RASSEGNA STAMPA

19 DICEMBRE 1999
CARLO CARENA
E Agostino sfuggì ai miraggi
G. Sfameni Gasparro, "Agostino. Tra etica e religione", Morcelliana, Brescia 1999, pagg. 420, L. 40.000.
Fra i saggi raccolti sotto il titolo di Agostino. Tra etica e religione da Giulia Sfameni Gasparro, docente di Storia delle religioni all'Università di Messina, uno in particolare spicca per la durante attualità dell'argomento e per la lucidità con cui viene nuovamente prospettato.
Ha per titolo a sua volta Fra astrologi, teurgi e manichei e presenta un caso all'apparenza del tutto personale, un approdo nella "navigazione" interiore, com'egli la chiama, di un giovane nordafricano di sedici secoli fa. Senonché il giovane di sedici secoli fa è appunto Sant'Agostino, e l'approdo è fra i miraggi più abbaglianti e gli intrichi più bui della nostra psiche.
A vent'anni, deluso e incerto, Agostino scopre i barlumi della filosofia leggendo Cicerone. Tormentato dalla ricerca del problema del male - cosa sia, come mai esista se esiste un Dio necessariamente buono - si affida alla dottrina di Mani, che almeno spiega come Bene e Male siano i due principi opposti e contrastanti su cui si regge il mondo. La complessa teologia manichea coinvolge nel suo sistema le potenze celesti. Nella sua sublimità intellettuale s'insinuano così, come in quella del neoplatonismo, credenze e pratiche popolari sopravvissute alla dissoluzione dell'Impero e del paganesimo. Si perpetua quella vischiosità fra astronomia e astrologia che, rileva l'autrice, ne fa a volte sinonimi durante l'antichità soprattutto tarda: come gli scrittori astrologici si fondavano sulle osservazioni astronomiche, così gli scienziati astronomici introducevano volentieri nelle loro indagini interessi di tipo astrologico. Il caso più vistoso è certamente quello dei Fenomeni di Arato; ma lo stesso Tolomeo insieme all'Almagesto scrive il Tetrabiblos o Previsioni astrologiche, vero e proprio manuale dove legittima i pronostici relativi non solo ai fenomeni atmosferici ma anche al destino umano.
Credere peraltro che ogni evento mondano sia determinato dall'influsso delle stelle, dalle loro posizioni e congiunzioni in quell'istante, non è solo un'ipotesi curiosa e gratuita. È l'annullamento della libertà, coinvolge la Provvidenza, rimette in discussione il problema del male sia nella sua dimensione cosmica sia in quella individuale. L'astrologia può tranquillizzare sul presente e rischiarare psicologicamente il futuro, ma rimanda al di sopra della terra i termini delle operazioni dell'uomo.
Non furono dunque soltanto l'alone di superstizione e le complicazioni barocche del manicheismo a far ritrarre Agostino - manicheo peraltro per molti anni - da queste suggestioni di maghi e credenze di donnaccole. Fu un'esigenza intellettuale e morale. Pure, con tutta l'insoddisfazione e l'inquietudine di cui era capace, la spinta definitiva a prendere di nuovo il largo gli venne non dalle argomentazioni degli amici accorti prima di lui, bensì per via sperimentale. La mela di Newton fu il racconto che gli fece un tal Firmino e che egli riferisce nel settimo libro delle Confessioni. Il padre di Firmino, divoratore di trattati astrologici, saputo che una domestica di un suo amico devoto al pari di lui dell'astrologia era gravida contemporaneamente alla propria moglie, cominciò a calcolare scrupolosamente ore e minuti del processo della generazione dei due fanciulli nei grembi delle due madri; quando poi queste si sgravarono, i due uomini appurarono mediante un ingegnoso scambio di corrieri che le nascite erano avvenute nel medesimo istante: eppure, "Firmino percorreva ciò nonostante le strade più fulgide del mondo, mentre lo schiavo continuava a servire i suoi padroni".
Con tutto ciò, osserva bene l'autrice, l'esperienza astrologica lasciò tracce durature nel filosofo e nel prete. Salito sulla cattedra vescovile in patria e alla guida di un gregge in cui le tentazioni erano ancora fortissime e i tempi incerti vi spingevano (come sempre spingono), Agostino condusse nelle sue prediche e nei suoi trattati una dura polemica contro l'astrologia, i suoi praticanti e i suoi maestri, già bersaglio della lungimirante tradizione degli apologisti sia greci che latini.
I testi agostiniani costituiscono oltretutto, come sottolinea la Sfameni Gasparro, un documento vivo degli ultimi spasimi di un avversario sconfitto ma ancora capace di stimolare un dibattito ideologico e religioso di grande rilevanza per la filosofia e la teologia dei vincitori.
I problemi qui chiaramente affiorati si ripropongono anche altrove in questo volume, nel capitolo sulla dottrina agostiniana del peccato originale o nell'ultimo, con la prospettiva estesa a diverse tradizioni tardoantiche. Sono problemi che aguzzano le intelligenze non meno di quanto lacerino le coscienze, e su cui Agostino cade per risollevarsi ma a fatica e non senza lividi, come del resto da altre sue cadute.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e Religione