RASSEGNA STAMPA

30 NOVEMBRE 1999
FRANCO PRATTICO
INTELLIGENZE EXTRATERRESTRI
Torna la caccia agli alieni
Esistono pianeti analoghi al nostro? Nuovi programmi di ricerca finanziati non più dalla Nasa ma da privati esplorano questa possibilità
Amir D. Aczel, "Probabilità 1 - Perché esistono civiltà extraterrestri", Garzanti, pagg. 206, lire 32.000
Si chiamerà "1Ht", sigla di "One Hectare Telescope", telescopio grande un ettaro: un quadrato di cento metri per lato ad Hat Creek, nel nord della California, sul quale spunteranno, come un prato di fiori tecnologici, cinquecento antenne radio da 3,5 e 5 metri, tutte puntate verso le profondità della volta celeste. Sarà l'arma segreta del SETI Institute di Mountain View (Seti è l'acronimo di Search for Extraterrestrial Intelligence, ricerca di intelligenze extraterrestri) e del Radio Astronomy Laboratory dell'Università della California a Berkeley, per scovare i segnali di civiltà aliene annidate in qualche remoto recesso della galassia. Guidato da un raffinato software confronterà e analizzerà simultaneamente centinaia di segnali in altrettante differenti direzioni celesti, su frequenze radio dai 300 megahertz ai 10 gigahertz. Il "Telescopio da un ettaro" sarà in funzione tra qualche anno: ma già un primo, più modesto prototipo sarà istallato ad Hat Creek entro la fine dell'anno prossimo, nella speranza di salutare l'inizio del nuovo millennio con una metaforica stretta di mano ai rappresentanti di qualche lontano pianeta supertecnologico. Con quali possibilità di successo? Enrico Fermi a suo tempo aveva liquidato le ipotesi sulla eventuale presenza nell'Universo di altre civiltà con una scrollata di spalle e la maliziosa domanda: dove sono?, nel senso che se ci fossero civiltà extraterrestri in qualche modo ce ne saremmo accorti. Se esistono, e magari sono più avanzate della nostra, come mai non si fanno vive con noi?
Risposte: forse siamo i primi della classe nello sviluppo tecnologico che consente la comunicazione cosmica; oppure potrebbe essere che il sistema di comunicazione che essi hanno adottato non utilizzi le onde radio, unico linguaggio cosmico che siamo in grado di interpretare; e infine potrebbe darsi che non hanno nessuna intenzione di mettersi in contatto con noi. Ma nell'euforia dei viaggi spaziali e della conquista americana della Luna le obiezioni vennero rapidamente spazzate via. Un astronomo americano, Francis Drake, elaborò addirittura una complessa equazione che prende il suo nome, purtroppo fin troppo ricca di incognite, per valutare i fattori che renderebbero possibile la presenza nell'Universo della vita e di una civiltà avanzata. Comprende la quantità di stelle della galassia simili al nostro Sole (per dimensioni e durata), la presenza di pianeti che orbitino in fasce "abitabili" (ossia, favorevoli alla vita) attorno a quelle stelle, l'ipotizzabile numero di pianeti ove potrebbe essere sorta qualche forma di vita e tra questi, quelli ove queste forme si sono evolute fino a costruire civiltà in grado di comunicare con altri sistemi solari, e anche la durata (la longevità) di queste civiltà, la coincidenza di questa loro fase con la nostra capacità di recepire i loro messaggi.
Un altro celebre astrofisico recentemente scomparso, Carl Sagan, allora molto influente negli ambienti dell'Agenzia spaziale americana, la NASA, abbracciò entusiasticamente la causa della esplorazione cosmica alla ricerca di alieni intelligenti. Nacque così il progetto SETI, una sistematica investigazione delle emissioni radio in diversi quadranti dell'orizzonte galattico nella speranza di intercettare segnali "intelligenti". Purtroppo qualche decennio di ricerche non diede alcun frutto, a parte alcuni falsi allarmi.
Perciò nel 1993 il Congresso Usa decise di tagliare i fondi al progetto. Ma Drake e gli altri astronomi convinti della possibilità di rintracciare altre intelligenze nelle profondità del cosmo non si sono arresi. SETI è così risorto "privatamente", grazie a un finanziamento da quattro milioni di dollari l'anno, elargito da alcuni grandi del business dell'informatica, come William Hewlett e David Packard (padroni della HP), Paul Allen, cofondatore della Microsoft, e Gordon Moore, azionista dell'Intel. E oggi, nonostante gli scetticismi di una parte della comunità internazionale degli astrofisici (specie europei), l'impresa si avvia a sbocciare appunto nel "telescopio da un ettaro" californiano, sotto l'egida anche della prestigiosa università di Berkeley.
A rafforzare infine la schiera degli entusiasti sostenitori della esistenza nel cosmo di qualche ET e della possibilità di "agganciarlo" è sceso poi in campo recentemente un matematico, Amir D. Aczel, docente di statistica in una università del Massachusetts, con un libro di successo, apparso in queste settimane anche in Italia (Probabilità 1 - Perché esistono civiltà extraterrestri, Garzanti, pagg. 206, lire 32.000). Secondo Aczel anche se non siamo in grado ancora di attribuire valori numerici alla maggior parte delle incognite contenute nella equazione di Drake (dal numero di stelle nella galassia che hanno caratteristiche simili al nostro Sole, a quello dei pianeti che gravitano in "aree abitabili" intorno a quelle stelle, e così via), è però lo stesso calcolo delle probabilità a consentire di affermare "con assoluta sicurezza" che nella galassia - o in altre regioni dell'Universo visibile - esistono civiltà extraterrestri in grado di mettersi in contatto con noi.
