile. Cioè? Prova ad intuire!

Ci provo. La conoscenza sensibile richiede una spiegazione in quanto noi, nel momento in cui percepiamo un oggetto (immagine) sensibile, noi facciamo ricorso ad uno schema mentale: come farei a dire che questo è un albero, se non avessi l'idea di albero?

Per Kant, come per Platone, la nostra conoscenza sensibile presuppone una sorta di innatismo. La soluzione kantiana però - come vedremo subito - non coincide con quella di Platone.

Procediamo lentamente. Ci stiamo addentrando, indubbiamente, in un discorso che diventa sempre più sottile. Ti raccomando: devi pensare, anche se ti costa! Per Kant noi non potremmo percepire alcun oggetto sensibile senza il tempo e lo spazio. Cosa vorrà dire?

Immagino che voglia dire che non potremmo percepire un oggetto sensibile senza collocarlo in uno spazio e in un tempo.

E' così: come potremmo percepire un oggetto senza "spazializzarlo" e "temporalizzarlo"? Come potremmo, cioè, percepire un oggetto al di fuori di ogni spazio e di ogni tempo?

Per Kant "spazio" e "tempo" sono schemi a priori, che non derivano cioè dall'esperienza. Tu cosa ne dici?

Mi pare paradossale: non è necessario scomodare la psicologia - tanto è evidente - per dimostrare che il bambino i concetti di spazio e tempo li apprende dall'esperienza!

Per Kant è evidente il contrario: se spazio e tempo non fossero presupposti alla percezione sensibile, non potremmo spazializzare e temporalizzare gli oggetti percepiti.

Sviluppiamo l'analisi. Per Kant lo spazio e il tempo sono schemi a priori. Forse tu avverti delle perplessità ad accettare una tesi del genere. Per te forse un'esperienza originaria (quella del bambino) da cui sono state acquisite le idee di spazio e tempo, c'è stata. E' così?

Certo: mi sembra poco rigoroso (lo dico dopo aver appreso il rigore di Hume, maestro di Kant), rifugiarsi nell'innatismo.

Kant, invece, ritiene poco rigorosa la tesi secondo cui spazio e tempo derivano dall'esperienza in quanto se fosse così, io avrei percepito in tale esperienza originaria degli oggetti sensibili senza nessun collocamento nello spazio e nel tempo, il che è letteralmente impossibile.

Spazio e tempo sono per Kant delle “forme” (non dei contenuti), delle “modalità” con cui la percezione sensibile percepisce i contenuti (gli oggetti sensibili). Si tratta di modalità di organizzazione del materiale sensibile che viene percepito: spazio e tempo, in altre parole organizzano gli oggetti percepiti.

Sono chiamate forme “pure”, in quanto sono “a priori”. Lo spazio è la forma a priori del “senso esterno”: attraverso esso noi “unifichiamo il molteplice sensibile” secondo l’“ordine” della coesistenza delle cose (le cose, cioè, vengono disposte l'una “accanto” all'altra). Il tempo è la forma pura del “senso interno”: è esso che unifica i nostri stati d'animo secondo l'ordine della “successione” (gli stati d'animo vengono disposti l'uno “dopo” l'altro).

Stai seguendo? Sia chiaro: nulla di... trascendentale (occorre solo concentrarsi un po’). Pardon: nella accezione di Kant le forme sono proprio chiamate “trascendentali”, cioè a priori. Fermiamoci un attimo: cosa ne dici?

Fatico un po' a seguire il discorso di Kant. Io ho una mentalità scientifica e per me - seguace di Newton - lo spazio e il tempo hanno una realtà oggettiva, assoluta: che senso avrebbe ad esempio il principio di inerzia se non in riferimento ad uno spazio e ad un tempo assoluti?

L'analisi dell'empirismo non ti ha fatto crollare l'idea di uno spazio e di un tempo assoluti?

Kant nega che gli schemi di spazio e tempo derivino direttamente o indirettamente dall'esperienza (per Locke le idee di spazio e tempo, in quanto complesse, non sono altro che la rielaborazione  delle idee semplici di distanza e di durata), ma nega pure il carattere oggettivo che gli attribuiva Newton: se spazio e tempo - si domanda Kant - fossero dei recipienti vuoti che esistono in sé, come farebbero ad esistere se non vi fossero in essi degli oggetti reali? Questo significa che lo spazio e il tempo kantiani perdono il carattere “assoluto” che attribuiva loro Newton?

Mi pare ovvio: come farebbero a mantenere il carattere di assolutezza (assoluto è il contrario di relativo), se tempo e spazio sono pure modalità di funzionamento delle nostre percezioni sensibili?

Per Kant, invece, considerato che tali schemi sono modi di funzionamento del percepire sensibile di ogni uomo, hanno un carattere di universalità e quindi di assolutezza.

Spazio e tempo sono, sì, modalità del percepire, funzioni a priori (e quindi soggettive), ma sono di fatto “oggettive”, nel senso che, essendo comuni a tutti gli uomini, non sono relative, ma assolute, non sono soggettive, ma oggettive. Procediamo. Spazio e tempo conferiscono un ordine al molteplice sensibile. Il molteplice sensibile viene chiamato da Kant materia. La conoscenza, per Kant, è una sintesi di forme a priori e materia (contenuto sensibile). La conoscenza sensibile, quindi, non è che il risultato dell'unificazione del molteplice sensibile ad opera delle funzioni di spazio e tempo. Cosa ne dici?

Mi rifiuto di pensare che l'ordine non ci sia nelle cose, ma sia dato dalla modalità con cui noi percepiamo gli oggetti. In questo modo si cadrebbe nel soggettivismo più radicale: se gli oggetti sensibili sono colti in base a schemi mentali soggettivi, tutto diventa un... sogno, anche se comune a tutti.

Il discorso di Kant è, indubbiamente,... rivoluzionario, nel senso che rivoluziona la nostra convinzione comune. E' legittima, quindi, la tua reazione. Questo, ovviamente, non significa che Kant abbia ragione. Per ora mi interessa che tu lo comprenda bene.

