RASSEGNA STAMPA

28 NOVEMBRE 1999
SEBASTIANO MAFFETTONE
Liberali a prova di comunità
Tra le posizioni critiche del liberalismo filosofico-politico, le due più recenti, e da non confondere tra loro, sono quelle imperniate intorno al comunitarismo e al repubblicanesimo. Volendo semplificare, si può dire che i comunitaristi ritengono il liberalismo incapace di rendere conto di quello che è il vero e proprio cemento della società, sarebbe a dire l'insieme dei legami comunitari e speciali piuttosto che di quelli neutrali e pubblici. Mentre, invece, i repubblicani contestano il paradigma liberale in nome di un rinnovato primato della virtù civile, e anche di una visione della libertà significativamente legata alla partecipazione politica. Escono a breve distanza l'uno dall'altro due agili volumi dell'editore Laterza, che presentano, in maniera ovviamente indipendente l'uno dall'altro, critiche al liberalismo filosofico e politico in nome rispettivamente del comunitarismo e del repubblicanesimo. È anche da notare che, sempre in modo diverso, i due autori, Marcello Veneziani e Maurizio Viroli, si richiamino ad alcuni aspetti tipicamente italiani all'interno delle due posizioni teoriche che fanno proprie.
Marcello Veneziani, noto saggista e intellettuale della destra, in Comunitari o liberal: la prossima alternativa? (nella serie "il Nocciolo") predilige attaccare gli aspetti più politici, qui in contrapposizione a quelli filosofici, della posizione liberale, ma lo fa con notevole sensibilità per la tesi filosofica che difende e per quella che attacca. Il comunitarismo, cioè la sua posizione, "assegna valore all'identità, alla provenienza, dunque all'origine; e alle vie che conducono alle radici, come le tradizioni". Il liberalismo volendo rendere tutti allo stesso modo liberi ed eguali fa, a suo avviso, il contrario. Veneziani appare in questo modo sensibile alla differenza, e timoroso di un egualitarismo liberal basato sull'indistinzione. Del progetto liberal, teme proprio l'enfasi sull'inclusione dell'altro e sull'emancipazione uniformante.
In questa tesi, che si potrebbe chiamare di destra comunitarista, c'è un nucleo di ragionevolezza che non si può negare, ed è in sostanza il nucleo che si rifà a Burke e a Hegel critico di Kant. Sicuramente, il progetto liberale di una comunità di individui è arduo e forse eccessivamente utopico. D'altro lato, c'è però un'evidente confusione: il liberale non ha nulla contro le tradizioni e i vincoli. Semplicemente, aspira a un mondo in cui anche i più deboli siano in grado di scegliere quali tradizioni e vincoli ritengano adatti a se stessi, e quali invece sentano come insopportabili catene. In sostanza, il liberale non è contrario alla comunità in quanto tale, ma piuttosto alla comunità imposta dalla coercizione.
Il discorso di Veneziani si fa interessante quando passa dal piano teorico a quello empirico della politica tout-court e di quella italiana in particolare. Qui, Veneziani coglie con intelligenza delle cose il nesso tra la disputa astratta liberalismo-comunitarismo, e una possibile interpretazione dei fatti. I liberal, sostiene Veneziani e io sono d'accordo con lui, tendono a rafforzare il centro liberale per indebolire le estreme, mentre la sua posizione comunitarista tenderebbe a difendere l'identità specifica delle estreme non-liberali. Questo argomento sembra a prima vista del tutto plausibile, e ha il merito di far sembrare la posizione anti-liberale, che proteggerebbe il conflitto, più liberale di quella attribuita ai liberali, che invece lo rimuoverebbe. Credo, però, che ci sia alla base una confusione tra il piano costituzionale e quello politico-parlamentare.
La posizione liberale, che io difendo, pretende sì un consenso tendenzialmente unanime, tra l'altro un consenso potenziale, ma solo al livello costituzionale. E relega il conflitto al livello politico-parlamentare. Il che vuol dire, per esempio, che si dovrebbe essere tutti d'accordo sulla forma repubblicana e sul metodo democratico, pur rimanendo divisi sulla natura della spesa pubblica, della sanità, eccetera.
Maurizio Viroli, in Repubblicanesimo (nella serie Sagittari), mantiene il discorso a un livello più schiettamente teorico-accademico, anche se di proposito accetta alcune conseguenze pratiche della sua tesi principale.
Quest'ultima è in buona sostanza una difesa del repubblicanesimo filosofico, visto sia come un'antica tradizione del pensiero politico i cui eroi sono Livio, Tacito, Machiavelli, Rousseau e Huntington tra gli altri, sia come un'odierna tesi antiliberale in filosofia politica. La differenza principale con il liberalismo consiste qui principalmente nell'enfasi che il repubblicanesimo mette su una visione della libertà vista come assenza di dominio, piuttosto che concepirla come assenza di impedimento.
Questo vuol dire che l'impegno sociale, la partecipazione politica, l'advocacy e soprattutto la virtù civile giocano qui un ruolo più importante di quanto non sia nell'ambito liberale.
Sono convinto che il repubblicanesimo indichi un reale punto debole dell'approccio liberale in filosofia politica, sarebbe a dire che il liberalismo filosofico-politico è insieme troppo filosofico e troppo poco politico. Per lo stesso motivo, diventa però assai difficile attaccarlo sul piano filosofico, come talvolta vuole Viroli. Per esempio, non è vero che il migliore liberalismo filosofico-politico contemporaneo, quello dei Rawls e dei Dworkin, concepisce la libertà solo come libertà negativa, cioè come non-impedimento. E inoltre, la definizione di assenza di dominio va benissimo non solo per i repubblicani ma anche per molti se non per tutti i liberali contemporanei.
Ma anche sul versante politico, la tesi di Viroli non è sempre condivisibile. L'enfasi, da lui posta, sulla storia delle idee (su cui Viroli si esprime con grande padronanza) come contrapposta alla filosofia politica, e sulla retorica come contrapposta alla teoria, sono un segno di un'aspirazione pratica troppo frettolosa da parte dei repubblicani. C'è il rischio simmetrico di una filosofia politica troppo politica e meno filosofica. Ciò vale in particolare per il pluralismo. Non esiste una virtù civile cui rivolgersi con accorati discorsi, come invece vogliono i repubblicani, ma piuttosto diverse concezioni del bene della Repubblica.
E al tempo stesso nell'idea di partecipazione politica e impegno sociale come caratteristiche della buona politica è implicito un populismo contro cui, a mio avviso opportunamente, ci mette in guardia l'ideale liberale.
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vedi anche
Filosofia (e) politica