Aczel, puntigliosamente, passa dapprima in rassegna lo stato dell'arte. A che punto siamo? Fino al 1998 sono stati scoperti (in modo indiretto, rilevando alcune irregolarità gravitazionali, perché la luminosità di quei corpi celesti è troppo debole per i nostri strumenti) nove pianeti in orbita attorno a stelle apparentemente simili al nostro Sole (un "tipo" di astro che costituisce una piccola minoranza, meno del cinque per cento, nel multiforme museo della galassia).
Tra questi, forse solo uno (quello orbitante attorno a 70 Vergine) si troverebbe in una "area abitabile", cioè alla giusta distanza dal proprio Sole tale da consentire la presenza di acqua allo stato liquido, una temperatura "media", la protezione forse di grandi pianeti esterni (come Giove o Saturno per noi) che lo riparino almeno in parte da collisioni cosmiche. Ma la nostra Via Lattea ospita qualche centinaio di miliardi di stelle, e quindi, per quanto rari, di "soli" di medie dimensioni e lunga durata, indispensabili per consentire alla vita su qualche pianeta satellite di sorgere e di svilupparsi (il nostro Sole conta cinque miliardi di anni e si appresta a consumarne altrettanti), se ne possono contare a milioni. In tanta abbondanza, non possono mancare quelli dotati di un corteo di pianeti; qualcuno dei quali potrebbe benissimo (anzi, sicuramente) trovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovò la nostra Terra quando si decise a partorire la miracolosa molecola di DNA o qualche suo predecessore, seme fondamentale della vita almeno come la conosciamo.
Un capolavoro chimico, questo, la cui probabilità è così remota che, secondo il premio Nobel Francis Crick (con Watson scopritore della struttura del DNA) e il celebre astronomo britannico Fred Hoyle, entrambi sostenitori della molteplicità di vita nel cosmo, per arrivare ad assemblarla sarebbero necessari tempi enormemente maggiori del relativamente breve intervallo che tre miliardi e mezzo di anni or sono ha consentito la nascita della vita sulla Terra. Il seme della vita, quindi, potrebbe provenire proprio dal cosmo (una nuova edizione, insomma, della antica panspermia), dove nelle immense nubi di gas e polveri che gravitano nei gelidi spazi siderali abbondano anche molecole organiche: ma, fanno notare i soliti scettici, come potrebbe una molecola così grande, delicata e sensibile come il DNA o qualche suo predecessore, attraversare le micidiali distese galattiche senza venire distrutta dai raggi di enorme energia che le attraversano, per approdare felicemente su qualche pianeta e dare inizio alla danza evolutiva della vita? Che la vita sia possibile, inseminata dal cosmo o prodotto autoctono di qualche singolo pianeta, replicano gli entusiasti della SETI, basta a dimostrarlo il solo fatto che noi esistiamo. E se diamo tempo al tempo - in fondo, si tratta solo di faccende di pochi miliardi di anni - è quasi inevitabile che qualche forma di vita si sviluppi su qualche pianeta, evolvendosi fino a produrre essere "intelligenti", almeno per quel tanto che consente di produrre una civiltà e una tecnologia spaziale.
Insomma, secondo Aczel, l'esistenza di altre civiltà extraterrestri non è solo probabile: è sicura. Ce lo assicura il calcolo delle probabilità. Se calcoliamo, spiega, il grado di probabilità di ogni incognita dell'equazione di Drake in rapporto allo sterminato numero di corpi celesti presenti nell'Universo visibile, e la possibilità che tutti i fattori necessari alla vita e alla intelligenza vengano a coincidere almeno in un caso, la probabilità almeno di una civiltà intelligente nell'Universo diviene "una virtuale certezza". Una conclusione raggiunta con abilità, facendo attraversare al lettore non solo un rapido, ma affascinante panorama delle attuali conoscenze sull'Universo, ma anche alcuni divertenti capitoli sul calcolo delle probabilità e i suoi apparenti paradossi. Per giungere, quindi, al sicuro approdo illustrato all'inizio: non siamo soli. Con due sole piccole falle: prima, che oltre ai calcoli logici della teoria della probabilità non esiste ancora uno straccio di prova, come rilevava Fermi, della esistenza di alieni; secondo, se il calcolo probabilistico ci dice che - soddisfatte tutte le condizioni che sappiamo indispensabili alla vita, e anche quelle (ancora più remote) che consentono l'evoluzione di esseri intelligenti - la possibilità che nell'Universo (o quantomeno nella nostra galassia) si sia formata almeno una forma di vita intelligente è praticamente sicura, non possiamo che crederci: in effetti, c'è nel cosmo un pianeta ove la vita, e anche (con le dovute riserve) quella intelligente, esiste: è la Terra.
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