Kant parla della sua svolta come di una “rivoluzione copernicana”: per lui non è più il “soggetto” che si adegua all'oggetto (che ne è lo specchio), ma è l’“oggetto” che si adegua al “soggetto”.

E' la mente umana, quindi, che conferisce un “ordine” al caos delle informazioni che provengono dai sensi. E' come se noi guardassimo le cose sulla base di lenti colorate: tutti vedono azzurro, tutti vedono, fuori metafora, un molteplice sensibile ordinato. Oppure è come se le informazioni sensibili venissero colte e rielaborate da programmi fissi, immutabili: gli schemi di spazio e tempo sarebbero quindi una sorta di software uguale in tutti.

Torniamo alle nostre proposizioni matematiche. Per Kant sono - come abbiamo detto - sintetiche a priori. Ad esempio l’"8” non è una semplice ripetizione del soggetto "3+5", ma il risultato di un'operazione, dell'addizione, appunto: si tratta di un giudizio che arricchisce il soggetto e nello stesso tempo di un giudizio in cui il nesso tra predicato e soggetto è necessario e universale.

Le proposizioni analitiche si fondano sul principio di identità (sono tautologiche, no?) mentre quelle sintetiche si fondano sull'esperienza (da qui il loro essere... feconde, ma anche il loro non essere né necessarie né universali). E le proposizioni sintetiche a priori? Su cosa si fondano? Quali sono le condizioni che le rendono possibili?

Immagino che si fondino e sul principio di identità e sull'esperienza.

Come fanno a fondarsi sul principio di identità (A=A) se in tali proposizioni il predicato non ripete il soggetto? Ti ricordi - no? - che nelle proposizioni sintetiche a priori il predicato non è contenuto nel soggetto?

Su che cosa si fondano, allora, tali proposizioni? Scorporiamo i due tipi di proposizione: su cosa si fondano le proposizioni della geometria, ad esempio "la linea retta è la più breve tra due punti"?

Ah! Adesso, sì, che l'ho intuito: si tratta della forma a priori dello "spazio".

E' la convinzione di Kant: è solo lo schema a priori dello spazio che ci consente di connettere la "linea più breve tra due punti" con il concetto di "retta".

Ripetiamo: "la linea più breve tra due punti" non è inclusa nel concetto di "retta" per cui la proposizione non si fonda sul principio di identità. Cosa fonda la connessione (una connessione necessaria)? Per Kant si tratta della funzione unificatrice del molteplice che è la forma a priori di spazio, una forma comune a tutti gli uomini. Da qui l'universalità e la necessità. Prendiamo ora in considerazione un esempio dell'aritmetica. Cos'è che fonda "3+5=8"?

A questo punto del discorso la risposta è ovvia. Si tratta della funzione a priori del tempo: l'addizione - vedi il conto sul pallottoliere - non è mettere insieme una dopo l'altra le unità?

E' la convinzione di Kant: l’addizione si fonda sullo schema mentale del "tempo" (si associano una "dopo" l'altra delle unità...).

"3+5=8", ripetiamo, per Kant non è una proposizione analitica in quanto l’"8" non è incluso nel soggetto "3+5", ma risultato di un'operazione. Non si tratta, dunque, di una proposizione fondata sul principio di identità. Su cosa si fonda allora la connessione necessaria? Per Kant sulla funzione unificatrice del tempo (che associa uno "dopo" l'altro i numeri). A questo punto siamo in grado, allora, di rispondere ad un quesito fondamentale: su cosa si fonda il fatto che le proposizioni matematiche hanno una connessione necessaria e quindi sono universalmente accettate? La ragione, infatti, sta...

nelle funzioni a priori di spazio e tempo: proprio perché sono a priori, proprio perché non derivano dall'esperienza, proprio perché sono modalità del conoscere della mente umana in quanto mente umana non possono che conferire necessità ed universalità a dette proposizioni.

Hai colto perfettamente il senso del discorso di Kant (del resto scontato, dopo quello che abbiamo detto sopra): l'universalità delle matematiche si basa sulle funzioni a priori dello spazio e del tempo.

Kant parte dalla convinzione che la matematica sia un sapere assoluto e nello stesso tempo un sapere non tautologico, ma fecondo. Da qui, allora, tutto il percorso che abbiamo fatto insieme, percorso teso a dare un “fondamento” a tale sapere. Ora tale fondamento l'abbiamo trovato. Cosa ne dici?

Kant - mi pare di capire - ha fatto uno sforzo gigantesco, ma del tutto inutile, in quanto è partito da un “presupposto” sbagliato, il presupposto che la matematica sia un sapere assolutamente vero.

Sarà stato inutile, come dici tu, ma credo che tu non possa negare che qualsiasi riflessione è ... storica, parte cioè dai problemi dell'epoca in cui si vive.

Kant parte dalla convinzione che la scienza newtoniana sia ... “la scienza”, che sia, cioè, il sapere vero, un sapere che ha come oggetto leggi necessarie, immutabili, eterne, leggi che non sono proposizioni semplicemente tautologiche, ma “sintetiche a priori”. Cosa ne dici?

Dico quanto ho detto prima a proposito della matematica. Kant parte da un presupposto sbagliato: è noto a tutti che le teorie scientifiche, oggi, hanno perso il carattere di assolutezza di un tempo e sono considerate delle congetture destinate prima o poi ad essere sostituite da altre.

Una critica - in chiave teoretica (non in chiave storica) - condivisibile: la scienza oggi ha perso quel carattere di "assolutezza" che aveva al tempo di Kant.

Riprendiamo il discorso, dopo la parentesi "critica". Per Kant - in questo in sintonia con la cultura del tempo (l'illuminismo, in primo luogo) - la scienza presenta insieme i caratteri di “necessità” e “universalità” da una parte e di “novità” dall'altra: le leggi scientifiche, cioè, hanno un valore assoluto e nello stesso tempo non sono mere tautologie in quanto arricchiscono la nostra conoscenza. Da qui, allora, il problema: su cosa si fondano la necessità e l'universalità delle leggi scientifiche?

A questo punto del discorso la risposta mi pare scontata: necessità e universalità sono schemi a priori.

E' la risposta di Kant: necessità e universalità sono "forme pure", forme, cioè, che non derivano dall'esperienza. In altre parole sono forme a "priori".

