DIO? SE NON CI FOSSE, IL MONDO SAREBBE CONTRADDITTORIO!

 

Introduzione a Gustavo  Bontadini

 

Siamo praticamente ai giorni nostri. Gustavo Bontadini è stato a lungo docente di filosofia teoretica all'Università Cattolica di Milano. E' autore di numerosi saggi sia di tipo storiografico che teoretico. Il suo punto di partenza? L'idealismo. Sì: egli fa propria quella che chiama la conquista essenziale dell'idealismo, vale a dire il superamento del cosiddetto dualismo gnoseologico, il dualismo cioè tra pensiero e realtà al di fuori del pensiero. Cosa ne dici?

Conquista dell'idealismo? Macché! L'idealismo ha commesso l'enorme errore di considerare il pensiero come qualcosa di staccato dall'uomo in carne ed ossa facendo, così, di esso una vera e propria sostanza in sé, addirittura l'Assoluto.

Un punto di vista coerente. Bontadini ritiene, tuttavia, che l'idealismo abbia giustamente spazzato via il dualismo gnoseologico, cioè la tesi secondo cui vi è dell'essere al di là del pensiero: se parliamo di questo "al di là del pensiero", parliamo di qualcosa che è presente, cioè è nel pensiero.

L'idealismo, secondo Bontadini, ha di fatto spianato la strada alla riscoperta dell’"essere" che non è più qualcosa di inafferabile (quello che Kant chiama “noumeno”), ma diventa il contenuto stesso del pensare: noi non cogliamo l'immagine di una cosa esterna al pensiero, non percepiamo un fenomeno che è "ciò che appare" di "ciò che è in sé", ma l'essere in carne ed ossa, senza diaframma. Da qui la possibilità di riprendere la "metafisica" bollata da tanti autori come un sapere impossibile o addirittura come un non-senso. Questa "presenza dell'essere", presenza che abbraccia qualsiasi esperienza in quanto qualsiasi esperienza appare, cioè entra nell'orizzonte della presenza, è chiamata da Bontadini come l’"unità dell'esperienza".

E' da qui che Bontadini parte per arrivare a Dio. Come? Facendo ricorso al "principio di non contraddizione" di Parmenide. Cioè? Bontadini sostiene che l'esperienza del "divenire" cozza contro il principio parmenideo secondo cui l'essere, proprio in quanto tale, non può non essere (non può diventare nulla) e, quindi, deve essere immutabile.

Da una parte, cioè, per Bontadini vi è il dato certo dell'esperienza del divenire (è un fatto che le cose divengono), dall'altra vi è il logos (la ragione) che dice che è logicamente possibile che l'essere nasca dal non essere e ricada nel nulla. Ora il divenire sarebbe contraddittorio se si concepisse come “originario” perché nel divenire “qualcosa” (cioè “essere”) andrebbe distrutto, cioè diventerebbe nulla (“non essere”), in altre parole dell’essere verrebbe distrutto dal “nulla”. In questa ottica si attribuirebbe al "nulla" un potere positivo di annullamento, il che è assurdo. Da qui la tesi di Bontadini: la contraddizione è eliminata sostenendo un Dio creatore. Cosa ne dici?

Non mi convince. Come potrebbe essere eliminata la contraddizione se si attribuisse a Dio il potere di fare qualcosa di assurdo, cioè di fare del nulla l'essere e dell'essere un nulla? E poi che Dio creatore è, quello di Bontadini, che distrugge gli enti?

Che con l'atto creativo si farebbe di Dio l'autore stesso dell'assurdo è una critica che Bontadini ha ricevuto. Una critica di cui Bontadini tiene conto nello sviluppo del suo pensiero.

