RASSEGNA STAMPA

11 DICEMBRE 1999
editoriale
LE NUOVE ASTUZIE DI FAUST
Tempo e memoria, tecnica e secolarizzazione, genetica e computer: parla il filosofo Remo Bodei
"Dagli automi siamo passati al sogno prometeico di creare noi stessi"
"Oltre ai diritti dell'individuo, ora tuteliamo quelli del corpo: è la biopolitica"
Il grande traguardo che l'uomo del Novecento ha avvicinato come mai prima era successo, è stato quello di mettere le mani sul tempo. La "guerra lampo", il futurismo, lo sviluppo dei grandi mezzi di trasporto. La velocità è stato il grande idolo del nostro secolo, cui il computer sembra dare persino un volto gnostico con le possibilità di potenziamento delle capacità mentali. Ma non si tratta di un sogno faustiano tipico soltanto della modernità. Mircea Eliade studiando l'antica arte alchemica dei metalli dimostrò che col dominio del fuoco l'uomo aveva sviluppato una tecnica il cui scopo era "fare più in fretta", velocizzare cioè i ritmi della natura sviluppandone le interne possibilità. Tempo e tecnica sono stati i due grandi protagonisti anche del secolo che si chiude e lo saranno, com'è prevedibile, di quello che sta per nascere. Le frontiere della biotecnologia prefigurano una svolta epocale, e la transgenica dei prodotti alimentari è già un esempio eclatante di questo cambiamento in atto che preoccupa molti. Con Remo Bodei, filosofo - che assieme allo storico Ernesto Galli della Loggia e al filosofo Dario Antiseri parteciperà alla tavola rotonda prevista nel Forum del progetto culturale che si terrà nel marzo prossimo -, cerchiamo di rendere più chiari i possibili sviluppi di questa controversa relazione tra tecnica e tempo. "Mentre nei secoli scorsi si riusciva ad accumulare un'esperienza e il nostro viaggio individuale nel tempo tratteneva il senso del passato - premette Bodei - oggi la quantità d'esperienza che riusciamo a racimolare è molto ridotta. Questo è il parossismo a cui ci ha portato la modernità: non si riesce a costruire nel tempo una memoria che conta".
Considerando questa accelerazione dettata dallo sviluppo tecnico, si capisce che la tecnologia non è affatto neutrale come sostengono certi epistemologi...
"È vero, il problema tecnico non è soltanto tecnico. È un modo di rivolgersi alle potenze naturali e umane per controllarle. Quindi nell'idea di tecnica è compresa anche quella di dominio, che si manifesta nel coinvolgimento che la tecnica fa di determinati sistemi naturali. Tutto è interrelato. Ormai esiste un'integrazione tra l'uomo e la tecnica irreversibile, gli oggetti tecnici sono delle nostre protesi e davvero l'immagine del centauro applicata ai motociclisti è un'immagine più vasta".
La tecnica è diventata un modello di organizzazione sociale, suscita comportamenti umani orientati alla funzionalità, è un obiettivo da raggiungere per acquisire uno status sociale.
"La tecnica oggi è soprattutto un modo di pensare, più che la macchina in sé e per sé. È l'idea di un pensiero funzionale. Ma in un mondo completamente tecnicizzato verrebbe a mancare quello spazio dell'interiorità e dell'inutilità che appartiene, per esempio, all'arte, mettere tutto sotto l'insegna del servire prosciugherebbe parte della nostra umanità".
Il dominio della tecnica sembra procedere con la secolarizzazione, che a sua volta ha portato anche a una desacralizzazione del mondo. Ma la tecnologia, diventando un idolo contemporaneo, ha determinato anche una diversa risacralizzazione: la clonazione, la bioingegneria, l'intelligenza artificiale sono le sfere di una divinizzazione cui l'uomo tende col dominio di sé, quindi del tempo e della morte?
"La tecnica ha contribuito fortemente alla secolarizzazione, in un senso specifico: ha legato sempre più le società umane alla dimensione dell'immanenza, non solo cancellando la trascendenza o l'immagine dell'aldilà, ma soprattutto riportando l'uomo alla dimensione del presente...".
Allude al mito dell'"eterno presente"?
"Sì. I progetti mediati dalla tecnica, diversamente dalle utopie, devono possedere sempre e comunque tutti gli anelli intermedi che dal presente portano al futuro.