In concreto in che senso necessità ed universalità sono forme a priori?

Nel senso che a collegare in modo necessario (e quindi universale), ad esempio, il fumo al fuoco è la mente umana.

E' quanto pensa Kant: è la nostra mente che conferisce un ordine immutabile ai fenomeni (ad esempio tra fuoco e fumo), un ordine che non è dato dall'esperienza.

E' la mente umana che conferisce l'”ordine” ai fenomeni, un ordine “immutabile”, “necessario” (fuoco e fumo, determinate condizioni di temperatura e di pressione e il vento...). Per Hume la necessità, come sai, è il prodotto di una credenza, a sua volta prodotto dell'abitudine a vedere concomitanti certi fenomeni. Per Hume, quindi, le leggi scientifiche sono, in ultima analisi, il prodotto della credenza e quindi solo... probabili.

Kant condivide l'analisi di Hume secondo cui la necessità non deriva dall'esperienza (anche miliardi di fatti, di concomitanze, non fanno una necessità), ma nel contempo non segue Hume nel suo scetticismo. Per lui - ripetiamo - le leggi scoperte da Newton sono le leggi scientifiche, hanno cioè un valore assoluto, non solo probabile. Da qui la sua soluzione: la connessione necessaria tra fenomeni è data dalla mente umana. Cosa ne dici?

Mi sento più in sintonia con Hume che con Kant: mi pare, infatti, più credibile una scienza che presenta delle leggi probabili che una scienza il cui valore assoluto è imposto dalla mente umana.

Okay. Tieni conto, tuttavia, che per la cultura del tempo (l'Illuminismo) le leggi scientifiche scoperte da Newton erano considerate aventi un valore assoluto: da qui la soluzione di Kant.

E' la mente umana che connette i fenomeni in modo necessario: da qui l'universalità della legge. Lo stesso discorso vale per gli  altri ingredienti della scienza che non hanno una base empirica: vedi la “causalità” (già implicita nel discorso del nesso "necessario") e la “sostanza”. E' la mente che connette i fenomeni con un rapporto di causa ed effetto (e non semplicemente di successione o di concomitanza).

E' la mente che unifica le qualità sensibili (di un oggetto, di una stella...) in un supporto che chiamiamo "sostanza". “Sostanza”, “causalità”, “necessità”, “universalità” (ed altre) sono per Kant le forme a priori dell’“intelletto”, forme che sono chiamate “categorie”. Si tratta di modalità con cui l'intelletto conferisce ordine al molteplice sensibile.

Kant, come sai, usa l'immagine di "rivoluzione copernicana" per esprimere la sua svolta. Ti pare un'immagine azzeccata?

A me pare più tolemaica che copernicana: la concezione kantiana, infatti, è antropocentrica.

E' vero che è antropocentrica, ma è anche vero che le leggi dei fenomeni si spiegano grazie alle leggi della mente umana.

Le leggi della natura per Kant non sono altro che le leggi della mente umana. Tu obietterai: come è possibile che delle categorie mentali possano valere per gli oggetti? Kant ti risponderebbe: gli oggetti-fenomeni, proprio perché la mente, tramite le categorie, unifica i dati sensibili, questi dati non possono che essere sottoposti alle categorie.

 

L’ANIMA? ASSOLUTAMENTE INCONOSCIBILE!

 

L'empirismo humiano arriva, indubbiamente, a dichiarare morta l'anima: l'io, per Hume, non è altro che un fascio di percezioni. Quale la posizione di Kant? Kant, a differenza di Hume, vede nell'io non un quid di passivo (fascio di percezioni), ma un quid di attivo, un'attività che è essenzialmente attività unificante, organizzatrice. E quello che chiama “l'Io penso” il quale non è che l'unità somma che unifica tutte le “categorie”, cioè tutti gli schemi unificatori che appartengono alla mente umana.

Kant, in sintonia con la concezione cartesiana, vede la materia come un che di passivo. E in sintonia con lo stesso Cartesio concepisce il pensiero come attivo. L'attività del pensiero, secondo Kant, è anzi di gran lunga più accentuata che in Cartesio: la mente per Kant conferisce ordine al mondo dei fenomeni, svolge una funzione unificante (vedi le “categorie” – cioè schemi mentali – di causalità, sostanza…). Nota bene: la mente conferisce ordine ai fenomeni, a ciò che appare (il mondo che c’è dietro ciò che appare, chiamato “noumeno”, è, proprio perché esterno all’esperienza, inconoscibile). In sintonia con Hume, poi, Kant si rifiuta di concepire il pensiero (io) come una "sostanza spirituale". Quale potrebbe essere – all’interno di tale impostazione – il rapporto tra la mente e il corpo?

Mi pare che Kant rimanga prigioniero del dualismo cartesiano: che rapporto potrebbe esserci se per Kant il corpo, in quanto al di fuori dell’esperienza, è inconoscibile e in quanto fenomeno è semplicemente un contenuto dell'"Io penso"?

La tua osservazione è, indubbiamente, pertinente. In questa ottica, però, non si potrebbe escludere - dato che il corpo non è conoscibile in quanto noumeno - un qualche rapporto.

Negando all’"io” l'idea di sostanza, Kant non può che negare la stessa immortalità dell'anima in quanto un’eventuale dimostrazione avrebbe a che fare con qualcosa – la sostanza anima – che è al di là di qualsiasi possibile esperienza.

 

DIO? UN’ESIGENZA PROFONDA DELLA MENTE UMANA, MA ASSOLUTAMENTE INDIMOSTRABILE!

 

Per Kant la "metafisica" (che ha come oggetto, secondo la suddivisione di Wolff e fatta propria da Kant, oltre che Dio, l'"anima", il "mondo") non è una scienza proprio perché ha la pretesa di andare oltre l’esperienza. La metafisica, quindi, - prodotto della “ragione” - è un'illusione dell'uomo.

Dio, quindi, per Kant, - Dio inteso come l'Incondizionato, come la Totalità, come fondamento di ciò che è finito - pur essendo un'”idea”(“idea trascendentale”, la chiama, “idea a priori”), un'idea che esprime una profonda esigenza della mente umana, un anelito fondamentale dell'uomo - non ha alcuna possibilità di essere dimostrato (scientificamente). Cosa ne dici?

