RASSEGNA STAMPA

21 NOVEMBRE 1999
PAOLO ROSSI
Sette Galilei? Meglio di uno
Lo storico delle idee fa riflettere sull'immagine plurima dei grandi del passato preservandoci dal dogmatismo
Paolo Rossi, "Un altro presente", il Mulino, pagg. 290, L. 34.000
"L'oggetto della scienza storica non è il nostro passato, ma un altro presente". E' a questa citazione di Giulio Preti che si rifà il titolo del volume di Paolo Rossi in libreria nei prossimi giorni per le edizioni il Mulino (pagg. 290 L. 34.000). "Un altro presente", appunto. "Il passato come altro presente - scrive Rossi - ci è certo meno familiare del passato nostro. Implicito in questa formulazione è un atteggiamento che pone al centro del discorso il tema dell'alterità, della diversità, della differenza". I diversi saggi del volume sono degli avvertimenti ai filosofi da parte di uno storico che non ama le semplificazioni. Molti affrontano direttamente il tema dei rapporti tra storia delle idee, storia della fiolosofia e storia della scienza da un lato e filosofia ed epistemolgia dall'altro. Anche i saggi dedicati a Paul K. Feyerabend, a Mario Dal Pra e a Carlo Ginsburg rientrano in qualche, modo in questa categoria. In altri casi il confronto emerge attraverso le riflessioni su pensatori del passato, su Bacone e su Galilei in particolare. Lo stralcio che qui pubblichiamo è tratto dal saggio "Ci sono molti Galilei?". Di Paolo Rossi è uscita di recente anche una raccolta di saggi su Giambattista Vico (Le sterminate antichità e nuovi saggi vichiani. La nuova Italia, Firenze 1999, pagg. 546, L. 49.000)
Sappiamo tutti molto bene che ci sono di ogni grande e meno grande filosofo molti ritratti assai diversi l'uno dall'altro. Ci sono nelle interpretazioni e nella storiografia oscillazioni molto rilevanti. Anche nel caso di Galilei le diversità sono fortissime. Il fatto che a Galilei sia stata attribuita la paternità o la fondazione di una "scienza rigorosa" non è certo servita a porre alcun limite alla molteplicità e alla varietà delle interpretazioni.
1 - Il primo Galilei è lontano dalle astrazioni e aderente ai fatti. E' il "fondatore del metodo scientifico", così come esso verrà concepito nei manuali di fisica. Galilei "ha una preponderante inclinazione per i fatti e non sente la necessità di ridurli a idee"; Galileo "non ha formulato una teoria della caduta dei corpi, ma ha osservato e constatato, senza idee preconcette, il fatto del movimento di caduta". Sembra quasi impossibile, ma questi due giudizi sono agenti l'uno nella Filosofia delle scienze induttive (1840) di William Whewell e l'altro in La meccanica nel suo sviluppo storico-critico (1883) di Ernst Mach.
2 - Il secondo Galilei è il "peripatetico", che non assomiglia affatto a un rivoluzionario, ma a un conservatore, addirittura a un "ritardatario": "A costo di contraddire le leggende (scriveva Pierre Duhem nel 1906) va affermato che le concezioni di Galileo sulla dinamica portano l'impronta profonda dei principi peripatetici, sì discostano molto poco dalle dottrine ammesse da un buon numero di fisici del secolo XVI, sono in notevole ritardo sulle intuizioni di qualcuno dei suoi predecessori". 3 - Il terzo Galilei é connesso al secondo, ma è più decisamente "aristotelico": "il nuovo metodo, la logica e la metodologia espressi da Galileo e destinati a diventare il metodo scientifico dei fisici del Seicento (scrive John Hermann Randall jr. nel 1940) era il risultato della fruttuosa ricostruzione critica della teoria aristotelica della scienza intrapresa soprattutto a Padova e fecondata dalle discussioni metodologiche dei commentatori di scritti medici", 4 - Il quarto Galileo è decisamente "platonico" ed è per intero costruito alla luce di una teoria della conoscenza e della scienza "non infettata dal virus empirista e positivista", Alexandre Koyré ha presentato un quadro della Rivoluzione Scientifica (che ha avuto una risonanza molto ampia e si è spesso "trasferito" nei manuali) nel quale l'opera dì disinfestazione è andata molto avanti. Nel suo quadro della Rivoluzione Scientifica trova posto Gassendi e non trovano invece posto alcuno Francis Bacon e Robert Boyle. Una Rivoluzione Scientifica senza operazioni e senza strumenti, dove la scienza è sempre e solo matematizzazione e il conoscere non ha mai nulla a che fare con l'intervenire. In quel quadro (che risale al 1939) viene inserito Galileo che sembra non abbia mai avuto qualcosa a che fare con il cannocchiale, o l'invenzione del termobaroscopio o con la resistenza dei materiali. 