Sinistra sbandata dopo la Wto: Fukuyama contro MorinSeattle '99: davvero è rinata la contestazione? Massimo Fini: è una rivolta dal carattere antimoderno, non progressista Enrico Deaglio: il marxismo non ritornerà e non vedo alternative alla globalizzazione |
| Seattle? Avanti a destra, prego... Potrà sembrare paradossale che il vertice
dell'Organizzazione mondiale del commercio (all'inglese Wto), svoltosi la
settimana scorsa a Seattle negli Usa, abbia segnato la sconfitta della sinistra: proprio
quella cui si riferivano molti dei gruppuscoli (ecologisti, terzomondisti, attivisti dei
diritti umani, eccetera eccetera) che - attraverso le clamorose manifestazioni contro
la conferenza della famosa "globalizzazione" - ne hanno sancito il fallimento.
Eppure tale è la tesi esposta da Francis Fukuyama sulla prima pagina di Le
Monde di ieri: una certa "nostalgia contestataria" avrebbe fatto perdere alla sinistra
"ingrata" una preziosa occasione, forse l'unica, per tentar di governare l'ormai
irreversibile realtà del mercato esteso a tutto il pianeta. Ed "è curioso che la sinistra
si ribelli alla mondializzazione - espone lo storico -; la quale è una delle forze più
progressiste del mondo moderno"; infatti aumenta i posti di lavoro, offre speranze di
sviluppo ai Paesi poveri, crea una "base per stabilire istituzioni democratiche
stabili", fa crescere la classe media, mette le premesse per un movimento sindacale
internazionale, "è portatrice di modernizzazione, di una maggior esigenza di
trasparenza e di apertura, di un'educazione migliore"...
Fukuyama rispondeva a Edgar Morin, che il giorno precedente - dalla stessa
prestigiosa vetrina del quotidiano parigino - enunciava trionfante: "Il XXI secolo è
cominciato a Seattle". Il sociologo stimava infatti che i cortei di protesta contro la
Wto avessero generato "un embrione di cittadinanza del mondo", "uno spirito
universalista e umanista", "una nuova coscienza più propriamente planetaria",
insomma una sorta d'inedito "patriottismo terrestre" destinato a combattere "la
semplificazione devastatrice della riduzione di tutto all'economia": "Tutte queste
cose, fino ad allora disperse, si sono improvvisamente trovate riunite... una sorta di
internazionale civile estranea ai partiti politici". E fors'anche la resurrezione di una
sinistra diversa. Certo, ora bisognerà guardarsi dai soliti "nostalgici del
marxismo-leninismo" che rischiano di "deformare e distruggere" il neonato
movimento; tuttavia è nata finalmente "la riappropriazione del mondo", il rifiuto della "mercificazione progressiva di ogni cosa, compresi gli esseri viventi": "Di fatto, a Seattle coscienze prima divise si sono ritrovate, un nuovo mondo esce dalle nebbie del dicembre 1999".
La sinistra sepolta o la sinistra risorta: chi ha ragione? In un articolo sul Borghese, il
giornalista Massimo Fini ha già troncato la questione. E qui si spiega: "È ovvio che
la sinistra esce sconfitta da Seattle. Ma esattamente come la destra: sia il
liberal-capitalismo che il marxismo, infatti, sono figli della rivoluzione industriale e
Seattle è stata anzitutto una rivolta contro la modernità. Non è dunque questione di
destra o di sinistra: ma tra chi sostiene ancora il modello di sviluppo capitalista, che
ha dato prove atroci, e chi dice che si tratta di un fallimento clamoroso". È il ripudio
delle vecchie categorie? "Potrebbe essere piuttosto un discorso tra moderni e
antimoderni. Seattle non è la prima avvisaglia di un pensiero comunitario
antimoderno, per ora espresso da alcune frange estremiste. In piazza contro la Wto
c'era di tutto, infatti, dal pacifista al tradizionalista: vuol dire che la gente non regge
più la vita imposta dal consumismo e si domanda che senso abbia. Perché il
problema non è l'ecologia, bensì la dissociazione che il modello occidentale provoca
nell'uomo in se stesso, sia povero che ricco. Questo è un mondo mostruoso dove
non esiste più altro dio che il denaro. Per cui, secondo me, la vera posizione
progressista oggi sta nel rinnegare il progresso".
