RASSEGNA STAMPA

18 DICEMBRE 1999
MARCO BELPOLITI
Chip, chip, hurrà
Gli "oggetti intelligenti" ci cambieranno la vita: saremo un computer dalla testa ai piedi
Steve Mann è uno studente del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology. Ha gli occhi nascosti dietro una maschera elettronica che contiene piccoli schermi. Sta guardando il mondo circostante attraverso una coppia di videocamere connesse al visore. Per la maggior parte della giornata le telecamere sono montate sul davanti, ma quando va in bicicletta gira uno dei suoi occhi elettronici per guardarsi le spalle oppure, quando cammina in mezzo alla folla, punta l'obiettivo verso il basso per vedere dove mette i piedi. Dal momento che tutto quello che vede passa attraverso il computer, egli può manipolare l'immagine: aumenta la luminosità di notte, oppure finge di vedere come un insetto: fa scomparire l'intorno per fissarsi sugli oggetti in movimento così, con il tempo, ha scoperto che gli piace vedere il mondo un po' inclinato di lato. Tutto quello che percepisce transita attraverso un software. Anche il resto del corpo di Steve è cablato: scrive e legge senza dover distogliere lo sguardo da ciò che sta facendo; ha un tasto in ogni dito e premendo le dita secondo certe combinazioni, è come se scrivesse su una normale tastiera. I vestiti sono pieni di sensori e può controllare il proprio battito cardiaco e rappresentare le altre funzioni del corpo al fine di stabilire se sta affaticandosi troppo. Sulla testa ha un'antenna che lo collega al mondo di Internet, scambiare messaggi e-mail con gli amici e conservare in una pagina Web quel che ha visto di recente. Da casa la moglie di Steve guarda attraverso gli occhi del marito e lo guida sceglie mentre la frutta al supermercato. Questa descrizione è tratta dal libro assai interessante, "Qua le cose iniziano a pensare" (trad. it. di Fabio Parracchini, Garzanti, pp.203, L. 35.000). L'ha scritto Neil Gershenfeld, un quarantenne geniale che lavora al MIT e dirige il Physics and Media Group, oltre al consorzio di ricerca Things That Think. Gershenfield è quello che si definisce un inventore, una specie di Archimede Pitagorico, che non solo sa tutto o quasi sulla fisica quantistica, ma gioca a creare oggetti intelligenti senza preoccuparsi troppo della ricerca pura. Anzi, Gershenfield è necessariamente un praticone che pasticcia con le cose allo scopo di trovare soluzioni semplici ed elementari a problemi complessi. La sua idea è che i "computer da scrivania" sono oggetti obsoleti che non possono risolvere i nostri problemi pratici, se l'informazione digitale resta separata dal nostro mondo fisico: "Tutti i bit del mondo non servono a nulla se non possiamo utilizzarli giocando secondo le nostre regole". La rivoluzione informatica degli ultimi vent'anni ha riguardato i computer e non le persone. E' venuto il momento di passare a una nuova fase: collegare il mondo dei bit al mondo degli atomi. Prendiamo un oggetto banale, dice Gershenfield, ad esempio una penna, ma anche un pianoforte, che è molto più elaborato.
Ebbene, il progetto logico e il progetto meccanico di questi due oggetti "connettono il loro meccanismo all'interfaccia utente in modo tanto stretto che è possibile usarli senza pensarli come elementi tecnologici, o anche senza pensarli affatto". Fin qui l'informatica non ha mai avuto come proprio compito l'invincibilità. Il computer, anche quelli dell'ultima generazione sono sempre "oggetti". Gershenfield pensa invece che dovrebbero sparire, fino a diventare come delle penne, che usiamo senza troppo pensarci. Ma per farlo devono diventare intelligenti. Si pensi al videoregistratore che lampeggia insistemente sulle 00:00, "è una rottura" dice Gershenfield, ma dalla sua ha il fatto che questo oggetto non sa minimamente di essere un videoregistratore, non sa che su Internet ci sono degli orologi atomici che potrebbero fornirgli l'ora esatta e non sa neppure che noi possiamo benissimo aver lasciato la stanza dove lui si trova. Le scarpe potrebbero benissimo contenere il computer che fornisce e ricevere informazioni dal corpo di chi le calza. Nessuno dimentica a casa le scarpe; inoltre, camminando produciamo energia e generiamo campi elettrici. Le scarpe comunicano con l'orologio o gli occhiali, inviando dati su uno schermo al nostro polso, senza l'uso di fili o cavi elettrici, ma attraverso il corpo quale superficie elettrica. Oppure provate a immaginare che il nostro computer sappia misurare i nostri cambi di umore, sapere se siamo o no di cattivo umore. Una persona che non sa percepire gli affetti degli altri è emotivamente handicappata e non riesce a svolgere con successo le proprie funzioni sociali. La stessa cosa accade al computer. Si possono misurare gli stati affettivi attraverso la temperatura, sudorazione, tensione muscolare, e così via. Solo toccando la maniglia della porta di casa, gli oggetti, dal tostapane al televisore, potrebbero percepire i nostri stati emotivi e comportarsi di conseguenza. La moka potrebbe decidere che caffè prepararci per renderci di buon umore oppure per non aumentare il nostro stato nervoso. Al Media Lab, ci informa l'autore, stanno lavorando per creare macchine che ci leggono nel pensiero, utilizzando la risonanza magnetica; inoltre stanno preparando delle fotocopiatrici che realizzano oggetti in tre dimensioni, ad esempio dei modellini, partendo da semplici disegni. Il libro elettronico, composto di pagine che si modificano senza ricorrere al visore retroilluminato, ma utilizzando la carta con un inchiostro elettronico, è ormai una realtà e questo ci permetterà di accedere a intere biblioteche utilizzando un solo foglio disteso sul nostro tavolo. Ma le cose che davvero cambieranno la nostra vita, non riguarderanno tanto gli oggetti d'uso quotidiano su cui si esercitano da anni le scuole di design, quanto la moneta elettronica che modificherà radicalmente la nostra vita futura. L'economia ha per prima divorziato dalle leggi della fisica ed eliminato il collegamento tra ricchezza e mondo materiale. Oggi diamo per scontato che il denaro-bit sia scambiabile con denaro-atomo. Gershenfield mostra come il denaro imparerà a regolarsi da sé. Con le smart-card, le carte che già utilizziamo per telefonare, il denaro diventerà esso stesso un'informazione digitale. Se vogliamo acquistare una macchina, non sarà necessario andare in giro per trovare l'offerta meno cara: il rivenditore metterà sul mercato la merce in modo elettronico e un algoritmo legato al denaro sceglierà da solo il venditore che offre il prezzo migliore. Il nostro denaro, senza consultarci, andrà da lui per via elettronica. Un futuro ipercomunicativo, dunque? No, scrive Gershenfield, dal momento che già oggi "dire meno significa dire di più". Comunicazione e silenzio, oblio e memoria, sono poli di un sempre difficile equilibrio. Anche gli oggetti lo impareranno, a loro spese ovviamente.
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