Tra cielo e terra, la rottura del peccato| Il male, una sfida senza pari per la filosofia e la teologia |
| Il tema del peccato, dal punto di vista della teologia cristiana, viene letto con l'aiuto della Parola di
Dio che ne svela i molteplici e differenziati elementi nel contesto della storia della salvezza, del
mistero pasquale, della posizione dell'uomo nel mondo e della vita della Chiesa.
Letto alla luce di questa complessità, la realtà del peccato, che si qualifica come tragica esperienza
della lontananza, dell'abbandono, della lacerazione, non può essere ridotta a pura casistica di cose
da fare o da non fare che fanno apparire peccaminose realtà assolutamente insignificanti o
giustificano atteggiamenti condannabili. Il peccato diventa, piuttosto, una realtà ontologica, un evento
nel quale ne va della libertà umana, della responsabilità in senso pieno. Il peccato ha a che fare con
l'enigma della condizione umana che ogni religione cerca di illuminare e spiegare. Notiamo che dal
punto di vista biblico, la problematica rilevanza del tema del peccato è connessa alle drammatiche,
spesso tragiche, alternative tra le quali l'umanità è chiamata a scegliere. E tuttavia la Bibbia, pur
conoscendo a fondo la realtà del peccato, non ne fa mai il suo tema specifico. Perché? Perché, la
tematica principale delle Sacre Scritture è la lode e la glorificazione di quel Dio che ha creato il
mondo e l'umanità per poter entrare in un rapporto d'amore con la sua creazione anche a costo di
spogliarsi nella maniera più radicale della sua onnipotenza. Essa narra dell'infinita misericordia di Dio
che non è arrestata da nulla, da nessuna delle nostre scelte. Rispetto alla specifica questione della
misericordia occorrerebbe ascoltare anche la voce del Corano che insiste particolarmente sul fatto
che il peccato è soggetto alla misericordia di Dio, Colui che è Misericordioso, Colui che fa
misericordia. E qui si aprono le pagine altrettanto intense e complesse sul perdono. Nelle Scritture
non si parla mai solo di peccato se non lo si coglie strettamente intrecciato al tema della misericordia
di Dio e della redenzione, della possibilità concreta di un tornare sui propri passi.
L'Antico Testamento o forse sarebbe meglio dire le Scritture ebraiche, non ha elaborato alcuna
teologia sistematica del peccato. Del resto le Scritture non conoscono il delirio sistematizzante che
ha prodotto la "scienza del bene e del male". Ciò che esse narrano, sono storie, concrete, umane,
deliziose, disperate, tormentate e sublimi accese dal colore del mito, che rende lo scarno testo
biblico il luogo delle nostre esperienze, dei nostri incontri, dei nostri fallimenti e delle nostre speranze.
Nelle Scritture non c'è alcun delirio monotematico, ma la vertigine di storie in cui uomini e donne ci
appaiono divisi, lacerati, contraddittori e impulsivi. Le storie bibliche sospese tra cielo e terra,
narrano, in maniera ossimorica, l'intera gamma dell'umano, dall'abietto al sublime.
Vi sono tre termini che nelle Scritture ebraiche possono rendere ciò che noi traduciamo con peccato:
peshac, hata't, awon. Il primo non ricorre con la stessa frequenza degli altri ma è il concetto più
attivo e meno formalizzato per indicare l'atto del peccare. La sua radice significa che uno rompe con
l'altro e quindi con una comunità esistente, che si sottrae a essa o le porta via qualcosa. Il termine
designa il sottrarsi a un legame e quello con Dio diventa il paradigma di ogni rottura. In senso più
ampio designa la rottura dell'Alleanza, dunque un tradimento.
Il secondo termine, hata't significa sbagliare, mancare e si riferisce innanzitutto alla violazione di un
rapporto tra Dio e il popolo e tra uomo e uomo. Designa, dunque, il fallimento di una relazione
personale, che vincola e obbliga. Awon ha soprattutto il significato di piegarsi, di curvarsi sotto
qualcosa. Il peccatore è piegato, soprattutto in senso fisico. Il peccato pesa tanto da costringere il
peccatore ad andare curvo: "le mie iniquità hanno superato il mio capo, come carico pesante mi
hanno oppresso" (Sal 38,5). Già Caino confessa dopo l'uccisione del fratello: "troppo grande è la
mia colpa (awon) perché io la possa portare" (Gn 4, 13). Il peccato, dunque, come caduta nel
vuoto del non senso, perdita di un centro, orizzonte cancellato, come vagare in un nulla infinito, il
peccato come delirio di onnipotenza (il voler essere come Dio), come libertà tradita, in quanto
violazione della legge di Dio.
Anche il Nuovo Testamento a somiglianza dell'Antico, non si propone di formulare una teoria
sistematica del peccato. Secondo Bonhoeffer, il grande teologo luterano ucciso dai nazisti a Flossenbürg nel 1945, "il primo compito dell'etica cristiana consiste nell'annullare la conoscenza del bene e del male" (Etica , Bompiani, 1969) in quanto essa scorge nella possibilità stessa della
conoscenza del bene e del male la perdita dello stato originario. In origine l'umanità conosce una sola
cosa: Dio. Il resto, le cose e il mondo sono conosciuti solo attraverso questa unità con Dio e in Dio.
