INTELLIGENZE EXTRATERRESTRI Torna la caccia agli alieni Esistono pianeti analoghi al nostro? Nuovi programmi
di ricerca finanziati non più dalla Nasa ma da privati
esplorano questa possibilità |
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| Amir D. Aczel, "Probabilità 1 - Perché esistono civiltà extraterrestri", Garzanti, pagg. 206, lire 32.000 | Si chiamerà "1Ht", sigla di "One Hectare Telescope",
telescopio grande un ettaro: un quadrato di cento metri per
lato ad Hat Creek, nel nord della California, sul quale
spunteranno, come un prato di fiori tecnologici, cinquecento
antenne radio da 3,5 e 5 metri, tutte puntate verso le
profondità della volta celeste. Sarà l'arma segreta del SETI
Institute di Mountain View (Seti è l'acronimo di Search for
Extraterrestrial Intelligence, ricerca di intelligenze
extraterrestri) e del Radio Astronomy Laboratory
dell'Università della California a Berkeley, per scovare i
segnali di civiltà aliene annidate in qualche remoto recesso
della galassia. Guidato da un raffinato software confronterà
e analizzerà simultaneamente centinaia di segnali in
altrettante differenti direzioni celesti, su frequenze radio dai
300 megahertz ai 10 gigahertz.
Il "Telescopio da un ettaro" sarà in funzione tra qualche
anno: ma già un primo, più modesto prototipo sarà istallato
ad Hat Creek entro la fine dell'anno prossimo, nella
speranza di salutare l'inizio del nuovo millennio con una
metaforica stretta di mano ai rappresentanti di qualche
lontano pianeta supertecnologico. Con quali possibilità di
successo? Enrico Fermi a suo tempo aveva liquidato le
ipotesi sulla eventuale presenza nell'Universo di altre civiltà
con una scrollata di spalle e la maliziosa domanda: dove
sono?, nel senso che se ci fossero civiltà extraterrestri in
qualche modo ce ne saremmo accorti. Se esistono, e
magari sono più avanzate della nostra, come mai non si
fanno vive con noi?
Risposte: forse siamo i primi della classe nello sviluppo
tecnologico che consente la comunicazione cosmica;
oppure potrebbe essere che il sistema di comunicazione che
essi hanno adottato non utilizzi le onde radio, unico
linguaggio cosmico che siamo in grado di interpretare; e
infine potrebbe darsi che non hanno nessuna intenzione di
mettersi in contatto con noi. Ma nell'euforia dei viaggi
spaziali e della conquista americana della Luna le obiezioni
vennero rapidamente spazzate via.
Un astronomo americano, Francis Drake, elaborò
addirittura una complessa equazione che prende il suo
nome, purtroppo fin troppo ricca di incognite, per valutare i
fattori che renderebbero possibile la presenza nell'Universo
della vita e di una civiltà avanzata. Comprende la quantità di
stelle della galassia simili al nostro Sole (per dimensioni
e durata), la presenza di pianeti che orbitino in fasce
"abitabili" (ossia, favorevoli alla vita) attorno a quelle stelle,
l'ipotizzabile numero di pianeti ove potrebbe essere sorta
qualche forma di vita e tra questi, quelli ove queste forme si
sono evolute fino a costruire civiltà in grado di comunicare
con altri sistemi solari, e anche la durata (la longevità) di
queste civiltà, la coincidenza di questa loro fase con la
nostra capacità di recepire i loro messaggi.
Un altro celebre astrofisico recentemente scomparso, Carl
Sagan, allora molto influente negli ambienti dell'Agenzia
spaziale americana, la NASA, abbracciò entusiasticamente
la causa della esplorazione cosmica alla ricerca di alieni
intelligenti. Nacque così il progetto SETI, una sistematica
investigazione delle emissioni radio in diversi quadranti
dell'orizzonte galattico nella speranza di intercettare segnali
"intelligenti". Purtroppo qualche decennio di ricerche non
diede alcun frutto, a parte alcuni falsi allarmi.
Perciò nel 1993 il Congresso Usa decise di tagliare i fondi
al progetto. Ma Drake e gli altri astronomi convinti della
possibilità di rintracciare altre intelligenze nelle profondità
del cosmo non si sono arresi. SETI è così risorto
"privatamente", grazie a un finanziamento da quattro milioni
di dollari l'anno, elargito da alcuni grandi del business
dell'informatica, come William Hewlett e David Packard
(padroni della HP), Paul Allen, cofondatore della
Microsoft, e Gordon Moore, azionista dell'Intel. E oggi,
nonostante gli scetticismi di una parte della comunità
internazionale degli astrofisici (specie europei), l'impresa si
avvia a sbocciare appunto nel "telescopio da un ettaro"
californiano, sotto l'egida anche della prestigiosa università
di Berkeley.
A rafforzare infine la schiera degli entusiasti sostenitori della
esistenza nel cosmo di qualche ET e della possibilità di
"agganciarlo" è sceso poi in campo recentemente un
matematico, Amir D. Aczel, docente di statistica in una
università del Massachusetts, con un libro di successo,
apparso in queste settimane anche in Italia (Probabilità 1 -
Perché esistono civiltà extraterrestri, Garzanti, pagg. 206,
lire 32.000). Secondo Aczel anche se non siamo in grado
ancora di attribuire valori numerici alla maggior parte delle
incognite contenute nella equazione di Drake (dal numero di
stelle nella galassia che hanno caratteristiche simili al nostro
Sole, a quello dei pianeti che gravitano in "aree abitabili"
intorno a quelle stelle, e così via), è però lo stesso calcolo
delle probabilità a consentire di affermare "con assoluta
sicurezza" che nella galassia - o in altre regioni dell'Universo
visibile - esistono civiltà extraterrestri in grado di mettersi in
contatto con noi.