Mi pare che Kant abbia scoperto l'acqua calda. La dimostrazione di Dio è puramente razionale: chi ha sostenuto che "Dio esiste", non ha mai preteso di dimostrarlo scientificamente!

E' vero che nessuno ha dimostrato Dio in modo scientifico, ma è anche vero che, per Kant, Dio non è tout court "conoscibile" in quanto ogni conoscenza - e non solo quella scientifica - è una sintesi di a priori (di qualcosa che non deriva dall’esperienza) e di a posteriori (di qualcosa che deriva dall’esperienza).

Per Kant la mente umana è essenzialmente unificatrice. Non... soddisfatta di unificare i fenomeni della esperienza (vedi le leggi scientifiche che sono dei rapporti costanti tra fenomeni), la mente umana tende ad andare oltre cercando di dare una spiegazione globale di tutti i fenomeni: da qui l'unificazione dei dati del senso interno nell'idea di "anima", dei dati del senso esterno nell'idea di "mondo" e di tutti i dati interni ed esterni nell'idea di Dio, come l'Intero, l'Incondizionato per eccellenza. L'errore dei metafisici consiste proprio in questo: nel trasformare delle “esigenze” tipiche della mente umana in “realtà” (l’anima in sé, il mondo in sé e Dio)

Per Kant tutte le prove dell'esistenza di Dio sono fallaci. In primis la prova ontologica, la prova, cioè, che pretende dedurre dall’idea di Dio la stessa esistenza di Dio. Kant, sulla scia di Hume, sostiene che la prova ontologica costituisce un "salto" dal piano mentale-logico (il piano delle mere possibilità) al piano ontologico (il piano della realtà, dell'esistenza): l'esistenza si constata, è un fatto, non può essere dedotta da idee. Kant chiarisce che "l'esistenza non è un predicato" nel senso che non è una proprietà logico-mentale, ma solo un "fatto".

Kant cita un esempio: la differenza tra cento talleri (monete prussiane) puramente "pensati" e cento talleri "realmente esistenti" non sta nelle proprietà concettuali del soggetto "cento talleri", ma nel fatto che nel secondo caso risultano - dall'esperienza - esistere. Tu dirai che è fin troppo facile confutare la prova ontologica, ma non è altrettanto facile confutare la prova della "contingenza" - che Kant chiama "cosmologica"-. Eppure Kant confuta anche questa. In che modo? Prova ad intuire.

La prova della contingenza (mi pare) arriva ad affermare l'esistenza dell'Essere Necessario come "causa" dell'esistenza delle cose contingenti. La prova utilizza la categoria "di causa" - che è applicabile solo ai fenomeni - per spiegare il rapporto tra fenomeni e qualcosa che fenomenico non è.

E' la prima confutazione di Kant. Secondo Kant, quindi, è scorretto fare leva sul principio di causalità e applicarlo a qualcosa di non fenomenico.

Secondo Kant la prova cosiddetta "cosmologica" (della contingenza) non solo ha il difetto di utilizzare in modo scorretto la "causalità" - che è una categoria dell'intelletto, categoria che è applicabile solo al mondo fenomenico -, ma, in ultima analisi, ha il limite di ricadere nella stessa prova ontologica. Perché mai?

Perché (immagino) si arriva a dedurre l'esistenza dal concetto di "Essere Necessario".

E' proprio questo l'attacco di Kant: la prova della contingenza dovrebbe limitarsi a dire che la realtà contingente implica l'Essere Necessario. Se invece arriva a dire che l'Essere Necessario esiste, significa che ricade nella prova ontologica in quanto deduce l'esistenza dal "concetto" di Essere Necessario.

La prova finalistica - quella che Kant chiama "fisico-teleologica" -, quella, cioè, che parte dall'ordine presente nel mondo per arrivare a sostenere l'esistenza di un Architetto Divino, cade a sua volta nella prova cosmologica. Come mai?

Perché (immagino) la prova finalistica fa, anch'essa, un uso scorretto della categoria di "causalità" : l'Architetto divino, infatti, viene ritenuto non solo l'autore dell'ordine, ma anche la stessa Causa dell'Universo.

E' quanto sostiene Kant: il Dio a cui si approda con la prova finalistica non è solo una Mente ordinatrice, ma anche lo stesso autore di quella macchina ordinata che è il mondo (anche lo stesso Voltaire parla di Dio come autore dell'universo).

La prova finalistica, secondo Kant, ricade nella prova cosmologica la quale a sua volta - come sai - ricade in quella ontologica. Ma la critica di Kant non si ferma qui: per lui è scorretto parlare di Dio come Causa Infinita. Perché mai?

Perché tra il finito - che è il mondo - e l'Infinito vi è un abisso, un abisso incolmabile dalla ragione umana.

Per Kant non è lecito passare da un ordine presente nell'universo - un ordine che è "relativo" ai nostri schemi umani - ad una Causa Infinita e Perfetta. Si tratta, quindi, di un "abisso" che con la prova in questione si colma in modo scorretto.

Per Kant la prova finalistica arriva ad identificare l'Architetto Divino con la Causa infinita e Perfetta perché, di fatto, identifica l'idea di Architetto con l'idea dell'argomento ontologico, cioè l'idea dell'Essere Perfettissimo. Un ultimo quesito: cosa dici di queste confutazioni di Kant?

Mi sono convinto che il problema-Dio è e rimarrà un "problema" di fronte al quale l'unico atteggiamento corretto è l'agnosticismo.

Un atteggiamento legittimo: pensi che il problema-Dio sia un problema non solubile. Avremo altre occasioni per tornare sul “problema”.

Dio - abbiamo detto – (ma anche l'anima e il mondo in sé) è al di là della conoscenza umana. Kant, quindi, sul "problema Dio" (come sugli altri problemi) è agnostico.

