RASSEGNA STAMPA

23 DICEMBRE 1999
ANTONIO GNOLI
NIETZSCHE Così parlò Severino
CHE FINE FA L'OCCIDENTE
E' uscito "L'anello del ritorno" un lungo saggio che spiega che cosa l'autore di "Zarathustra" intendeva con la morte di Dio e la nascita del superuomo
La necessità di un discorso filosofico è tale solo se mostra l'irrevocabilità del suo dire, altrimenti è opinione o sentimento
Più lo mandi giù e più si tira su con l'aria di un bambino tenace e pensoso, felice di smentire i suoi avversari. Che sono tanti e, aggiungerei, fortemente irritati, soprattutto i cattolici dalle cui fila proviene. Fu negli anni Sessanta che, sconosciuto ai più, Emanuele Severino sparigliò il panorama filosofico italiano con una tesi a dir poco squillante.
L'Occidente non aveva capito nulla di sé e della follia che lo avvolgeva. Follia concettuale provocata dal pensare che le cose siano niente, che nascano dal nulla e finiscano nel nulla.
Una tesi ardita che al nostro pensatore procurò non poche reprimende, sospetti di eresia e un processo che lo estromise dalla Cattolica dove fino ad allora, era il 1968, aveva insegnato.
Molti anni sono trascorsi, e tanti libri egli ha pubblicato.
Alcuni speculativamente impegnativi, altri accessibili per l'impianto divulgativo voluto dall'autore. Sfogliandoli ci si può imbattere in alte e pensose riflessioni su Parmenide (di cui aveva auspicato il ritorno), sulla tecnica e la violenza; oppure in veloci annotazioni di politica e di società spicciola. Insomma, Severino è un filosofo che si divide fra l'alta moda e il prêt-à- porter. Non a caso egli pubblica prevalentemente i suoi lavori con due editori molti diversi: Rizzoli e Adelphi. Presso quest'ultimo è uscito da poco L'anello del ritorno (pagg. 433, lire 75.000), un lungo e ambizioso saggio su Nietzsche che lui ama definire una tappa importante verso l'approdo teorico della sua impresa speculativa.
Allora, professor Severino, di tutto la possono accusare i suoi avversari, ma non d'incoerenza. Sono anni che il suo martello implacabilmente si abbatte sul pensiero contemporaneo sordo ai suoi richiami. Cos'è che non va?
"Fra le tante cose, il fatto ad esempio che la filosofia contemporanea vive per lo più di rendita rispetto a ciò che alcuni pensatori, pochi aggiungo, e fra questi Leopardi e Nietzsche, hanno compiuto rispetto alla tradizione".
Si spieghi.
"Oggi è diventato un luogo comune negare questa tradizione, direi quasi un'abitudine arbitraria. Perciò, qualcuno potrebbe obiettare che non si vede perché non si debba preferire il mondo della tradizione e i suoi pensatori, al mondo contemporaneo. Invece, in Leopardi, in Nietzsche, e aggiungerei in Gentile, viene alla luce la necessità della distruzione della tradizione dell'Occidente".
Ci allacciamo le cinture, perciò ci dica cosa intende per tradizione dell'Occidente.
"Un significato unitario della tradizione occidentale è costituito dalla persuasione che l'insieme delle trasformazioni del mondo sia riconducibile a un ordinamento stabile, immutabile, definitivo".
Allude al rapporto tra divenire ed eterno, di cui parlano fra gli altri Platone, Aristotele ecc.?
"Sì, un rapporto che non è solo filosofico, ma presente un po' ovunque: dal campo religioso dove il cristianesimo sarebbe impensabile senza la distinzione tra il tempo e l'eterno; a quello economico in cui il capitalismo si dà come legge naturale ed eterna. Ma è presente altresì nel campo della politica, dell'arte e perfino della scienza che, almeno fino ad Einstein, concepisce se stessa come verità definitiva.
Per cui la tradizione, ossia questo particolare rapporto fra tempo ed eternità, è ciò che si origina con il pensiero greco e arriva fino al secolo scorso".
In che senso il rapporto di cui parla è particolare?
"Perché nella tradizione l'eterno è come il signore che domina il servo. Servo è il divenire, è il tempo, è la caducità e la finitezza delle cose. Ai miei occhi tutto questo è il risultato di una follia".
Quale?
"Quella di pensare che le cose - siano esse la casa, le stelle, gli affetti, la donna, gli animali, i sentimenti - oscillino fra l'essere e il niente. E' follia pensare che le cose siano niente e viverle come tali".
E Nietzsche con tutto questo che c'entra?
"C'entra, anche se non ne è interamente consapevole. Ma lui compie un passo fondamentale".
Lei, mi pare, lo colloca su un punto di rottura rispetto alla tradizione di cui parlava...
"Nietzsche si rende conto - ma prima di lui già Leopardi ne è consapevole - che se il divenire esiste è impossibile che esista un qualsiasi eterno".
Impossibile perché? Dopo tutto hanno convissuto per millenni.
"La verità eterna tende a riempire sia il futuro che il passato.
