L’UOMO? SI DIFFERENZIA DAGLI ANIMALI

PER IL LINGUAGGIO SIMBOLICO.

 

Introduzione a Thomas Hobbes[1]

 

Siamo a Thomas Hobbes. L’area geografico-culturale – l’Inghilterra -  è lontana dalla sensibilità razionalistica del continente (Francia, Olanda e Germania dove imperano i “razionalisti” Cartesio, Spinoza e Leibniz). Per Hobbes, come per Cartesio, il problema numero uno della filosofia è il problema del metodo. Ed anche per lui il metodo da adottare in filosofia (anche nella scienza) è quello “deduttivo” della geometria euclidea.

Hobbes, tuttavia, non segue del tutto Cartesio: per lui il metodo deduttivo non deve partire necessariamente da affermazioni che si presentano aventi un'evidenza  assoluta. Per lui la fonte di ogni conoscenza è l'esperienza sensibile (la “sensazione”): ogni sapere non è che l'elaborazione delle immagini sensibili. Tuttavia per Hobbes – forse ti sembrerà paradossale - il sapere filosofico e scientifico non viene dedotto dall’esperienza. Da che cosa, allora, potrebbe essere dedotto?

Dato che per Hobbes il modello metodologico è rappresentato dalla geometria euclidea, immagino che il punto di partenza sia costituito da definizioni convenzionali.

E' proprio questa la convinzione di Hobbes: occorre partire da definizioni fissate convenzionalmente, fissate cioè in seguito ad una decisione dell'uomo.

Perché mai le definizioni devono avere un carattere "convenzionale”?

Immagino perché il sapere (secondo il modello geometrico) si basa su proposizioni universali, valide per tutti.

E' quanto pensa Hobbes. Il sapere deve basarsi su principi universali e quindi su delle definizioni convenzionali: l'esperienza non è sempre la "mia” esperienza?

Il sapere è costituito da proposizioni "linguistiche". Ora il linguaggio è qualcosa di... convenzionale, di arbitrario, qualcosa che non deriva direttamente dall'esperienza sensibile. O no?

Mi pare che non derivi dall'esperienza: la parola "triangolo" ha una valenza universale che non ha nessuna esperienza sensibile in quanto l'esperienza sensibile è sempre percezione di cose "particolari".

E' quanto pensa Hobbes. Si tratta di un discorso che vale, naturalmente, per i nomi che hanno una portata universale.

Scaviamo. Le parole sono dei “segni” che indicano qualcosa d'altro. Che cosa? Delle "cose”?

Le parole che hanno un significato particolare indubbiamente si riferiscono ad una cosa particolare, ad esempio questo albero di noce che ha queste caratteristiche particolari.

Non tutti i nomi hanno una portata universale. Ma per Hobbes anche i nomi che si riferiscono ad un oggetto particolare, non si fondano su "cose" reali.

E' da escludere che i nomi che hanno una portata universale derivino dall'esperienza sensibile che è sempre particolare. Ma è da escludere - per Hobbes - che anche i nomi "particolari" abbiano a che fare con "cose". Perché?

Perché qualsiasi nome ha a che fare con dati mentali, non con cose.

E' quanto pensa Hobbes: per lui - come del resto per Cartesio - noi percepiamo non le "cose" esterne al pensiero, ma delle idee.

Ti potrà sembrare paradossale che un empirista come Hobbes affermi che noi non percepiamo le cose, ma le idee. O no?

Non mi scandalizza affatto: cosa abbiamo a che fare noi con la nostra percezione se non con "immagini"?

E' quanto sostiene Hobbes: noi abbiamo a che fare "direttamente" con immagini (le quali, ovviamente - Hobbes non ha il dubbio cartesiano - sono prodotte da cose esterne).