Analogo discorso va fatto per il "mondo" (la totalità assoluta dei fenomeni esterni): la totalità dei fenomeni non sarà mai oggetto di esperienza (noi abbiamo esperienza di questo e quel fenomeno, ma non della totalità dei fenomeni che chiamiamo "mondo". I metafisici cosa fanno? Si avventurano su un terreno di lotta senza fine: vi è chi dice una tesi, chi la tesi opposta senza mai trovare un accordo.

La metafisica, per Kant, è un terreno di lotta senza fine. Mai si risolveranno a livello teoretico i grandi problemi che riguardano Dio, l'anima e il mondo in sé:  vi sarà sempre chi dirà che Dio esiste e chi no, chi sosterrà che l'anima è spirituale ed immortale e chi no, chi dirà che il mondo è eterno e chi no.

La metafisica, quindi, non è un sapere: parla di qualcosa che non è oggetto di nessuna esperienza concreta, ma è solo pensabile, ipotizzabile (da qui il termine "noumeno" che vuol dire proprio "pensabile"). Ciò nonostante le idee di Dio, anima e mondo - che Kant chiama "idee trascendentali" -  sono idee innate, sono schemi a priori in quanto la mente umana - che è essenzialmente unificatrice - tende ad unificare tutto in un "unum": appunto l'anima, il mondo, Dio.

E' la mente umana, cioè, che non è appagata dal mondo fenomenico e tende all'incondizionato, alla totalità, a dare una spiegazione globale. Le esigenze metafisiche, dunque, sono innate nell'uomo. Non si deve, però, cadere nell'errore della metafisica che è quello di trasformare le esigenze della mente in "realtà": si tratta di esigenze mentali e basta. Se non è conoscibile, perché mai Kant parla del noumeno?

Mi pare scontato. La mente umana legifera, ma non crea i fenomeni: se i fenomeni appaiono e noi non li creiamo vuol dire che provengono da una realtà esterna al pensiero!

E' la convinzione di Kant: il noumeno è introdotto per spiegare la passività della mente umana di fronte ai "dati" dell'esperienza.

Per Kant il fenomeno implica il noumeno: il fenomeno è ciò che appare di ciò che è in sé (è la rappresentazione di ciò che è al di fuori del pensiero). Il "noumeno", più precisamente, per Kant è un “concetto-limite”: si tratta di un concetto che ci ricorda che la mente, pur essendo attiva, si trova davanti i dati, non li crea. L'espressione tecnica che usa Kant per denominare l'area della metafisica è “dialettica trascendentale”.

 

LA MORALE? NON HA NULLA A CHE FARE CON L’UTILE,

COL TORNACONTO!

 

Immanuel Kant fa una trattazione sistematica sulla morale dedicando ad essa non poche opere (in particolare LA FONDAZIONE DELLA METAFISICA DEI COSTUMI e LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA). Il suo è un gigantesco tentativo di dare un fondamento ad una morale universale

Egli non ha dubbi: come esistono leggi scientifiche che hanno i caratteri della necessità e dell'universalità, così esiste una LEGGE MORALE che ha le stesse caratteristiche, di essere, cioè, OBBLIGATORIA PER TUTTI. Cosa ne dici?

Mi pare un presupposto tutt'altro che evidente: oggi è ampiamente appurato che non esistono norme di comportamento valide per tutti gli uomini.

E' innegabile che oggi il relativismo morale è diffuso. Questo, però, di per sé non nega che ci possano essere norme universali.

Per Kant la "LEGGE MORALE" è un FATTO DELLA RAGIONE, qualcosa di cui abbiamo coscienza. Per lui, cioè, non vi è dubbio che L'UOMO IN QUANTO UOMO ABBIA DEI "DOVERI", "DEBBA" COMPORTARSI IN UN CERTO MODO. Cosa ne dici?

Mi pare quanto meno ambizioso pretendere di sapere cosa DEVE fare L'UOMO IN QUANTO UOMO: posso, in base alla mia coscienza, decidere cos'è bene per me, ma non posso pretendere di decidere cos'è bene per tutti gli altri!

E' l'ambizione di molti filosofi che hai incontrato. E' la stessa ambizione dei philosophes illuministici. E' la convinzione di chi crede in una Rivelazione (naturalmente, in questo caso, le norme assolute si ritiene derivino da Dio).

Kant, in sintonia con l'Illuminismo, non solo è convinto che la SCIENZA NEWTONIANA sia un SAPERE ASSOLUTO, ma è altresì convinto che l'uomo abbia una morale assoluta. Su cosa fondano gli Illuministi una morale universale?

Immagino sulla Rivelazione diretta di Dio: non vedo da quale altra fonte possiamo conoscere delle norme valevoli per tutti gli uomini.

I philosophes illuministi condannano apertamente le religioni cosiddette positive, le religioni che si dicono rivelate. La maggior parte di loro afferma un Dio fondato esclusivamente sulla RAGIONE. Su che cosa si fonda, allora, per gli illuministi una morale universale?

Immagino sulla ragione, cioè ciò che rende gli uomini tutti uguali.

E' così: per loro la morale è razionale (fondata sulla RAISON che è comune a tutti gli uomini). Si tratta, quindi, di una morale universale.

Kant, su questo, è in sintonia con gli Illuministi e non con Hume: anche per lui la legge morale (obbligatoria per tutti) è fondata sulla ragione. Esclude che sia il sentimento. Puoi intuirne il motivo?

Perché il sentimento è qualcosa di individuale.

La tua risposta è sensata: sono in molti a sostenere che i sentimenti sono ciò che caratterizzano l’"individuo”. Kant ritiene che la morale non si possa fondare sul sentimento in quanto noi non valutiamo un'azione buona o malvagia dopo aver provato nei confronti dell'azione un sentimento di piacere o di dolore, ma prima di qualsiasi sentimento.

Per Kant, quindi, la morale si fonda sulla razionalità. Ma perché mai non potrebbe fondarsi sull'esperienza?

Immagino per la stessa ragione per cui le leggi scientifiche non si basano sull'esperienza: tanti comportamenti non fanno una necessità!

E' questa la convinzione di Kant: quand'anche tutti gli uomini si siano comportati in un certo modo, come si potrebbe dire che tale comportamento sia considerato come una LEGGE, una NORMA che valga per sempre?

