RASSEGNA STAMPA

9 DICEMBRE 1999
ROBERTO BERETTA
Sinistra sbandata dopo la Wto: Fukuyama contro Morin
Seattle '99: davvero è rinata la contestazione?
Massimo Fini: è una rivolta dal carattere antimoderno, non progressista
Enrico Deaglio: il marxismo non ritornerà e non vedo alternative alla globalizzazione
Seattle? Avanti a destra, prego... Potrà sembrare paradossale che il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio (all'inglese Wto), svoltosi la settimana scorsa a Seattle negli Usa, abbia segnato la sconfitta della sinistra: proprio quella cui si riferivano molti dei gruppuscoli (ecologisti, terzomondisti, attivisti dei diritti umani, eccetera eccetera) che - attraverso le clamorose manifestazioni contro la conferenza della famosa "globalizzazione" - ne hanno sancito il fallimento. Eppure tale è la tesi esposta da Francis Fukuyama sulla prima pagina di Le Monde di ieri: una certa "nostalgia contestataria" avrebbe fatto perdere alla sinistra "ingrata" una preziosa occasione, forse l'unica, per tentar di governare l'ormai irreversibile realtà del mercato esteso a tutto il pianeta. Ed "è curioso che la sinistra si ribelli alla mondializzazione - espone lo storico -; la quale è una delle forze più progressiste del mondo moderno"; infatti aumenta i posti di lavoro, offre speranze di sviluppo ai Paesi poveri, crea una "base per stabilire istituzioni democratiche stabili", fa crescere la classe media, mette le premesse per un movimento sindacale internazionale, "è portatrice di modernizzazione, di una maggior esigenza di trasparenza e di apertura, di un'educazione migliore"... Fukuyama rispondeva a Edgar Morin, che il giorno precedente - dalla stessa prestigiosa vetrina del quotidiano parigino - enunciava trionfante: "Il XXI secolo è cominciato a Seattle". Il sociologo stimava infatti che i cortei di protesta contro la Wto avessero generato "un embrione di cittadinanza del mondo", "uno spirito universalista e umanista", "una nuova coscienza più propriamente planetaria", insomma una sorta d'inedito "patriottismo terrestre" destinato a combattere "la semplificazione devastatrice della riduzione di tutto all'economia": "Tutte queste cose, fino ad allora disperse, si sono improvvisamente trovate riunite... una sorta di internazionale civile estranea ai partiti politici". E fors'anche la resurrezione di una sinistra diversa. Certo, ora bisognerà guardarsi dai soliti "nostalgici del marxismo-leninismo" che rischiano di "deformare e distruggere" il neonato movimento; tuttavia è nata finalmente "la riappropriazione del mondo", il rifiuto della "mercificazione progressiva di ogni cosa, compresi gli esseri viventi": "Di fatto, a Seattle coscienze prima divise si sono ritrovate, un nuovo mondo esce dalle nebbie del dicembre 1999". La sinistra sepolta o la sinistra risorta: chi ha ragione? In un articolo sul Borghese, il giornalista Massimo Fini ha già troncato la questione. E qui si spiega: "È ovvio che la sinistra esce sconfitta da Seattle. Ma esattamente come la destra: sia il liberal-capitalismo che il marxismo, infatti, sono figli della rivoluzione industriale e Seattle è stata anzitutto una rivolta contro la modernità. Non è dunque questione di destra o di sinistra: ma tra chi sostiene ancora il modello di sviluppo capitalista, che ha dato prove atroci, e chi dice che si tratta di un fallimento clamoroso". È il ripudio delle vecchie categorie? "Potrebbe essere piuttosto un discorso tra moderni e antimoderni. Seattle non è la prima avvisaglia di un pensiero comunitario antimoderno, per ora espresso da alcune frange estremiste. In piazza contro la Wto c'era di tutto, infatti, dal pacifista al tradizionalista: vuol dire che la gente non regge più la vita imposta dal consumismo e si domanda che senso abbia. Perché il problema non è l'ecologia, bensì la dissociazione che il modello occidentale provoca nell'uomo in se stesso, sia povero che ricco. Questo è un mondo mostruoso dove non esiste più altro dio che il