RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 1999
FRANCO PRATTICO
Così Einstein ha cambiato il Novecento
LA RIVISTA "TIME" LO ELEGGE UOMO DEL SECOLO
"Dopo di lui, il mondo non è più stato lo stesso": così uno dei biografi di Albert Einstein, Abraham Pais, sintetizzava anni fa l'impatto che le idee e le scoperte dell'autore della teoria della relatività hanno avuto non solo sulla scienza - in particolare la fisica e la cosmologia - ma sulla stessa immagine del mondo degli uomini del nostro secolo. In effetti, nessuno più di Einstein può essere preso a simbolo di questo secolo di sconvolgimenti sociali, politici, culturali. La teoria della relatività fin dalla sua prima formulazione ha rappresentato difatti qualcosa di più di una teoria fisica, per quanto ricca e complessa: è stata una rivoluzione concettuale che ha messo in discussione la stessa "immediata" percezione del mondo, legata al funzionamento dei nostri sensi, costringendoci a ripensare la materia, l'energia, il tempo e lo spazio in una misura che nessun filosofo o scienziato dei secoli precedenti avrebbe osato neppure supporre.
Una rivoluzione - dicono i biografi del ragazzino ebreo nato a Ulm il 15 marzo 1879 - di cui i primi profetici segni erano già manifesti nella primissima infanzia: la sua apparentemente ingenua curiosità, la ricerca "di ciò che c'è dietro le cose". E' questo compulsivo bisogno di comprendere i meccanismi che si celano dietro i fenomeni a spingere fin dalla primissima gioventù Einstein verso la fisica e la matematica, chiavi di una lettura "oggettiva" del mondo. La fisica in quell'epoca sembrava avviata verso una orgogliosa e conclusiva "sintesi della Natura"; l'Universo era una poderosa macchina regolata dalle leggi del moto di Newton, la meccanica classica col suo rigido determinismo sembrava offrire una spiegazione soddisfacente dei fenomeni, anche le giovani discipline della termodinamica e dell'elettromagnetismo parevano avviate a completare un affresco che avrebbe consentito all'uomo di dominare un mondo senza più misteri. C'è qualche settore di questo maestoso edificio che però sembra mandare qualche scricchiolio. In quegli anni uno scienziato tedesco, Max Planck, scopre che la radiazione termica di un "corpo nero" (una cavità le cui pareti sono tutte alla stessa temperatura) non viene emessa con continuità, come prescriveva la fisica classica, ma per quantità discrete: i quanta. E gli americani Michelson e Morley non riescono a dimostrare l'esistenza dell'etere, il mezzo meccanico che dovrebbe compenetrare l'Universo e rendere possibile la trasmissione delle onde elettromagnetiche. Ed un ragazzo di 26 anni, che non ha trovato posto all'Università di Zurigo e si guadagna da vivere come impiegato all'ufficio brevetti di Berna (da tempo Einstein si è trasferito in Svizzera) si prepara intanto a mandare in parte in frantumi quella tranquilla sicurezza. Lo ha fatto il 1905 con tre articoli pubblicati nello stesso anno sulla rivista tedesca Annalen der Physik.
Il primo è del marzo, e si intitola Un punto di vista euristico relativo alla generazione e trasmissione della luce: è in pratica l'atto di nascita del fotone (l'unità fondamentale della radiazione luminosa), la dimostrazione dell'effetto fotoelettrico e quindi del duplice carattere, corpuscolare e di onda, della radiazione (per questa scoperta Einstein riceverà sedici anni dopo il premio Nobel). Nel maggio è la volta di un articolo sul moto browniano, che rappresenta la dimostrazione della esistenza delle molecole, come gli atomi ancora considerate da molti degli "enti ideali" privi di reale esistenza fisica; e infine a giugno Einstein, dopo cinque settimane di lavoro che lo lasceranno stremato per quindici giorni, spedisce ad Annalen der Physik il suo capolavoro, un articolo di trenta cartelle su Elettrodinamica dei corpi in movimento. E' la relatività "speciale": la dimostrazione che le leggi della meccanica newtoniana, valide finché la velocità dei corpi è relativamente piccola, vengono meno quando ci si avvicina alla velocità della luce (trecentomila chilometri al secondo nel vuoto). A quelle velocità, il tempo "rallenta", aumenta la massa inerziale dei corpi (ossia aumenta la loro resistenza all'accelerazione), e aumenta proporzionalmente il loro contenuto di energia. E intanto, poiché l'unica costante nell'universo einsteiniano è la velocità della luce, sparisce il concetto di simultaneità: il tempo di un corpo dipende dallo stato di moto del suo sistema di riferimento.
E' quanto basta a rendere per sempre famoso uno scienziato. Ma Einstein non si arresta: il 1916 arriva a produrre la teoria della "relatività generale", una descrizione unificata dell'Universo che comprende la gravità. Le equazioni della relatività generale, fondate sulle geometrie non euclidee e sul calcolo differenziale assoluto e su altre esoteriche matematiche, trasformano la geometria dell'Universo in un continuo a quattro dimensioni (che comprende anche il tempo), incurvato dalla presenza della materia: lo spazio può venire concepito come un lenzuolo teso, ove le masse dei corpi celesti producono degli affossamenti: sono queste fosse a determinare l'attrazione gravitazionale, che nella gravità newtoniana era ancora attribuita a una misteriosa "azione a distanza". Tutta l'astronomia e la cosmologia moderna si fondano sulla rappresentazione dello spazio tempo fornito dalla relatività generale: che spiega e giustifica l'esistenza di supernove, stelle di neutroni, pulsar, buchi neri. La relatività generale riceve la sua prima conferma sperimentale durante l'eclisse del 29 maggio 1919: una spedizione guidata da Arthur Eddington misura l'incurvatura dei raggi luminosi delle stelle.
Einstein ancora una volta aveva ragione.
Albert Einstein è morto il 17 aprile 1955 a Princeton, negli Stati Uniti, dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni antisemite. Era già diventato la figura simbolo della scienza moderna: nonostante le sue profonde convinzioni pacifiste, fu lui a convincere il presidente degli Stati Uniti Roosevelt a dare il via alla realizzazione della bomba atomica (alla quale però non partecipò) per fermare l'avanzata nazista (qualche anno dopo si recò a Tokyo, per "chiedere perdono" al popolo giapponese).
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