Kant è convinto di aver individuato come funziona la mente umana (la mente dell'uomo in quanto uomo). Escluso che una legge - anche la legge morale - provenga dall'esperienza, la necessità e l'universalità della legge non possono che essere a priori. Procediamo. Per Kant l'imperativo morale (il comando - la legge morale è un comando -) non può essere ipotetico. Perché mai? Prova ad intuire.

Perché - immagino - un imperativo ipotetico (se vuoi essere promosso, studia) vale solo nell'ipotesi che si voglia il fine (cioè la promozione).

E' così: per Kant l'imperativo della legge morale deve valere per tutti, e deve essere senza alcuna condizione (senza alcuna ipotesi!).

L'imperativo della legge morale Kant lo definisce CATEGORICO, un imperativo, cioè, che comanda senza alcuna condizione. Per lui qualsiasi imperativo ipotetico non può che essere utilitaristico. Cosa ne dici?

Non mi convince Kant: qualsiasi comportamento umano è dettato da un fine, da uno scopo, uno scopo che non può che essere un utile - o materiale o spirituale -.

Tu parti dall'esperienza e Kant ti direbbe che dall'esperienza non potresti ricavare alcuna norma. Kant dice che quand'anche tutti gli uomini agissero per un tornaconto personale, questo non vuol dire che gli uomini DEBBANO  agire per tale tornaconto.

La "legge morale” non solo è categorica, cioè INCONDIZIONATA, ma non ordina nessun CONTENUTO, non dice, cioè, che determinati comportamenti sono buoni ed altri no. Cosa ne dici?

Non riesco a comprendere che morale possa essere una morale che non dice "cosa" fare e "cosa" non fare: i dieci comandamenti, ad esempio, sono norme morali perché ordinano certi comportamenti e ne vietano altri.

Un'osservazione sensatissima. Kant, tuttavia, è convinto che la moralità non consiste in un determinato comportamento, nell'effettuare una determinata azione.

Per Kant non è l'azione che in sé è morale. Sulla base di che cosa, allora, si può dire che una persona si comporta bene (se l'azione non è di per sé buona o cattiva)?

Mi pare - in questo sono in sintonia col Cristianesimo - che ciò che caratterizza un'azione sia l'intenzione. Uno può dare un aiuto ad un altro con l'intenzione di umiliarlo e questo non si può definire un'azione buona.

E' proprio così. Se vogliamo usare il linguaggio kantiano, dovremmo dire che un comportamento è morale se viene effettuato solo perché la legge lo comanda.

Siamo agli antipodi rispetto all'ottica di uno Stato: allo Stato, infatti, interessa che i cittadini si comportino secondo i CONTENUTI della legge (interessa, cioè, che i cittadini si comportino in conformità con quanto viene ordinato). Per Kant questa ottica è LEGALE, non MORALE. Cosa dici?

Mi pare un discorso corretto: un cittadino potrebbe pagare le tasse non perché lo Stato ordina di pagarle, ma solo per evitare di andare in galera, può, cioè, agire con un'ottica utilitaristica.

Sei perfettamente in sintonia con Kant: un'azione compiuta per un utile non è un'azione che si può definire "morale”. L'utilitarsimo non può - secondo Kant - confondersi con la morale.

Un'azione è morale non per il contenuto, ma solo se è effettuata PERCHE' la legge la comanda. Anche sacrificarsi per gli altri potrebbe non essere un agire morale, cioè...

Mi rifiuto di credere che personaggi che hanno fatto della loro vita un servizio agli... ultimi (per usare il linguaggio evangelico), non si comportino in modo morale.

E se uno si sacrificasse per gli altri per sentirsi un eroe, per sentirsi gratificato, lo considereresti un santo? Una gratificazione - anche se puramente interiore - non è una forma di utile?

La morale, per Kant, non è contenutistica, ma FORMALE: è morale un'azione se è compiuta PERCHE' è comandata. DEVI - dice Kant - PERCHE' DEVI. La norma morale, poi, per Kant, non può nel modo più assoluto provenire da una fonte esterna a noi. Perché mai?

Se la norma morale avesse una fonte esterna a noi, noi agiremmo per evitare delle pene: per evitare la galera, ad esempio, se non dovessimo pagare le imposte.

Sei nella logica di Kant: niente deve inquinare l'azione morale! Se la fonte della morale fosse esterna alla nostra ragione, questo fatto inquinerebbe l'azione morale.

Le leggi dello Stato e le leggi di Dio sono (nel gergo kantiano) ETERONOME, cioè provengono da soggetti esterni alla ragione umana. La legge morale, invece, è una legge AUTONOMA, nel senso che siamo di fronte ad una legge della stessa RAGIONE (non abbiamo detto che è un FATTO DELLA RAGIONE?). Tu, a questo punto, chiederai com'è che, IN CONCRETO, dovremmo comportarci? Kant dà diverse formulazioni dell'imperativo categorico.

La prima è la seguente: "AGISCI UNICAMENTE SECONDO QUELLA MASSIMA IN FORZA DELLA QUALE TU POSSA INSIEME VOLERE CHE ESSA DIVENGA LEGGE UNIVERSALE". Cosa ne dici?

Mi sembra vuota: come potrei mai sapere se il principio sulla base del quale regolo il mio comportamento, possa valere come norma valida per tutti gli uomini?

Secondo Kant se il principio che e' alla base della tua azione non potesse diventare una norma valida per tutti, significa che si tratta di un principio utilitaristico, egoistico, non cioè una norma dell'uomo in quanto uomo.

Scaviamo ancora un po'. Ti sottopongo l'esempio di Kant: può una persona che ha bisogno di un prestito, chiederlo promettendo di restituirlo quando sa perfettamente che non sarà in grado di mantenere la promessa? Cosa risponderesti utilizzando la logica di Kant?

Se la norma di fare le promesse senza poterle mantenere fosse una norma universale, non avrebbero più senso le promesse perché nessuno ci crederebbe!

E' la convinzione di Kant: non avrebbero più senso le promesse perché nessuno ci crederebbe. Le promesse cioè perderebbero qualsiasi valore.

