RASSEGNA STAMPA

13 NOVEMBRE 1999
MARIO PORRO
STATI IPOTETICI DELLA CONOSCENZA
Le teorie scientifiche come rappresentazioni che consentono l'orientamento nel mondo. Un percorso di lettura
Bruno Latour, "La scienza in azione", trad. di Silvio Ferraresi, Comunità, L. 38.000
L' equipe del professor Bijker sta progettando nel laboratorio di idraulica a Delft la costruzione di una nuova diga per il porto di Rotterdam; la diga deve conservare l'equilibrio fra acque salate e acqua dolci, per evitare che il sale, nemico della coltivazione dei fiori, possa penetrare nell'entroterra.
Si potrebbe realmente costruire una diga, controllare per qualche anno il flusso delle acque, in condizioni diverse di clima e di marea; poi distruggerla, costruirne un'altra e ripetere le prove, distruggere anche questa, fino ad arrivare a risultati che garantiscano un adeguato margine di affidabilità; ovviamente passerebbero decenni e i cittadini olandesi spenderebbero cifre esorbitanti.
Ma non c'è bisogno di un tale spreco "perché gli anni, i fiumi, la quantità di fiorini, i moli e le maree sono stati ridotti in scala" nel laboratorio di idraulica: le condizioni del porto, ignorando aspetti irrilevanti ("diffalcando gli impedimenti", diceva Galilei) come le case e le persone, sono riprodotte nel modello in scala; telecamere, sonde e sensori, collegati a un computer mainframe, possono rappresentare su carta millimetrata le quantità di acqua che fluiscono nel porto lillipuziano.
L'esempio, ripreso da Bruno Latour, La scienza in azione (trad. di Silvio Ferraresi, Comunità, L. .
38.000), illustra il segreto della scienza, la capacità di sfruttare sistemi che rappresentano gli elementi del mondo; diventa così possibile conservarli, manipolarli e combinarli, e si acquista l'opportunità di agire a distanza su di essi. L'odierna tecnoscienza non ha fatto che accrescere la capacità degli scienziati di lavorare con immagini e rappresentazioni: "Noi ci facciamo immagini del mondo", diceva il Wittgenstein del Tractatus, riproponendo un tema caro a Hertz, al neokantismo e a Boltzmann. E' a questa tradizione che si richiama Giovanni Boniolo, in Metodo e rappresentazioni del mondo: "un'altra filosofia della scienza" (recita il sottotitolo) - Bruno Mondadori, L. . 32.000 - rispetto al neopositivismo, suicidatosi in uno sterile formalismo, e agli annunci postmoderni della riduzione della scienza a semplice strumento d'azione. Le teorie scientifiche sono rappresentazioni (Bilder) ipotetiche del mondo, costruite (gehildet) dal soggetto, mentre modelli ed esperimenti mentali sono rappresentazioni funzionali, strumenti concettuali, dei "come se", diceva Vaihinger.
La teoria non è descrizione vera o approssimata del reale, ma rappresentazione che consente, in via provvisoria, di rendere conto dell'insieme dei fenomeni e di orientarci in esso (si veda "Sul significato delle teorie" in Modelli matematici, fisica e filosofia. Scritti divulgativi di Ludwig Boltzmann - a cura di Carlo Cercignani, Bollati Boringhieri, L. . 35.000); e il suo essere finzione va inteso in senso etimologico, costruzione, messa in forma, in cui gioca la libertà inventiva dello scienziato. Più che al mondo della logica l'epistemologia dovrà allora prestare attenzione al "mondo della vita"; la fiducia, la difesa dogmatica delle proprie tesi, l'aristotelica prudenza, il ricorso alla filosofia personale, cioè all'insieme delle credenze infondate che guidano i ricercatori, sono fattori ineliminabili del fare scientifico. Il che impone di rinunciare all'epistemologia presuntuosa che prescrive norme ai ricercatori, come se si potesse chiedere ad uno scalatore di seguire i passi della danza classica, diceva Feyerabend.
Si delinea in tal senso un riavvicinamento fra scienze naturali ed umane, come attesta il libro di Silvana Borutti, Filosofia delle scienze umane (Bruno Mondadori, L. . 38.000). Invece del contrasto fra la spiegazione che si vuole oggettiva delle prime ed il comprendere o interpretare soggettivo delle seconde, le scienze sono da disporre lungo uno spettro continuo in cui passiamo dalle modalità di oggettivazione, cioè di costituzione degli oggetti, dominate dall'organizzazione matematico-sperimentale delle scienze naturali alle forme segnate dai processi di temporalità e parola delle scienze umane. Ma rispetto alla forma omogenea della legge, propria della fisica classica, in cui fatti si ripetono identici, in antropologia, in sociologia o nella storia, il fatto è evento che conserva lo specifico individuale, che assume senso dal contesto o rientra in un processo di azione intenzionale.
