Virtù

Originariamente il termine virtù indicava la capacità di saper compiere con bravura una determinata azione e non aveva nessun legame con il comportamento che gli uomini dovevano avere. La definizione cambiò con l’avvento dell’etica, che trasformò la virtù in “comportamento stabilmente retto dell’uomo saggio”. Il problema che nasce da questa definizione è cosa si intenda per rettitudine e, quindi, per bene.

L’essere virtuosi implica inoltre che la razionalità riesca a prevalere sulle passioni.


 

Fonti: enciclopedia “le Garzantine”, CD “L’officina del pensiero”

Gabriele F.

 

APPROFONDIMENTI

 

“Poiché vi sono più specie di costituzioni, è chiaro che non è possibile che la virtù posseduta dal cittadino buono sia un'unica virtù, perfetta; mentre, al contrario, diciamo che l'uomo dabbene è tale in quanto possiede una sola virtù che è perfetta. [...] Infatti, se è impossibile che una città sia costituita completamente da uomini buoni, bisogna tuttavia che ciascuno esegua bene il proprio compito, cioè praticando la virtù; e poiché è possibile che tutti i cittadini siano simili, la virtù del buon cittadino e dell'uomo dabbene non è la stessa. Perché la virtù del buon cittadino deve appartenere a tutti (così deve necessariamente essere la migliore città possibile), mentre ciò non si può dire della virtù propria dell'uomo dabbene, a meno che necessariamente siano tutti uomini dabbene i cittadini di una buona città.”

                         Fonte: Politica di Aristotele

 

 

 

Immagine di un saggio (=l’esperto in questioni etiche) in contemplazione. L’immagine del saggio nel corso dei secoli si è stereotipata in quella di un uomo anziano, barbuto, in tunica o toga, in perenne atteggiamento meditativo