Vediamo la seconda formulazione dell'imperativo categorico: "AGISCI IN MODO DA TRATTARE L'UMANITA', TANTO NELLA TUA PERSONA COME NELLA PERSONA DI OGNI ALTRO SEMPRE NELLO STESSO TEMPO COME UN FINE E MAI COME MEZZO". Cosa ne dici?

Mi pare una formulazione in contrasto con il rifiuto kantiano di porre un "fine" alla morale.

E' questa la critica che è stata mossa a Kant. Lo stesso Kant, pur di evitare equivoci, ha evitato di riproporre tale formulazione nella "Critica della Ragion Pratica" (la presenta nella precedente "Fondazione della metafisica dei costumi").

Al di là della possibile critica della formulazione, cosa dici del contenuto di tale formulazione?

Mi pare un imperativo di sapore cristiano: è il Cristianesimo, infatti, che sottolinea la dignità infinita di ogni persona.

Un'osservazione pertinente: di sicuro il Cristianesimo esalta la dignità dell'uomo, di ogni uomo. Mi sembra giusto, quindi, parlare di una formulazione di sapore cristiano.

Ritieni che la massima kantiana - che ordina di trattare l'uomo come "fine” e mai come "mezzo” - sia un'utopia oppure no?

Mi pare - se vogliamo dimenticare eventi storici tragici quali la tratta dei negri, l'olocausto degli ebrei ad opera di Hitler, lo sfruttamento degli operai da parte del proto-capitalismo - che oggi, nel mondo occidentale, sono rari i casi in cui l'uomo è usato come "mezzo".

Forse sei eccessivamente ottimista: le tue amicizie, ad esempio, sono tutte purissime? Sei proprio sicuro? Non vi è in te alcun interesse?

Questa è la terza formulazione dell'imperativo categorico: " AGISCI IN MODO CHE LA VOLONTA', CON LA SUA MASSIMA, POSSA CONSIDERARSI COME UNIVERSALMENTE LEGISLATRICE RISPETTO A SE MEDESIMA". Cosa ne dici?

Mi pare sia una sostanziale ripetizione della prima formulazione.

Indubbiamente è simile. Qui, però, si vuole mettere in evidenza l'AUTONOMIA della morale: è sulla nostra volontà - fondata sulla razionalità - che si basa la legge morale.

Riprendiamo il discorso. Un quesito legittimo: come può Kant parlare di legge morale se abbraccia la concezione meccanicistico-deterministica? In altre parole, non è contraddittorio il lungo discorso di Kant sulla morale? Tu cosa risponderesti?

Mi pare palesemente contraddittorio: che senso avrebbe ordinare ad un albero - che è sottoposto al determinismo - di crescere?

E' vero che Kant, in sede di Critica di Ragion Pura, sostiene la concezione deterministica - anche se, come sai, le leggi non sono della natura, ma sono conferite dalla mente umana alla fenomeni -, ma è anche vero che in sede morale recupera la libertà umana.

E' evidente che non avrebbe senso la legge morale se l'uomo non fosse libero, come non avrebbe senso ordinare ad una cometa di compiere un altro percorso. Da dove salta fuori, allora, la libertà umana?

Immagino che sia una semplice credenza (alla Hume): non vedo, infatti, come possa essere dimostrata.

Per Kant non è una... credenza: per lui la libertà è la CONDIZIONE  senza della quale non avrebbe senso la legge morale che è un dato evidente.

Per Kant io mi colgo LIBERO proprio perché HO LA COSCIENZA DEL DOVERE: la coscienza della mia libertà, cioè, è data dal fatto che in me alberga la legge morale. Kant parla della libertà come POSTULATO, come cioè ESIGENZA DELLA MORALE. Non si tratta di una DIMOSTRAZIONE: è la legge morale stessa che esige che io sia libero. Cosa ne dici?

Ho una grossa perplessità ad accettare la tesi di Kant: se fosse vero che l'uomo è libero, avremmo il paradosso che una stessa azione sarebbe sottoposta a due leggi opposte, la legge del determinismo che riguarda l'azione come appartenente al mondo sensibile e l'altra - la legge della libertà - che riguarda l'azione come oggetto di valutazione morale.

Si tratta di un problema - la compatibilità, in una stessa persona, di due leggi opposte - di cui Kant è perfettamente consapevole. Kant sostiene che ad esempio il furto sia costituito da una serie di atti materiali ognuno dei quali è determinato da atti precedenti, ma ritiene anche che la scelta di rubare sia sottratta a cause precedenti.

Proseguiamo. Per Kant il virtuoso - chi si comporta in modo morale - è degno di felicità. Cosa ne dici?

Mi pare un'incoerenza: come si può conciliare la felicità col rigorismo kantiano? Come si può pensare che la felicità sia legata alla virtù se il perseguimento della felicità inquina la stessa azione morale?

E' vero che per Kant se io agisco per la felicità, non ho un comportamento morale, ma è anche vero che il dire che l'uomo che agisce in modo morale (non, cioè, per la felicità), merita la felicità non è in contrasto con quanto detto prima.

Per Kant la virtù - l'ubbidire alla legge per la legge - è indubbiamente il bene più elevato, ma non è il bene COMPLETO, un bene, cioè, che soddisfa tutte le aspirazioni dell'uomo. Il BENE COMPLETO E' VIRTU'+FELICITA'. Ora qual è il legame tra virtù e felicità?

Per Kant, checché ne pensassero gli stoici, non è vero che il virtuoso è di per sé felice. Per Kant la ricerca della felicità non porta mai alla virtù, ma neppure la virtù porta di per sé alla felicità. Cosa ne dici?

Non mi convince il discorso di Kant: chi può essere più felice di un uomo che sceglie deliberatamente di vivere in modo virtuoso, non utilitaristico? Io ritengo - in sintonia con Pomponazzi - che la virtù sia premio a se stessa.

Kant non sostiene che il virtuoso non possa essere felice, ma che la virtù non porta di per sé la felicità: ritieni pienamente felice una persona che, pur vivendo in modo onesto, abbia mille tribolazioni?