Il punto sembra a favore di Morin. Ma ci pensa il politologo Marcello Veneziani a
rimettere il tabellone in parità: "Il fallimento di un vertice egemonizzato da Clinton e voluto da Paesi quasi tutti governati dal centro-sinistra segna obiettivamente lo
scacco della sinistra di potere. Anzi, direi che tale sconfitta è il lato essenziale di
Seattle, né può essere ricondotta ai detriti del Sessantotto: nella protesta contro la
Wto, infatti, sono sfilati anche i conservatori di Pat Buchanan, certi movimenti
religiosi, i tradizionalisti e i nazionalisti...". La preoccupa questa saldatura "dal
basso" tra destra e sinistra? "E naturale che destra morale e sinistra sociale si
saldino. Inoltre quest'alleanza risponde a quella già intervenuta, a livello alto, tra il
ceto politico venuto dal '68 (Blair e Clinton, ma anche D'Alema) e la destra
economica ultra-liberal". Destra e sinistra, almeno come le intendiamo
comunemente, sono dunque finite? "Credo che Seattle sia una prova ulteriore della
loro graduale estinzione. E una conferma che la divisione attuale si staglia piuttosto
tra la tendenza liberal, una sintesi tra liberismo economico mondiale e progressismo
di sinistra, e la visione comunitaria che punta sulle sovranità popolari e i valori
dell'ambiente. Sono questi gli scenari cui dobbiamo abituarci, perché disegneranno i
nuovi confini della politica".
Da posizioni contrapposte sembra concordare Enrico Deaglio, direttore del
Diario della settimana. Almeno sulla fine della sinistra di tipo "ottocentesco": "Il
marxismo non esiste più da un po' e Fukuyama non ha tutti i torti a sostenere che
dalla globalizzazione non si scampa: non vedo infatti alternative al capitalismo. Non a caso anche a Seattle la contestazione è stata prodotta solo dai Paesi ricchi: il primo
mondo voleva clausole restrittive allo sfruttamento dei minori, e il terzo protestava
perché l'avrebbero discriminato economicamente... Ormai anche la critica "di
principio" è diventata una discussione commerciale, un oggetto di transazione e non
d'opposizione". Ciò significa che anche la sinistra si è adeguata al "sistema"? "Direi
di sì. Secondo me a Seattle nessuno voleva eccepire sull'esistenza della
globalizzazione, nessuno contestava l'esistenza di un governo finanziario del mondo".
Ma come: e i sassi contro le vetrine? E i cortei degli estremisti? "Solo
apparentemente e in casi limitati si lottava contro la mondializzazione in sé; in realtà
c'era molto spazio per la contrattazione. E il vertice è fallito proprio perché il
meccanismo poco democratico della Wto non permetteva tale mediazione".
Tutto qui? Lorenzo Ornaghi, preside di Scienze politiche alla Cattolica di Milano,
si spinge un po' oltre: "Non so se oggi le categorie più appropriate siano quelle di
destra e sinistra. Vedo piuttosto un'altra coppia emergente: progressisti e
conservatori. Seattle fa emergere che la sinistra è progressiva in superficie, in realtà
è la più conservatrice: perché è attaccata a un vecchio modello del progressismo,
perché di fronte alla globalizzazione offre proposte generiche. Proprio il mercato
planetario sta mostrando le fratture interne incomponibili nella sinistra, che riportano
all'universo ottocentesco in cui essa è nata. Davanti a nuovi fenomeni come la
mondializzazione la sinistra è in difficoltà, le mancano strumenti e il suo vecchio
cosmopolitismo - una generica solidarietà tra i popoli - non basta più". E dunque?
"Dunque, se la dottrina della Wto è il massimo del liberalismo di oggi, lo scacco di
Seattle dimostra che la sinistra mondiale tenta disperatamente di uscire dalle
insufficienze ideologiche ma ancora non riesce ad esprimere posizioni chiare. La
sinistra ha sempre maggiori difficoltà a rappresentare i poveri, le classi deboli; e più
si sale a livello nazionale o mondiale, più le difficoltà aumentano". |