5 - Il quinto Galileo è il rovesciamento (Principalmente operato da Stillman Drake nel 1978) del Galilei numero 4.Galileo effettua misure precise, non si limita a "pensare" esperimenti, ma li esegue. Dato che "le misure accurate delle distanze e dei tempi sono fatte senza riferimento alla filosofia" e sono indifferentemente utilizzabili dai platonici e dagli aristotelici, la sua grandezza ha a che fare soltanto con la fisica. L'unica e sola "metafisica" e l'unica e sola "epistemologia" della quale sia lecito parlare in riferimento a Galileo è quella che (come diceva Dirac aprendo i suoi corsi di meccanica quantistica) si limita ad "assumere l'esistenza dì un mondo esterno". 6 - Il sesto Galileo è un ritratto intelligente, irriverente e provocatorio. E' quello che ha a che fare con una incrollabile "fede" nella verità copernicana. Quest'ultima viene riaffermata, a dispetto di ogni evidenza e dimostrazione, cambiando i tipi di osservazione che confutano la teoria, facendo ricorso a trucchi psicologici, espedienti retorici, piccole falsificazioni, colpi di mano. Il Galileo di Paul Feyerabend è collocato da un lato all'interno della tesi che teorizza l'insignificanza del problema del cosiddetto "metodo scientifico" e dall'altro lato in un contesto di tipo ideologico-politico: "Gli scienziati risolvono i problemi non perché posseggono una metodologia e una teoria della razionalità, ma perché hanno studiato il problema molto tempo, conoscono bene la situazione, non sono troppo stupidi". "La scienza moderna schiacciò i suoi oppositori, non li convinse, si impose con la forza, non con il ragionamento". Non è il caso però di dimenticare, a proposito di questo sesto ritratto, che esso era stato preceduto non solo dal celebre libro di Thomas Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche (che è del 1962), ma soprattutto dall'immagine, costruita (nel 1959) da un grande romanziere del Novecento, degli scienziati come "sonnambuli". Ciò che Arthur Koestler aveva presentato come un'accusa di tipo morale (un Galileo "sfrontato e arrogante imbroglione" che si serve di "espedienti illusionistici") diventa nel ritratto di Feyerabend un indiscutibile merito epistemologico. 7 - Il Galilei numero sette è direttamente figlio del numero sei. E' un persuasore non occulto che rafforza gli argomenti logici con le tecniche della retorica, che rende accettabili le sue verità facendo appello alle emozioni, all'estetica, alla psicologia. Maurice Finocchiaro (nel 1980) non pensa affatto che la scienza sia un'impresa irrazionale e che si risolva in retorica, pensa solo che "la retorica abbia un ruolo importante da svolgere all'interno della razionalità scientifica". Finocchiaro si limita a raccomandare - e la sua raccomandazione ha avuto grandissima fortuna - che "non siano trascurati gli aspetti retorici della scienza".
Sono sempre stato convinto, fino dagli anni in cui polemizzavo su questo punto con Ludovico Geymonat e con i suoi (allora) giovani allievi, che non sia affatto da condividere il rimpianto "per quelle epoche nelle quali una visione metafisica della realtà e della storia sembra garantire uniformità di metodi e di risultati storiografici".
Di fronte alla varietà delle interpretazioni dei classici della filosofia e della scienza credo che riuscire a convivere con posizioni diverse dalle nostre e imparare da esse, possa costituire un valore. Forse, anche a questo proposito, vale ciò che ha scritto Odo Marquard: la costellazione filosofica migliore è quella dove più ampio è il ventaglio delle soluzioni. A differenza di quanto accade nelle religioni, nelle "storie" non ci sono testi assoluti, ma soltanto testi relativi. La pluralità dei modi di leggere serve a moderare le forme della ricezione. Ogni forma di ragione esclusiva tende a vietare le discordie e le critiche. Sono d'accordo, anche su questo punto, con quanto ha scritto Marquard: "Le storie, in quanto irrimediabili perturbatrici della quiete, non sono ammesse apriori: in esse infatti anziché unirsi, si racconta".
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