Per Kant è inconcepibile che il virtuoso sia degno di felicità e non sia felice. Ora in questo mondo succede proprio che spesso chi è virtuoso (che merita, cioè, la felicità) non ha la felicità. Da qui il POSTULATO DELL'ESISTENZA DI DIO: la morale esige che ci sia un Dio che faccia corrispondere la felicità alla virtù. Cosa ne dici?

Mi pare un'esigenza insita nell'uomo che, almeno nell'aldilà, vi sia giustizia, che cioè il virtuoso sia premiato ed il malvagio castigato.

Forse è eccessivo dire che si tratta di un’esigenza "insita nell’uomo”. Forse è più corretto dire che si tratta di un bisogno storicamente diffuso.

Forse tu potrai obiettare che è scorretto affermare che il virtuoso è degno di felicità. E' così?

Certo: non vedo cosa c'entri la felicità con tutto il discorso rigoroso di Kant teso a purificare la morale da tutti i possibili inquinamenti in chiave utilitaristico-eudemonistica.

Ti sembrerà spurio il discorso. Di sicuro anche per Kant la felicità non è deducibile dalla virtù - è un elemento diverso rispetto alla virtù -, ma viene radicata nella aspirazione dell'uomo a raggiungere il bene completo, quello che egli chiama BENE SOMMO.

Per Kant la morale ESIGE non solo che l'uomo sia libero, non solo che ci sia un Dio che corrisponda la felicità al virtuoso, ma anche che l'ANIMA SIA IMMORTALE. Perché mai l'anima deve essere immortale?

Non vedo come si possa, da parte di Kant, attribuire all'anima l'immortalità, quando per lui la "sostanza" - per essere immortale l'anima deve essere una sostanza - è solo una categoria intellettuale.

Ti è sfuggito il particolare che qui l'immortalità dell'anima è considerata un'esigenza della morale, non un problema "teoretico".

Una pausa di riflessione: come ti poni tu di fronte al "problema mortalità o immortalità" dell'anima?

Prescindendo da possibili dimostrazioni e prescindendo pure da esigenze morali alla Kant, ritengo che se non vi fosse nulla di noi (l'anima) che sopravvivesse alla morte del corpo, la stessa vita non avrebbe alcun senso proprio perché non avrebbe alcun fine.

Un'opinione rispettabile. Ti pongo solo un motivo di riflessione: perché mai la vita dovrebbe avere un fine ultraterreno e non invece un fine in se stesso?

Ti propongo, come motivo di riflessione, la tesi di John Eccles, premio Nobel, neurobiologo, cattolico. La mente auto-cosciente - dice - dipende, sì, dal cervello per tutti i ricordi di dettaglio, ma "per la sua costituzione essenziale essa può innalzarsi al di sopra del cervello... nell'immaginazione creativa”.

Pertanto - prosegue - "può darsi che esista un qualche nucleo centrale, l'io più profondo, che sopravvive alla morte del cervello per raggiungere una qualche altra esistenza che è assolutamente al di là di qualsiasi cosa immaginabile”. "L'unicità dell'individualità - continua - il cui possesso io ho sperimentato su me stesso, non può essere attribuita all'unicità del mio DNA ereditato”. Cosa ne dici?

Mi pare un tentativo che abbia una suo potere persuasivo. La psiche animale - lo sappiamo - è esclusivamente dipendente dal cervello, mentre la mente umana, proprio per la sua capacità di astrarre e di creare, non è totalmente radicata nel cervello: sarebbe ridicolo attribuire la potenza creativa di Einstein semplicemente al suo cervello!

Ti ha conquistato Eccles. Tieni presente, comunque, che lo stesso Eccles enuncia solo un'ipotesi.

Kant afferma che la legge morale ordina la SANTITA', cioè la "perfetta adeguatezza della volontà alla legge morale”. Ora, considerato che, in questo mondo, nessuno può considerarsi perfetto in quanto la perfezione (morale) è solo un ideale cui tendere, la morale esige che l'anima sopravviva alla morte del corpo. Se non dovesse sopravvivere, la legge morale non avrebbe senso: che senso avrebbe una legge se non fosse possibile ottemperarla? Cosa ne dici?

Mi sembra un ennesimo appiglio di Kant: prima, parte da un presupposto tutt'altro che evidente (che nell'uomo ci sia una legge morale), poi, per evitare certe conseguenze, inventa dei puntelli, come, appunto, l'immortalità dell'anima.

La tua impressione è legittima. Kant, comunque, vuole solo dire che non avrebbe senso la norma che ci impone la perfezione (la santità), se l'anima non fosse immortale, se cioè l'anima non potesse tendere all'infinito al Modello di Perfezione morale.

Siamo alla fine del viaggio sull'etica kantiana. Immagino che abbia apprezzato il suo grande sforzo di purificare la morale da tutto ciò che morale non è, ma è utilitarismo, eudemonismo. Mi auguro che ti abbia fornito nuovi elementi per una tua riflessione personale, per le tue scelte: sei tu che devi scegliere i valori che possano dare un senso alla tua vita!

 



[1] Nasce a Koenigsberg nel 1724. Frequenta il Collegium Fridericianum e poi l'università della sua città dove studia matematica, filosofia, teologia e le teorie fisiche di Newton. Per diversi anni è costretto, per vivere, a fare il precettore presso famiglie nobili. Nel 1755 elabora quella che oggi si chiama la teoria cosmogonica di Kant e Laplace: sostiene, cioè, l'ipotesi secondo cui il sistema delle stelle ha avuto origine dal moto vorticoso di una nebulosa originaria, un'ipotesi che non contempla alcun Architetto divino. Nello stesso anno inizia ad insegnare all'università della sua città in qualità di libero docente: insegna matematica, logica, geografia fisica, fisica, metafisica, etica (conduce, cioè, dei corsi di vario genere). Nel 1770 diventa docente ordinario di logica e metafisica. Insegna fino al 1796. Tra le sue numerosissime opere: la Dissertazione del '70, la Critica della Ragion Pura, la Critica della Ragion Pratica, la Critica dei costumi, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che vorrà presentarsi come scienza, Fondazione della metafisica dei costumi, Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo, Per la pace perpetua, Metafisica dei costumi. Kant muore a ottant'anni nel 1804.