Attribuire a Dio l'atto creativo è fare di Dio l'autore dell'assurdo (di fare del nulla l'essere e dell'essere un nulla)? Sembra proprio che Bontadini sia convinto di questa critica tant'è che dal 1965 in poi arriva ad una nuova formulazione della dimostrazione dell'esistenza di Dio: il divenire non è considerato contraddittorio in quanto pensato come "originario", ma "in quanto divenire". "Il divenire si presenta cioè contraddittorio; anzi come la stessa incarnazione della contraddittorietà (l'identificarsi del positivo e del negativo), come la smentita alla suprema e immediata identità: l'essere è" (da "Sull'aspetto dialettico della dimostrazione dell'esistenza di Dio" in "Conversazioni di metafisica", Milano, 1971, pag. 189).

L'esperienza del divenire è un fatto certo. Il divenire è contraddittorio. Ora "la ragione vieta a qualsiasi realtà di essere contraddittoria; e non solo ad una realtà privilegiata" (ib., pag.  191). Come uscire dall'impasse? Introducendo un Dio creatore il cui  atto creativo non è un atto che produce l'assurdo (che fa del nulla l'essere e dell'essere il nulla). Cosa ne dici?

Mi pare che l'unico modo per evitare di spostare la contraddizione in Dio - di fare cioè di Dio l'autore di un assurdo - è quello di affermare che il mondo che diviene è in Dio.

E' questa la convinzione di Bontadini: per lui nulla sussiste al di fuori di Dio. In "Metafisica e deellenizzazione" (pag. 26) Bontadini dice: "L'ente, che è temporale in quanto empirico, è eterno in quanto divino".

Ciò che nell'esperienza appare come un non essere dell'essere (come un essere che diventa nulla), considerato nell'assoluto è l'atto fuori del tempo che pone l'annullamento. Bontadini arriva a dire: "Dio+mondo=Dio; falso che Dio+mondo sia maggiore di Dio" (Conversazioni dei metafisica, pag. 194). Cosa ne dici?

Non mi convince affatto la distinzione tra l'essere in quanto appare nell'esperienza del divenire e lo stesso essere in quanto è divino: o l'essere è divino ed è immutabile o diviene, ma non può essere divino. Mi pare, in altre parole, che il mondo venga visto in modo contraddittorio: come diveniente e, nello stesso tempo, come eterno.

La tua è un'osservazione seria. L'allievo di Bontadini, Severino - un filosofo che tu già conosci - arriva ad affermare che non vi è alcuna distinzione – sotto questo profilo - tra Dio e il mondo in quanto ogni ente è eterno.

Indubbiamente Bontadini arriva a dare alla dimostrazione dell'esistenza di Dio una forma più rigorosa rispetto a quella di Aristotele e di S. Tommaso. Lo può fare, naturalmente, perché ha alle spalle, tra l'altro, la critica humiana alla causalità, causalità che è alla base della dimostrazione classica del "quod movetur ab alio movetur". Si tratta di uno sforzo - quello di giungere ad una dimostrazione rigorosa dell'esistenza di Dio - che ha caratterizzato la sua ricerca filosofica: vedi l'efficace articolo di Fabrizio Turoldo "Omaggio a Bontadini" apparso sulla "Rivista di filosofia neo-scolastica", 1995/1.

Per Bontadini la metafisica è "il più grosso degli affari" (Appunti di filosofia, Torino, 1989, pag. 84). Per questo ritiene dispersivo l'impegno del pensiero filosofico contemporaneo in direzione del dialogo con le altre discipline. Per lui la direzione da seguire è una: la metafisica che ci porta all'esistenza di Dio. Solo la metafisica - e solo la dimostrazione dell'esistenza di Dio - è in grado di "cambiare il segno dell'esistenza" (ib. pag. 86).

La sua ricerca in questa direzione continuerà fino all'ultimo in polemica soprattutto col suo ex allievo Emanuele Severino. Questi, nel 1964, esce con un saggio apparso su "Rivista di filosofia neo-scolastica", fasc, II) dal titolo "Ritornare a Parmenide", in cui distrugge ogni distinzione tra la sfera immutabile del divino ed il mondo diveniente affermando l'eternità e l'immutabilità di ogni cosa: ogni cosa - anche il battere delle ciglia in questo istante - è eterno. Bontadini risponde, sempre sulla stessa rivista, con un articolo dal titolo "sozein ta fainomena" (cioè salvare i fenomeni). Un articolo duro, anche ironico ("Tu dici che il "senso dell'essere" lampeggiato in Parmenide, fu poi subito smarrito [già con lo stesso Eleate!), e non fu poi più ritrovato, se non con te, Emanuele Severino. Tutti fuori della Verità, pertanto, eccetto voi due, l'antichissimo italico e Tu, vivo e gagliardo rampollo di questa terra" (fasc. V, pag. 441).