Qualunque flusso innovatore del divenire, da questo punto di vista, non è più possibile. La verità eterna, insomma, rende apparente, finto, il divenire".
L'idea che le verità non siano eterne è una questione oggi acquisita...
"Fino a un certo punto, cosa vuol dire verità eterna?".
Ce lo dica.
"Essa è come una legge che dice a tutte le cose: voi potete esistere solo conformemente alla mia legislazione. Questo vuol dire verità eterna o inviolabile. Sia Leopardi che Nietzsche, ma in seguito anche Gentile, usando linguaggi diversi, ne hanno colto l'assurdità. Perciò tutti i propositi a cui assistiamo di salvare l'uomo dalla violenza, dalla guerra, facendo appello ai grandi valori del passato sono destinati a fallire".
Perché?
"Perché essi intendono salvare l'uomo sulla base di quella legislazione che riempendo ogni vuoto si presenta essa stessa come violenza, che è appunto impedire al divenire di essere tale, di irrigidirlo, sottraendogli ciò che gli compete".
A questo proposito Nietzsche usò una formula che ebbe un qualche successo, parlò della "morte di Dio". Lei come interpreta questa celebre espressione?
"Sarebbe banale riportare questa frase del discorso nicciano al fatto che la gente non crede più in Dio.
Significherebbe ridurre Nietzsche al suo livello più basso".
Proviamo ad alzare il tono.
"La morte di Dio è il modo in cui Nietzsche esprime l'impossibilità di quell'eterno che rende impossibile la storia, il divenire, il tempo. Dice a un certo punto Zarathustra: se esistesse un creatore, cosa mi resterebbe? Io non potrei creare più nulla. Ma io sono un creatore, dunque gli dei non esistono".
Un'obiezione è che Zarathustra sostituendosi a Dio ne annulla, per così dire, la morte. Come la mettiamo?
"E' vero che si sostituisce, ma l'importante è la necessità della sostituzione. Se ci fosse un Dio, l'uomo non sarebbe in grado di creare nella sua forma autentica, cioè come un uomo libero dalla venerazione per il passato. Ogni suo movimento sarebbe solo apparenza. Ma poiché la creatività dell'uomo non è apparenza, dunque non può esistere ciò che rende apparente il divenire, ossia il Dio creatore. La necessità di un discorso filosofico è tale solo se mostra l'irrevocabilità del proprio dire, altrimenti è cultura, opinione, sentimento, espressione di volontà".
L'impressione è che ci stiamo lentamente avvicinando all'altra celebre figura nicciana che ha dato qualche grattacapo agli interpreti. Mi riferisco al "superuomo" che è l'altra faccia della "morte di Dio". Lei come la legge?
"Non si capisce che cosa sia il superuomo se non si intende bene cosa è l'eterno ritorno. Quindi tutte le interpretazioni politiche e sociologiche di questa figura, tutti gli accostamenti di Nietzsche al nazionalsocialismo, non fanno che allontanare dal nostro sguardo la sua straordinaria potenza".
La stessa traduzione del termine nicciano può ingenerare qualche equivoco.
"Nietzsche parla di übermensch, traducibile con "oltrepassamento dell'uomo". Che cosa è l'uomo? E' quello che crede in Dio e vive conformemente agli immutabili. La sua è una vita apparente in quanto è preordinata dall'esistenza dell'eterno. Il superuomo, perciò, è quello che va oltre l' uomo perché comprende l'impossibilità dell'eterno. Non solo. Nel vedere la necessità della morte di Dio, Nietzsche si accorge che deve morire anche quella forma di dio che è il passato concepito come una dimensione rispetto alla quale la volontà non può più nulla".
Le cose, caro professore, si complicano maledettamente.
Tutto pare confluire in questa idea di eterno ritorno. Qual è il suo senso?
"E' qualcosa che non ha nulla a che vedere con l'idea che ne avevano i greci. Per i quali l'eterno ritorno è il dio all'interno del quale si sviluppa il divenire. Invece in Nietzsche il discorso è rovesciato. Proprio perché non c'è nessun dio, il divenire deve essere impossessamento del passato. Ogni atto dell'andare avanti è un tornare indietro. Il che è possibile solo se esiste la figura del circolo".
Mi scusi, ma tutto questo sforzo speculativo dove porta?
"Porta alla luce la coscienza del superuomo. Il quale in ogni suo atto sa di volere ciò che è destinato ad accadere. Non c'è più la scissione della volontà fra ciò che vuole e ciò che accade".
Il superuomo prende il posto di dio. Siamo, anche se con modalità diverse, alla domanda che le ho fatto poc'anzi.
"E' generalmente la critica che gli si rivolge. Ma non è questo il punto. Senza rendersene conto, Nietzsche sta portando alla luce la contraddittorietà del concetto di divenire. Egli arriva a dire cose in cui il divenire implica la negazione di se stesso. Egli tocca il punto estremo della follia. E' come se avesse visto il baratro in cui l'Occidente era finito e se ne fosse ritratto spaventato".
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