Aczel, puntigliosamente, passa dapprima in rassegna lo
stato dell'arte. A che punto siamo? Fino al 1998 sono stati
scoperti (in modo indiretto, rilevando alcune irregolarità
gravitazionali, perché la luminosità di quei corpi celesti è
troppo debole per i nostri strumenti) nove pianeti in orbita
attorno a stelle apparentemente simili al nostro Sole (un
"tipo" di astro che costituisce una piccola minoranza, meno
del cinque per cento, nel multiforme museo della galassia).
Tra questi, forse solo uno (quello orbitante attorno a 70
Vergine) si troverebbe in una "area abitabile", cioè alla
giusta distanza dal proprio Sole tale da consentire la
presenza di acqua allo stato liquido, una temperatura
"media", la protezione forse di grandi pianeti esterni (come
Giove o Saturno per noi) che lo riparino almeno in parte da
collisioni cosmiche. Ma la nostra Via Lattea ospita qualche
centinaio di miliardi di stelle, e quindi, per quanto rari, di
"soli" di medie dimensioni e lunga durata, indispensabili per
consentire alla vita su qualche pianeta satellite di sorgere e
di svilupparsi (il nostro Sole conta cinque miliardi di anni e si
appresta a consumarne altrettanti), se ne possono contare a
milioni. In tanta abbondanza, non possono mancare quelli
dotati di un corteo di pianeti; qualcuno dei quali potrebbe
benissimo (anzi, sicuramente) trovarsi nelle stesse condizioni
in cui si trovò la nostra Terra quando si decise a partorire la
miracolosa molecola di DNA o qualche suo predecessore,
seme fondamentale della vita almeno come la conosciamo.
Un capolavoro chimico, questo, la cui probabilità è così
remota che, secondo il premio Nobel Francis Crick (con
Watson scopritore della struttura del DNA) e il celebre
astronomo britannico Fred Hoyle, entrambi sostenitori della
molteplicità di vita nel cosmo, per arrivare ad assemblarla
sarebbero necessari tempi enormemente maggiori del
relativamente breve intervallo che tre miliardi e mezzo di
anni or sono ha consentito la nascita della vita sulla Terra. Il
seme della vita, quindi, potrebbe provenire proprio dal
cosmo (una nuova edizione, insomma, della antica
panspermia), dove nelle immense nubi di gas e polveri che
gravitano nei gelidi spazi siderali abbondano anche molecole
organiche: ma, fanno notare i soliti scettici, come potrebbe
una molecola così grande, delicata e sensibile come il DNA
o qualche suo predecessore, attraversare le micidiali distese
galattiche senza venire distrutta dai raggi di enorme energia
che le attraversano, per approdare felicemente su qualche
pianeta e dare inizio alla danza evolutiva della vita?
Che la vita sia possibile, inseminata dal cosmo o prodotto
autoctono di qualche singolo pianeta, replicano gli entusiasti
della SETI, basta a dimostrarlo il solo fatto che noi
esistiamo. E se diamo tempo al tempo - in fondo, si tratta
solo di faccende di pochi miliardi di anni - è quasi inevitabile
che qualche forma di vita si sviluppi su qualche pianeta,
evolvendosi fino a produrre essere "intelligenti", almeno per
quel tanto che consente di produrre una civiltà e una
tecnologia spaziale.
Insomma, secondo Aczel, l'esistenza di altre civiltà
extraterrestri non è solo probabile: è sicura. Ce lo assicura il
calcolo delle probabilità. Se calcoliamo, spiega, il grado di
probabilità di ogni incognita dell'equazione di Drake in
rapporto allo sterminato numero di corpi celesti presenti
nell'Universo visibile, e la possibilità che tutti i fattori
necessari alla vita e alla intelligenza vengano a coincidere
almeno in un caso, la probabilità almeno di una civiltà
intelligente nell'Universo diviene "una virtuale certezza". Una
conclusione raggiunta con abilità, facendo attraversare al
lettore non solo un rapido, ma affascinante panorama delle
attuali conoscenze sull'Universo, ma anche alcuni divertenti
capitoli sul calcolo delle probabilità e i suoi apparenti
paradossi. Per giungere, quindi, al sicuro approdo illustrato
all'inizio: non siamo soli. Con due sole piccole falle: prima,
che oltre ai calcoli logici della teoria della probabilità non
esiste ancora uno straccio di prova, come rilevava Fermi,
della esistenza di alieni; secondo, se il calcolo probabilistico
ci dice che - soddisfatte tutte le condizioni che sappiamo
indispensabili alla vita, e anche quelle (ancora più remote)
che consentono l'evoluzione di esseri intelligenti - la
possibilità che nell'Universo (o quantomeno nella nostra
galassia) si sia formata almeno una forma di vita intelligente
è praticamente sicura, non possiamo che crederci: in effetti,
c'è nel cosmo un pianeta ove la vita, e anche (con le dovute
riserve) quella intelligente, esiste: è la Terra. |