L'ironia continua: "... se N. S. Gesù Cristo è, secondo la nostra Fede, il Verbo fatto carne, Tu, a ben guardare, risulti inevitabilmente essere [...] la Carne fatta Verbo, quella Carne, cioè, che, finalmente, è assurta al possesso del Vero" (ib. pag. 440). E continua: "... io mi chiesi [...] con quale barba si trovi, nel mondo dell'essere, il mio alter ego immutabile. Giacché, da quando ero matricola venendo fino ad oggi, di barbe io ne ho cambiate molte centinaia. Ora, se poniamo che tutte sono immutabili, mi pare che non troverei abbastanza superficie sul mio corpo - quello fissato per l'eternità - per fare posto a tutte" (ib. pag. 444).

Non entriamo, ovviamente, nei dettagli di tale articolo. La sua tesi di fondo: la difesa del suo "principio di creazione": la contraddittorietà del divenire è superata dalla contraddizione "in quanto quella identificazione dell'essere e del non-essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora visto come il 'risultato' dell'azione dell'Essere (azione indiveniente dell'Essere indiveniente)" (ib. pag. 448).

E nella "Postilla" al nuovo intervento di Severino sulla stessa rivista (Ritornare a Parmenide, Poscritto), fasc. V, Bontadini tira fuori un argomento sicuramente forte: quand'anche tutto fosse eterno, non si potrebbe, comunque, negare il divenire di quell'essere che è l’"apparire": "Se anche si ammettesse [...] che quella carta, che la comune degli uomini dice non esistere più, in quanto si è vista bruciare, esiste invece ancora, ed eternamente, fuori dell'esperienza [...] è però ineliminabile quel 'residuo' di divenire contro cui Severino si arrovella col suo ampio argomentare: ossia il divenire - epperò il non-essere - dell''apparire' della carta" (pag. 619).

Un argomento che riproporrà anche in altri interventi. Sempre sulla stessa rivista, nel 1983, in "Per continuare un dialogo": "Il logo pretende - non può non pretendere! - che non solo l'ente che scompare continui ad essere, ma che continui ad essere anche il suo apparire. E' contro quest'ultima, d'altronde legittima! pretesa che l'esperienza si pronuncia. Si tratta dell'esperienza - che si fa del continuo - dello scomparire. Se ciò che scompare continua non solo ad essere, ma anche ad apparire, però codesto perdurante apparire, preteso dal logo, non è quello stesso che nell'esperienza - nell'Unità dell'Esperienza - è venuto meno, e che è significato dallo stesso termine 's-comparire'. Se fosse lo stesso, allora, come è permanente - eterno - l'apparire affermato dal logo, così dovrebbe essere permanente anche l'apparire dentro l'U. d. E. [unità dell'esperienza], e, perciò, non potrebbe aver luogo l'esperienza dello scomparire, ossia la constatazione che qualcosa non appare più" (pagg. 112-113).

So che ti sto sottoponendo una polemica di alto profilo ed estremamente complessa. Ti invito, comunque, ad effettuare un grande sforzo intellettuale. Ne vale la pena se è vero - come dice Bontadini - che è questo "il punto" che può cambiare il senso dell'esistenza. Cosa dici della polemica?

Condivido la posizione di Bontadini: Severino non riesce a tener conto dell'esperienza - l'esperienza dell'apparire e dello scomparire dello stesso apparire - per cui l'intero suo pensiero (che tutto è eterno, immutabile) crolla.

Una posizione legittima. Di sicuro coerente.[1]

 



[1] Vedi nel percorso su  “Severino” la difesa dello stesso Severino.