| Liberali a prova di comunità | Tra le posizioni critiche del liberalismo filosofico-politico, le due più
recenti, e da non confondere tra loro, sono quelle imperniate intorno al
comunitarismo e al repubblicanesimo. Volendo semplificare, si può dire
che i comunitaristi ritengono il liberalismo incapace di rendere conto di
quello che è il vero e proprio cemento della società, sarebbe a dire
l'insieme dei legami comunitari e speciali piuttosto che di quelli neutrali
e pubblici. Mentre, invece, i repubblicani contestano il paradigma liberale
in nome di un rinnovato primato della virtù civile, e anche di una visione
della libertà significativamente legata alla partecipazione politica. Escono
a breve distanza l'uno dall'altro due agili volumi dell'editore Laterza, che
presentano, in maniera ovviamente indipendente l'uno dall'altro, critiche
al liberalismo filosofico e politico in nome rispettivamente del
comunitarismo e del repubblicanesimo. È anche da notare che, sempre
in modo diverso, i due autori, Marcello Veneziani e Maurizio Viroli, si
richiamino ad alcuni aspetti tipicamente italiani all'interno delle due
posizioni teoriche che fanno proprie.
Marcello Veneziani, noto saggista e intellettuale della destra, in
Comunitari o liberal: la prossima alternativa? (nella serie "il Nocciolo")
predilige attaccare gli aspetti più politici, qui in contrapposizione a quelli
filosofici, della posizione liberale, ma lo fa con notevole sensibilità per la
tesi filosofica che difende e per quella che attacca. Il comunitarismo,
cioè la sua posizione, "assegna valore all'identità, alla provenienza,
dunque all'origine; e alle vie che conducono alle radici, come le
tradizioni". Il liberalismo volendo rendere tutti allo stesso modo liberi ed
eguali fa, a suo avviso, il contrario. Veneziani appare in questo modo
sensibile alla differenza, e timoroso di un egualitarismo liberal basato
sull'indistinzione. Del progetto liberal, teme proprio l'enfasi sull'inclusione
dell'altro e sull'emancipazione uniformante.
In questa tesi, che si potrebbe chiamare di destra comunitarista, c'è un
nucleo di ragionevolezza che non si può negare, ed è in sostanza il
nucleo che si rifà a Burke e a Hegel critico di Kant. Sicuramente, il
progetto liberale di una comunità di individui è arduo e forse
eccessivamente utopico. D'altro lato, c'è però un'evidente confusione: il
liberale non ha nulla contro le tradizioni e i vincoli. Semplicemente,
aspira a un mondo in cui anche i più deboli siano in grado di scegliere
quali tradizioni e vincoli ritengano adatti a se stessi, e quali invece
sentano come insopportabili catene. In sostanza, il liberale non è
contrario alla comunità in quanto tale, ma piuttosto alla comunità
imposta dalla coercizione.
Il discorso di Veneziani si fa interessante quando passa dal piano
teorico a quello empirico della politica tout-court e di quella italiana in
particolare. Qui, Veneziani coglie con intelligenza delle cose il nesso tra
la disputa astratta liberalismo-comunitarismo, e una possibile
interpretazione dei fatti. I liberal, sostiene Veneziani e io sono d'accordo
con lui, tendono a rafforzare il centro liberale per indebolire le estreme,
mentre la sua posizione comunitarista tenderebbe a difendere l'identità
specifica delle estreme non-liberali. Questo argomento sembra a prima
vista del tutto plausibile, e ha il merito di far sembrare la posizione
anti-liberale, che proteggerebbe il conflitto, più liberale di quella attribuita
ai liberali, che invece lo rimuoverebbe. Credo, però, che ci sia alla base
una confusione tra il piano costituzionale e quello politico-parlamentare.
La posizione liberale, che io difendo, pretende sì un consenso
tendenzialmente unanime, tra l'altro un consenso potenziale, ma solo al
livello costituzionale. E relega il conflitto al livello politico-parlamentare. Il
che vuol dire, per esempio, che si dovrebbe essere tutti d'accordo sulla
forma repubblicana e sul metodo democratico, pur rimanendo divisi sulla
natura della spesa pubblica, della sanità, eccetera.
Maurizio Viroli, in Repubblicanesimo (nella serie Sagittari), mantiene il
discorso a un livello più schiettamente teorico-accademico, anche se di
proposito accetta alcune conseguenze pratiche della sua tesi principale.
Quest'ultima è in buona sostanza una difesa del repubblicanesimo
filosofico, visto sia come un'antica tradizione del pensiero politico i cui
eroi sono Livio, Tacito, Machiavelli, Rousseau e Huntington tra gli altri,
sia come un'odierna tesi antiliberale in filosofia politica. La differenza
principale con il liberalismo consiste qui principalmente nell'enfasi che il
repubblicanesimo mette su una visione della libertà vista come assenza
di dominio, piuttosto che concepirla come assenza di impedimento.
Questo vuol dire che l'impegno sociale, la partecipazione politica,
l'advocacy e soprattutto la virtù civile giocano qui un ruolo più importante
di quanto non sia nell'ambito liberale.
Sono convinto che il repubblicanesimo indichi un reale punto debole
dell'approccio liberale in filosofia politica, sarebbe a dire che il
liberalismo filosofico-politico è insieme troppo filosofico e troppo poco
politico. Per lo stesso motivo, diventa però assai difficile attaccarlo sul
piano filosofico, come talvolta vuole Viroli. Per esempio, non è vero che il
migliore liberalismo filosofico-politico contemporaneo, quello dei Rawls e
dei Dworkin, concepisce la libertà solo come libertà negativa, cioè come
non-impedimento. E inoltre, la definizione di assenza di dominio va
benissimo non solo per i repubblicani ma anche per molti se non per tutti
i liberali contemporanei.
Ma anche sul versante politico, la tesi di Viroli non è sempre
condivisibile. L'enfasi, da lui posta, sulla storia delle idee (su cui Viroli si
esprime con grande padronanza) come contrapposta alla filosofia
politica, e sulla retorica come contrapposta alla teoria, sono un segno di
un'aspirazione pratica troppo frettolosa da parte dei repubblicani. C'è il
rischio simmetrico di una filosofia politica troppo politica e meno
filosofica. Ciò vale in particolare per il pluralismo. Non esiste una virtù
civile cui rivolgersi con accorati discorsi, come invece vogliono i
repubblicani, ma piuttosto diverse concezioni del bene della Repubblica.
E al tempo stesso nell'idea di partecipazione politica e impegno sociale
come caratteristiche della buona politica è implicito un populismo contro
cui, a mio avviso opportunamente, ci mette in guardia l'ideale liberale. |