I termini e i concetti di cui il Nuovo Testamento dispone per parlare del peccato sono come una ricca tavolozza. Non è possibile dar conto della ricchezza semantica dei termini disponibili, basta solo dire che anch'essi indicano l'originario fallimento di un traguardo, nella cornice dell'idea di
Alleanza. Gesù porta la nuova alleanza proclamando l'avvento del regno e della sovranità di Dio (Mr
1, 15). Tale avvento si verifica nella parola e nell'opera di Gesù. Egli è il mistero della sovranità di
Dio in persona. L'irruzione della sovranità di Dio è contraddistinta dall'offerta del perdono dei
peccati all'umanità. Peccare è non prestare attenzione alla chiamata della grazia che viene fatta in
Gesù.
In generale si può affermare che nei vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), le affermazioni sul
peccato sono ancora poco sistematizzate. L'uso di una molteplicità di termini dimostra che nei
Vangeli ci si riferisce a singole azioni che possono essere compiute nelle maniere più varie. Invece la
teologia paolina presenta una chiara tendenza alla sistematizzazione. Per Paolo non esistono più tanto
e solo i singoli peccati ma il "peccato" quale principio che manifesta un orientamento generale errato
e corrotto, testimonianza di una caduta che incombe su ogni singolo uomo e sull'umanità nel suo
complesso. Il "peccato" consiste quindi nel rifiuto di riconoscere e confessare la vera natura di
Cristo. Il peccato, dunque, come chiusura di fronte all'avvento di Dio in Gesù.
Nel contesto del pensiero cristiano, nessuno ha posto l'accento sul senso paradossale del peccato
come perdita della libertà come Agostino. Quel non voler essere disperatamente se stessi ossia la
disperazione della debolezza; e voler essere disperatamente se stessi, ossia l'arroganza
(Kierkegaard).
Tuttavia se, dal punto di vista teologico, il tema del peccato va considerato come fatto religioso, non
possiamo non leggerlo come parte di quell'enigma della condizione umana, fatta di finitudine, limite,
parzialità, dolore e morte, che si esprime attraverso la bruciante esistenza del problema del male.
Ciò è particolarmente importante per tentare una lettura del peccato non con l'ausilio di una "scienza
del bene e del male" ma attraverso quelle esperienze umane troppo umane che la psicoanalisi e le
scienze umane hanno studiato e tentato di leggere: angoscia, senso di colpa, vergogna. Il disagio
scaturito da ciò che è perturbante, il disagio della civiltà, le dure repliche della storia che soprattutto
in questo secolo ha messo radicalmente in discussione gli schemi classici
male-peccato-sofferenza-colpa-perdono, (la Shoah, innanzitutto) ci impongono un diverso
approccio. Il problema non è più solo legato alle domande su cosa sia il male, donde viene, ma è
renderci conto che le tradizionali argomentazioni sono insufficienti per comprendere altre forme di
male, specialmente il dolore degli innocenti. Occorre andare oltre l'antichissima dottrina morale della
retribuzione, secondo cui la sofferenza è meritata come retribuzione di una colpa personale o
collettiva. Tesi sostenuta dagli amici di Giobbe. In altre parole l'uomo sceglie il male o ne è anche
vittima?
Che filosofia e teologia incontrino il male come una sfida senza pari è facilmente riscontrabile. Il
problema è la maniera in cui la sfida viene riconosciuta. Quel che il problema mette in questione è un
pensare totalmente sottomesso all'esigenza della coerenza logica e della totalità sistematica per cui
v'è una assoluta insufficienza del pensiero di fronte al problema del male (Ricoeur). Nell'affrontare
questo problema la filosofia e la teologia si sono dimostrate nel corso dei secoli assolutamente
manchevoli. Solo a partire da Kant, con la sua critica della teodicea e la sua teoria sul male radicale,
viene segnata una svolta, proseguita attraverso gli abissali scandagli del giovane Hegel, la
meditazione del tardo Schelling, la sistemazione di Schopenhauer e le radicali provocazioni di
Nietzsche. Al fine di mostrare il carattere limitato e relativo della posizione del problema nel quadro
argomentativo della teodicea, occorre rendersi conto dell'ampiezza e della complessità del problema
mediante le risorse di una fenomenologia dell'esperienza del male.
Ascoltiamo un celebre oracolo. "Chiamato o non chiamato, Dio sarà presente". Questo antico
oracolo risuonato in Grecia nel tempio di Apollo a Delfi assume il suo più alto valore nella questione
del male in cui da sempre, si intrecciano peccato, colpa, dolore, morte. La presenza di Dio entro lo
snodarsi dell'interrogativo sul male può venire giocata in due modi: il male diviene la massima
obiezione contro l'esistenza di Dio; l'esistenza di Dio viene provata a partire da quella del male e Dio
stesso diviene la suprema obiezione contro di esso. Occorre avere il coraggio di chiamare in causa
Dio, non nel senso giustificazionista e apologetico, ma in senso attivo: la questione del male va risolta
in e con Dio, stringendo un patto di alleanza con lui.
Nella lotta divina e umana contro il male non siamo di fronte a un problema speculativo ma a
qualcosa che esige un'azione. Le lancinanti domande sul male, sul peccato, sul dolore, sulla
condizione umana, spesso gettata in un orizzonte insensato, esigono che ci si faccia carico delle
pagine della storia e delle sue memorie. Tutto ciò non ha a che fare con sistemazioni teoriche,
filosofiche e teologiche che tentano di spiegare tutto con una presunta eterna, assoluta, neutra "natura
umana", anzi così finiremmo solo col cogliere i limiti di ogni pensiero strutturato. Cercare i volti del
male significa nutrirsi di liberazione dal male, operando politicamente, socialmente, moralmente,
religiosamente contro di esso. In gioco è la possibilità di decidere, di compiere scelte con la
consapevolezza dei nostri limiti, della nostra finitudine che non riuscirà mai a render conto
pienamente dell'enigma della sofferenza irriducibile di cui il peccato è la cifra simbolica. |