denaro. Per cui, secondo me, la vera posizione progressista oggi sta nel rinnegare il progresso". Il punto sembra a favore di Morin. Ma ci pensa il politologo Marcello Veneziani a rimettere il tabellone in parità: "Il fallimento di un vertice egemonizzato da Clinton e voluto da Paesi quasi tutti governati dal centro-sinistra segna obiettivamente lo scacco della sinistra di potere. Anzi, direi che tale sconfitta è il lato essenziale di Seattle, né può essere ricondotta ai detriti del Sessantotto: nella protesta contro la Wto, infatti, sono sfilati anche i conservatori di Pat Buchanan, certi movimenti religiosi, i tradizionalisti e i nazionalisti...". La preoccupa questa saldatura "dal basso" tra destra e sinistra? "E naturale che destra morale e sinistra sociale si saldino. Inoltre quest'alleanza risponde a quella già intervenuta, a livello alto, tra il ceto politico venuto dal '68 (Blair e Clinton, ma anche D'Alema) e la destra economica ultra-liberal". Destra e sinistra, almeno come le intendiamo comunemente, sono dunque finite? "Credo che Seattle sia una prova ulteriore della loro graduale estinzione. E una conferma che la divisione attuale si staglia piuttosto tra la tendenza liberal, una sintesi tra liberismo economico mondiale e progressismo di sinistra, e la visione comunitaria che punta sulle sovranità popolari e i valori dell'ambiente. Sono questi gli scenari cui dobbiamo abituarci, perché disegneranno i nuovi confini della politica". Da posizioni contrapposte sembra concordare Enrico Deaglio, direttore del Diario della settimana. Almeno sulla fine della sinistra di tipo "ottocentesco": "Il marxismo non esiste più da un po' e Fukuyama non ha tutti i torti a sostenere che dalla globalizzazione non si scampa: non vedo infatti alternative al capitalismo. Non a caso anche a Seattle la contestazione è stata prodotta solo dai Paesi ricchi: il primo mondo voleva clausole restrittive allo sfruttamento dei minori, e il terzo protestava perché l'avrebbero discriminato economicamente... Ormai anche la critica "di principio" è diventata una discussione commerciale, un oggetto di transazione e non d'opposizione". Ciò significa che anche la sinistra si è adeguata al "sistema"? "Direi di sì. Secondo me a Seattle nessuno voleva eccepire sull'esistenza della globalizzazione, nessuno contestava l'esistenza di un governo finanziario del mondo".
Ma come: e i sassi contro le vetrine? E i cortei degli estremisti? "Solo apparentemente e in casi limitati si lottava contro la mondializzazione in sé; in realtà c'era molto spazio per la contrattazione. E il vertice è fallito proprio perché il meccanismo poco democratico della Wto non permetteva tale mediazione". Tutto qui? Lorenzo Ornaghi, preside di Scienze politiche alla Cattolica di Milano, si spinge un po' oltre: "Non so se oggi le categorie più appropriate siano quelle di destra e sinistra. Vedo piuttosto un'altra coppia emergente: progressisti e conservatori. Seattle fa emergere che la sinistra è progressiva in superficie, in realtà è la più conservatrice: perché è attaccata a un vecchio modello del progressismo, perché di fronte alla globalizzazione offre proposte generiche. Proprio il mercato planetario sta mostrando le fratture interne incomponibili nella sinistra, che riportano all'universo ottocentesco in cui essa è nata. Davanti a nuovi fenomeni come la mondializzazione la sinistra è in difficoltà, le mancano strumenti e il suo vecchio cosmopolitismo - una generica solidarietà tra i popoli - non basta più". E dunque? "Dunque, se la dottrina della Wto è il massimo del liberalismo di oggi, lo scacco di Seattle dimostra che la sinistra mondiale tenta disperatamente di uscire dalle insufficienze ideologiche ma ancora non riesce ad esprimere posizioni chiare. La sinistra ha sempre maggiori difficoltà a rappresentare i poveri, le classi deboli; e più si sale a livello nazionale o mondiale, più le difficoltà aumentano".
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