L'elemento dello slancio utopico tende a essere azzerato dalla tecnica, che ci spinge a vivere in un presente operazionale. Ci riduce alle operazioni che compiamo per raggiungere determinati scopi. La tecnica è riuscita, è vero, a creare una sua sacralità, non solo nel campo delle biotecnologie, ma anche nel campo delle macchine che promettono un cambiamento radicale, un futuro virtualmente diverso.
Nella tecnica si è fatto un enorme investimento immaginativo, pensiamo ai romanzi da Verne a Urania".
Questa nuova sacralità tecnica è una declinazione postmoderna dell'antica meraviglia che suscitavano gli automi?
"Vi sono molte analogie. La meraviglia dipende dal fatto che vediamo una potenza dispiegata, semovente, che è sì automa, ma anche prodotto umano. Il punto di svolta è nel fatto che oggi gli automi non sono più la materia inerte che si muove da sé, quella stessa materia che faceva pensare a Cartesio che gli uomini con grandi cappelli a falde larghe e mantelli che vedeva dalla finestra non fossero uomini ma robot. Oggi la tecnologia è entrata nel corpo umano, o animale se pensiamo alla pecora Dolly. La tecnica dagli antichi era considerata contro natura - mekhané in greco significa astuzia - perché non si capiva come una semplice leva potesse sollevare degli enormi pesi col minimo sforzo. Per la prima volta, oggi, una "astuzia" umana, le biotecnologie nella fattispecie, non viene più applicata alla materia inerte, ma ai corpi viventi intervenendo non sul singolo organismo ma il suo patrimonio genetico..."
Stiamo vivendo il passaggio dal pensiero spaziale, cartesiano, a un pensiero temporalizzato che opera nel nucleo profondo degli organismi, della vita, un pensiero post-organico...
"L'introduzione della tecnica nel campo medico e farmaceutico - dalle pillole antifecondative agli antidepressivi - modifica effettivamente i ritmi biologici e neurologici. Guardando lontano, non dico un secolo, ma anche soltanto dieci o vent'anni, ciò che colpisce è la possibilità che con la mappatura del genoma umano si possa intervenire sul singolo togliendo malattie, decidendo il colore degli occhi, mentre è già possibile, entro certi limiti, stabilire il sesso del nascituro, alterando quindi non soltanto i tempi ma la struttura stessa dell'individuo e dei suoi discendenti, rendendo possibile quella fabbricazione degli individui intuita già da Huxley nel 1932, quando scrisse il Mondo nuovo, dove immaginava appunto uomini alfa, beta e gamma. Noi abbiamo legiferato per tanto tempo sui rapporti tra gli uomini, oggi dobbiamo entrare nella costruzione stessa dell'individuo, stabilendo delle regole per cui gli interessi dei singoli non collidano con quelli della specie e della società. Nasce quella che Foucault chiamava la "biopolitica". Aristotele nella Politica distingueva l'oikos e la polis, dove l'oikos era il luogo della subordinazione tra marito e moglie, genitori e figli, padroni e schiavi, mentre la polis, per i cittadini di allora, era il regno dell'uguaglianza. L'oikos era la sede della zoé, la vita nel senso fisico, mentre la polis del bios, la biologia individualizzata: la politica si fermava al bios, al rapporto tra le persone, e non toccava l'elemento naturale o biologico; oggi la natura entra con pieno diritto nella politica".
È necessario, insomma, stabilire i diritti del corpo nella sua integrità...
"È necessario imparare a pensare che la zoé diventa un fattore politico, anche se non è più la zoé spontanea in cui la natura, dice Aristotele, come un cattivo medico, ogni tanto sbaglia le dosi, ma quella governata dalla tecnica dove è necessaria una ponderazione attenta dei vantaggi e degli svantaggi. Abbiamo bisogno di una distribuzione più equa della tecnica, per esempio in campo medico e farmaceutico.
Non si può ammettere che certi medicinali di primaria importanza vengano venduti nel Terzo mondo a prezzi da Europa occidentale, dobbiamo porre una "eccezione sanitaria" così come recentemente a Seattle si è parlato di "eccezione culturale", quando i francesi, pur con forte antiamericanismo, hanno posto il problema di una cultura che non deve diventare merce".
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