| E Agostino sfuggì ai miraggi | Fra i saggi raccolti sotto il titolo di Agostino. Tra etica e religione da Giulia Sfameni Gasparro, docente di Storia delle religioni all'Università di Messina, uno in particolare spicca per la durante attualità dell'argomento e per la lucidità con cui viene nuovamente prospettato.
Ha per titolo a sua volta Fra astrologi, teurgi e manichei e presenta un caso all'apparenza del tutto personale, un approdo nella "navigazione"
interiore, com'egli la chiama, di un giovane nordafricano di sedici secoli
fa. Senonché il giovane di sedici secoli fa è appunto Sant'Agostino, e
l'approdo è fra i miraggi più abbaglianti e gli intrichi più bui della nostra psiche.
A vent'anni, deluso e incerto, Agostino scopre i barlumi della filosofia leggendo Cicerone. Tormentato dalla ricerca del problema del male - cosa sia, come mai esista se esiste un Dio necessariamente buono - si affida alla dottrina di Mani, che almeno spiega come Bene e Male
siano i due principi opposti e contrastanti su cui si regge il mondo. La complessa teologia manichea coinvolge nel suo sistema le potenze
celesti. Nella sua sublimità intellettuale s'insinuano così, come in quella
del neoplatonismo, credenze e pratiche popolari sopravvissute alla
dissoluzione dell'Impero e del paganesimo. Si perpetua quella vischiosità
fra astronomia e astrologia che, rileva l'autrice, ne fa a volte sinonimi
durante l'antichità soprattutto tarda: come gli scrittori astrologici si
fondavano sulle osservazioni astronomiche, così gli scienziati
astronomici introducevano volentieri nelle loro indagini interessi di tipo
astrologico. Il caso più vistoso è certamente quello dei Fenomeni di
Arato; ma lo stesso Tolomeo insieme all'Almagesto scrive il Tetrabiblos
o Previsioni astrologiche, vero e proprio manuale dove legittima i
pronostici relativi non solo ai fenomeni atmosferici ma anche al destino
umano.
Credere peraltro che ogni evento mondano sia determinato dall'influsso
delle stelle, dalle loro posizioni e congiunzioni in quell'istante, non è solo
un'ipotesi curiosa e gratuita. È l'annullamento della libertà, coinvolge la
Provvidenza, rimette in discussione il problema del male sia nella sua
dimensione cosmica sia in quella individuale. L'astrologia può
tranquillizzare sul presente e rischiarare psicologicamente il futuro, ma
rimanda al di sopra della terra i termini delle operazioni dell'uomo.
Non furono dunque soltanto l'alone di superstizione e le complicazioni
barocche del manicheismo a far ritrarre Agostino - manicheo peraltro
per molti anni - da queste suggestioni di maghi e credenze di donnaccole. Fu un'esigenza intellettuale e morale. Pure, con tutta
l'insoddisfazione e l'inquietudine di cui era capace, la spinta definitiva a
prendere di nuovo il largo gli venne non dalle argomentazioni degli amici
accorti prima di lui, bensì per via sperimentale. La mela di Newton fu il
racconto che gli fece un tal Firmino e che egli riferisce nel settimo libro
delle Confessioni. Il padre di Firmino, divoratore di trattati astrologici,
saputo che una domestica di un suo amico devoto al pari di lui
dell'astrologia era gravida contemporaneamente alla propria moglie,
cominciò a calcolare scrupolosamente ore e minuti del processo della
generazione dei due fanciulli nei grembi delle due madri; quando poi
queste si sgravarono, i due uomini appurarono mediante un ingegnoso
scambio di corrieri che le nascite erano avvenute nel medesimo istante:
eppure, "Firmino percorreva ciò nonostante le strade più fulgide del
mondo, mentre lo schiavo continuava a servire i suoi padroni".
Con tutto ciò, osserva bene l'autrice, l'esperienza astrologica lasciò
tracce durature nel filosofo e nel prete. Salito sulla cattedra vescovile in
patria e alla guida di un gregge in cui le tentazioni erano ancora
fortissime e i tempi incerti vi spingevano (come sempre spingono),
Agostino condusse nelle sue prediche e nei suoi trattati una dura
polemica contro l'astrologia, i suoi praticanti e i suoi maestri, già
bersaglio della lungimirante tradizione degli apologisti sia greci che latini.
I testi agostiniani costituiscono oltretutto, come sottolinea la Sfameni
Gasparro, un documento vivo degli ultimi spasimi di un avversario
sconfitto ma ancora capace di stimolare un dibattito ideologico e
religioso di grande rilevanza per la filosofia e la teologia dei vincitori.
I problemi qui chiaramente affiorati si ripropongono anche altrove in
questo volume, nel capitolo sulla dottrina agostiniana del peccato
originale o nell'ultimo, con la prospettiva estesa a diverse tradizioni
tardoantiche. Sono problemi che aguzzano le intelligenze non meno di
quanto lacerino le coscienze, e su cui Agostino cade per risollevarsi ma
a fatica e non senza lividi, come del resto da altre sue cadute. |