Così Einstein ha cambiato il Novecento| LA RIVISTA "TIME" LO ELEGGE UOMO DEL SECOLO |
| "Dopo di lui, il mondo non è più stato lo stesso": così uno
dei biografi di Albert Einstein, Abraham Pais, sintetizzava
anni fa l'impatto che le idee e le scoperte dell'autore della
teoria della relatività hanno avuto non solo sulla scienza - in
particolare la fisica e la cosmologia - ma sulla stessa
immagine del mondo degli uomini del nostro secolo. In
effetti, nessuno più di Einstein può essere preso a simbolo di
questo secolo di sconvolgimenti sociali, politici, culturali. La
teoria della relatività fin dalla sua prima formulazione ha
rappresentato difatti qualcosa di più di una teoria fisica, per
quanto ricca e complessa: è stata una rivoluzione
concettuale che ha messo in discussione la stessa
"immediata" percezione del mondo, legata al funzionamento
dei nostri sensi, costringendoci a ripensare la materia,
l'energia, il tempo e lo spazio in una misura che nessun
filosofo o scienziato dei secoli precedenti avrebbe osato
neppure supporre.
Una rivoluzione - dicono i biografi del ragazzino ebreo nato
a Ulm il 15 marzo 1879 - di cui i primi profetici segni erano
già manifesti nella primissima infanzia: la sua apparentemente ingenua curiosità, la ricerca "di ciò che c'è dietro le cose". E' questo compulsivo bisogno di comprendere i meccanismi che si celano dietro i fenomeni a spingere fin dalla primissima gioventù Einstein verso la fisica e la matematica, chiavi di una lettura "oggettiva" del mondo. La fisica in quell'epoca sembrava avviata verso una orgogliosa e
conclusiva "sintesi della Natura"; l'Universo era una
poderosa macchina regolata dalle leggi del moto di
Newton, la meccanica classica col suo rigido determinismo
sembrava offrire una spiegazione soddisfacente dei
fenomeni, anche le giovani discipline della termodinamica e
dell'elettromagnetismo parevano avviate a completare un
affresco che avrebbe consentito all'uomo di dominare un
mondo senza più misteri. C'è qualche settore di questo
maestoso edificio che però sembra mandare qualche
scricchiolio. In quegli anni uno scienziato tedesco, Max
Planck, scopre che la radiazione termica di un "corpo nero"
(una cavità le cui pareti sono tutte alla stessa temperatura)
non viene emessa con continuità, come prescriveva la fisica
classica, ma per quantità discrete: i quanta. E gli americani
Michelson e Morley non riescono a dimostrare l'esistenza
dell'etere, il mezzo meccanico che dovrebbe compenetrare
l'Universo e rendere possibile la trasmissione delle onde
elettromagnetiche. Ed un ragazzo di 26 anni, che non ha
trovato posto all'Università di Zurigo e si guadagna da
vivere come impiegato all'ufficio brevetti di Berna (da
tempo Einstein si è trasferito in Svizzera) si prepara intanto
a mandare in parte in frantumi quella tranquilla sicurezza. Lo
ha fatto il 1905 con tre articoli pubblicati nello stesso anno
sulla rivista tedesca Annalen der Physik.
Il primo è del marzo, e si intitola Un punto di vista euristico
relativo alla generazione e trasmissione della luce: è in
pratica l'atto di nascita del fotone (l'unità fondamentale della
radiazione luminosa), la dimostrazione dell'effetto
fotoelettrico e quindi del duplice carattere, corpuscolare e
di onda, della radiazione (per questa scoperta Einstein
riceverà sedici anni dopo il premio Nobel). Nel maggio è la
volta di un articolo sul moto browniano, che rappresenta la
dimostrazione della esistenza delle molecole, come gli atomi
ancora considerate da molti degli "enti ideali" privi di reale
esistenza fisica; e infine a giugno Einstein, dopo cinque
settimane di lavoro che lo lasceranno stremato per quindici
giorni, spedisce ad Annalen der Physik il suo capolavoro,
un articolo di trenta cartelle su Elettrodinamica dei corpi in
movimento. E' la relatività "speciale": la dimostrazione che le
leggi della meccanica newtoniana, valide finché la velocità
dei corpi è relativamente piccola, vengono meno quando ci
si avvicina alla velocità della luce (trecentomila chilometri al
secondo nel vuoto). A quelle velocità, il tempo "rallenta",
aumenta la massa inerziale dei corpi (ossia aumenta la loro
resistenza all'accelerazione), e aumenta proporzionalmente il
loro contenuto di energia. E intanto, poiché l'unica costante
nell'universo einsteiniano è la velocità della luce, sparisce il
concetto di simultaneità: il tempo di un corpo dipende dallo
stato di moto del suo sistema di riferimento.
E' quanto basta a rendere per sempre famoso uno scienziato. Ma Einstein non si arresta: il 1916 arriva a produrre la teoria della "relatività generale", una descrizione unificata dell'Universo che comprende la gravità. Le equazioni della relatività generale, fondate sulle geometrie non euclidee e sul calcolo differenziale assoluto e su altre
esoteriche matematiche, trasformano la geometria
dell'Universo in un continuo a quattro dimensioni (che
comprende anche il tempo), incurvato dalla presenza della
materia: lo spazio può venire concepito come un lenzuolo
teso, ove le masse dei corpi celesti producono degli
affossamenti: sono queste fosse a determinare l'attrazione
gravitazionale, che nella gravità newtoniana era ancora
attribuita a una misteriosa "azione a distanza". Tutta
l'astronomia e la cosmologia moderna si fondano sulla
rappresentazione dello spazio tempo fornito dalla relatività
generale: che spiega e giustifica l'esistenza di supernove,
stelle di neutroni, pulsar, buchi neri. La relatività generale
riceve la sua prima conferma sperimentale durante l'eclisse
del 29 maggio 1919: una spedizione guidata da Arthur
Eddington misura l'incurvatura dei raggi luminosi delle stelle.
Einstein ancora una volta aveva ragione.
Albert Einstein è morto il 17 aprile 1955 a Princeton, negli
Stati Uniti, dove si era rifugiato per sfuggire alle
persecuzioni antisemite. Era già diventato la figura simbolo
della scienza moderna: nonostante le sue profonde
convinzioni pacifiste, fu lui a convincere il presidente degli
Stati Uniti Roosevelt a dare il via alla realizzazione della
bomba atomica (alla quale però non partecipò) per fermare
l'avanzata nazista (qualche anno dopo si recò a Tokyo, per
"chiedere perdono" al popolo giapponese). |