Per Hobbes, in sintesi, il linguaggio non ha a che fare con cose, ma con dati mentali, con "immagini". Il sapere, dunque, che è costituito dal linguaggio, da proposizioni linguistiche, non ha che fare con cose, ma con “immagini”, con “idee”, con “dati mentali”. Da qui... la concezione “convenzionalistica” del sapere. Gli animali, secondo Hobbes, hanno la "sensazione" come gli uomini ed hanno pure la "memoria" (conservano nella memoria i dati percepiti con i sensi). Ma... non hanno il linguaggio. Ecco perché gli animali non sono in grado di arrivare ad un sapere scientifico. Cosa ne dici?

Non mi convince affatto. Gli animali non sono scienziati non perché non hanno il linguaggio, ma perché non hanno i concetti: come potrebbero avere il linguaggio, se non possiedono dei concetti universali cui riferirsi col linguaggio stesso?

Il discorso sa diventando sottile. Tu dici che le parole che hanno una valenza universale presuppongono dei concetti universali, ma... tali concetti non sono universali in quanto segni simbolici?

Anche gli animali usano dei “segni”, ma non un “linguaggio simbolico”. E' solo con un linguaggio simbolico - che è tipicamente umano - che, secondo Hobbes, si può... generalizzare, si può usare la parola "albero" per riferirci a tutti i tipi di alberi, a tutti gli alberi concreti con le loro diversità particolari. Tu, però, dirai che la parola "albero" è un segno che sta al posto di qualcosa. Di che cosa?

Di... concetti. Non vi è nulla nell'esperienza sensibile - l'abbiamo detto tante volte - che sia generale: nessuna esperienza sensibile mi dà l'idea o immagine di "albero" nella sua portata universale in quanto le immagini percepite sono tutte particolari.

Certo, ma si tratta di concetti che non indicano altro che una... condensazione di esperienze: il concetto "albero", cioè non fa che riassumere tante esperienze-memorie individuali e concrete.

Il sapere, dunque, è fondato per Hobbes su definizioni convenzionali che, tuttavia, non prescindono dall'esperienza: gli stessi concetti a cui fa riferimento il linguaggio simbolico non sono altro che una condensazione di esperienze memorizzate. La convenzionalità, a sua volta, elimina l'ambiguità del linguaggio parlato. Procediamo: data questa impostazione, cos'è per Hobbes quello che per Galilei è il linguaggio stesso della natura, cioè la matematica?

Mi pare che Hobbes sia su ben altra sponda rispetto a quella di Galileo: per lui, infatti, la matematica non è che una convenzione (altro che linguaggio della natura!).

La tua risposta è coerente con quanto detto fino ad ora: è linguaggio - e quindi un che di convenzionale - non solo, ad esempio, il triangolo, ma anche il numero. Questo non significa che Hobbes respinga la matematica. Anzi!

Hobbes, pur rifiutando la lettura "realistica” della matematica (come potrebbe accettarla se egli ritiene che l'uomo ha a che fare non con le cose, ma con le idee, le immagini sensibili?), non arriva certo a negare il ruolo fondamentale che la matematica ha nella scienza. Ritiene, anzi, che il linguaggio che si deve usare sia in filosofia che nella scienza sia proprio il linguaggio quantitativo, un linguaggio che rifiuta qualsiasi riferimento agli aspetti qualitativi.

Da qui la tesi hobbesiana secondo cui “ragionare non è che calcolare” (effettuare operazioni matematiche): il giudizio non è che l'unione di due nomi, il sillogismo a sua volta non è che l'unione di più giudizi. In questa ottica salta il concetto di "verità” nel senso classico: perché?

Perché come nella matematica che conta non è la verità, ma la coerenza.

Non può che essere così (da quanto abbiamo detto): non si tratta di verificare un’eventuale corrispondenza con le cose - che non sono oggetto della nostra esperienza - ma la coerenza con delle definizioni, con delle convenzioni poste alla base del sapere.

La verità, quindi, per Hobbes non è che coerenza interna, conformità con delle definizioni date: se io dico "la pianta è un animale", dico una proposizione falsa nel senso che animale non rientra nella "definizione" data di pianta.

Procediamo. Anche gli animali - abbiamo detto - raccolgono dati dall'esperienza, dati che in qualche misura memorizzano. Gli animali, tuttavia, non sanno effettuare “previsioni”. E gli scienziati? Per Hobbes la scienza non è in grado di fare previsioni assolute. Questo perché l'uomo non è in grado - non essendone l'autore - di conoscere le cause delle cose, dei fenomeni. Solo tale conoscenza darebbe all'uomo la possibilità di una previsione assoluta. Cosa può conoscere, allora, l'uomo in modo assoluto?

Solo la matematica in quanto è l'uomo che ne è l'autore.

Sì. O meglio Hobbes ritiene che l'uomo possa cogliere i nessi necessari in tutto ciò che egli ha creato (non solo la matematica, ma anche la morale e la politica).

Per Hobbes si dà "scienza" nel senso pieno quando si coglie la “connessione tra la causa e l’effetto”, quando cioè “si deduce un effetto a partire dalla causa”. Ora è solo nei "prodotti” che l'uomo ha creato, che è possibile una deduzione necessaria in quanto le cause sono note. Questo vuol dire che la scienza galileiana non è una scienza?

Certo: la scienza galileiana non può essere una scienza in quanto essa parte dagli effetti e non dalle cause.

Questo è vero nella misura in cui la scienza della natura parte dall'esperienza, dai fenomeni, da cioè effetti da cui risalire per arrivare alle cause.

Per Hobbes se si parte dagli "effetti” (dai fenomeni di cui si vuole ricercare le cause), non si può arrivare a cogliere una connessione necessaria in quanto uno stesso effetto potrebbe essere generato da diverse cause. Da qui la tesi di Hobbes secondo cui la scienza della natura può raggiungere solo la “probabilità”, ma mai la certezza assoluta. La previsione assoluta, dunque, rimane un sogno nell'ambito delle scienze naturali. L'assolutezza si ha solo nelle “dimostrazioni a priori”.

L'assolutezza, cioè, si ha solo nelle dimostrazioni che partono da definizioni date, senza riferimenti all'esperienza (come è il caso delle matematiche). Le scienze della natura, tuttavia, per Hobbes, non si basano esclusivamente su ciò che è “a posteriori” (osservazione di fenomeni, di... effetti), ma anche su delle “definizioni generali” (relative al "corpo", "spazio", "tempo" - spazio e tempo delle proprietà che costituiscono il corpo).

Procediamo. Per Hobbes "causa” ed "effetto” in senso pieno si riscontrano solo nella materia: solo in questa, infatti, si hanno processi di cause ed effetto, solo in essa si hanno corpi in moto (cause) che urtano altri corpi generando dei moti (effetti). Da qui il “materialismo” di Hobbes. Non si tratta, però di un materialismo metafisico - una dottrina generale -, ma un “materialismo metodologico”.

Hobbes, in altre parole, ritiene che solo i “corpi” (proprio perché questi possono essere causa ed essere effetto) possono essere oggetto della scienza. Non si tratta, tuttavia, di corpi intesi nella loro realtà oggettiva, esterna all'esperienza: i corpi sono tali e quali vengono “definiti” (ciò che può essere causa ed effetto). E’ in questo quadro concettuale che Hobbes arriva a sostenere - in una polemica con un vescovo del suo tempo - che Dio non può che essere corporeo: concepirlo incorporeo è come dire che non esiste. [2]

 



[1] Thomas Hobbes nasce a Malmesbury, in Inghilterra, nel 1588. Studia in un collegio di Oxford. In qualità di precettore, viaggia in Francia ed in Italia. Passa dai suoi originari interessi storici e letterari a quelli scientifici e filosofici. Diventa un ammiratore di Galileo che conosce personalmente a Pisa. Alla vigilia della rivoluzione inglese, temendo ripercussioni - lui è filomonarchico - va in volontario esilio in Francia dove entra in contatto col cenacolo di padre Mersenne e formula le sue famose obiezioni a Cartesio. Rientra in patria durante la dittatura di Cromwell. Tra le sue opere più celebri: De cive, De corpore, De homine, Leviathan, Obiezioni alle meditazioni metafisiche di Cartesio. Muore nel 1679.

 

[2] Per la problematica etica vedi il percorso sull’etica.