Attraverso un percorso che riannoda alcuni nuclei salienti della riflessione contemporanea (Weber, l'interrogare di Wittgenstein ed il progetto di integrazione fra ermeneutica ed epistemologia di Ricoeur), il conoscere si presenta come rappresentazione, non nel senso della riproduzione mentale del dato oggettivo (Vorstellung), bensì in quello della presentazione (Darstellung): la forma è configurazione razionale di eventi in nessi significanti, artificio, finzione, che organizza il molteplice e ne rende visibile la congruenza. Così in storia, la comprensibilità dell'agire umano è affidata alla costruzione di nessi contestuali in cui si dispiega un ordine del contingente; in medicina (o in psicoanalisi) l'anamnesi configura il tempo del soggetto, insegue le tracce che dispiegano un ordine significativo. Ed il racconto svolge proprio la funzione di offrire una possibile struttura del reale (si veda Narrare la malattia di Good, Comunità), organizza una sintesi figurale, un intreccio che rende pensabile una possibile connessione degli eventi. Come la forma simbolica in Cassirer o il modello-metafora in Hanson e Kuhn, la rappresentazione apre un orizzonte di figuralità che supplisce alla perdita del reale con l'organizzazione di un campo di oggetti possibili che si offrono alla lettura: come in Atlante occidentale di Del Giudice, la fatica di descrivere le tracce di una realtà invisibile ad occhio nudo accomuna lo sguardo di chi scruta le collisioni delle particelle ed il vedere dello scrittore. Anche in Bruno Latour la metafora agisce per ristrutturare il senso ed assolve un ruolo es senziale nell'accoglimento di una teoria all'interno della comunità scientifica. Ma "il mondo della vita" della tecnoscienza è per Latour il suo cantiere in costruzione, calderone disordinato a cui sovrapponiamo la maschera della razionalità e del metodo. Da questa prospettiva, i fatti consolidati, le macchine sofisticate o le teorie accolte non appaiono come verità indiscutibili; vediamo semmai un universo dominato dall'incertezza dove gli scienziati, nei loro gruppi di lavoro, decidono, sono in competizione, si impegnano in controversie, fanno propaganda e pubblicano articoli per cercare fondi ed alleanze, usano tecniche retoriche per rendere credibili ricerche dagli esiti ancora incerti (si veda la magistrale ricostruzione dell'avvento del pasteurismo che Latour ci ha fornito in I Microbi, Editori Riuniti). Senza questo lavoro "impuro", un fatto non viene accolto dalla comunità: ma un fatto non è qualitativamente diverso da una finzione, solo nel corso del processo collettivo di discussione si sedimenta ed assume forza venendo incorporato in articoli. Che una teoria corrisponda alla realtà non è questione che un metodo possa risolvere: se uno scettico volesse aprire la "scatola nera" delle scienze sarebbe rimandato ad una catena che non ha al suo termine la natura, semmai il laboratorio, cioè iscrizioni, rappresentazioni visive, dispositivi di registrazione. Ed è lo scienziato a porsi come portavoce, interprete ufficiale di quanto è leggibile nei grafici e nelle tracce lasciate dall'esperimento. La natura diventa l'arbitro finale solo una volta che la controversia è risolta: la natura risolve solo le tesi già risolte, quelle il cui destino ha saputo legarsi all'apparato militare o sanitario dello stato, o al potere industriale ("Se una piccola nazione volesse mettere in dubbio una teoria...sarebbe quasi impossibile"). Lo scienziato vittorioso potrà dire che la natura sta dalla sua parte, mentre l'errore dell'avversario (di Pouchet che rimane fedele alla generazione spontanea, contro Pasteur) sarà attribuito a ragioni ideologiche o a pregiudizi; gli influssi sociali sono chiamati in causa solo quando il percorso dalla ragione è stato distorto, non quando segue la retta via (il giusto metodo). Crediamo che la conoscenza razionale non abbia bisogno di spiegazione, che giunga da sé alla verità; ricorriamo invece all'irrazionale per spiegare la persistenza delle credenze, invochiamo ragioni sociali per comprendere come sia possibile che gli "altri" non si conformino alle leggi della logica. Si produce così la "Grande Barriera" fra noi e loro, noi che abbiamo ragione e conosciamo oggettivamente la realtà, e loro che subiscono gli influssi deformanti della cultura e della società, che vivono in un mondo di finzioni, di rappresentazioni e di simboli.
In realtà per Latour la differenza è da cercare fra le reti lunghe in cui la scienza costruisce i suoi cicli di accumulazione di elementi manipolabili, e le reti brevi che producono i fatti morbidi della pre-scienza. Luigi XVI inviò Lapérouse a tracciare una mappa completa del Pacifico; per scoprire se l'isola di Sahkalin fosse unita all'Asia o separata da uno stretto, chiese aiuto agli indigeni i quali con disegni confusi cercarono di tracciare una mappa di quel territorio. I risultati della spedizione furono inviati in Francia, dove a poco a poco si raccolsero mappe e carte geografiche (analoghe alle collezioni degli zoologi nei musei di scienze naturali) che consentirono agli europei di dominare a distanza il mondo reale, lavorando sul mondo di carta e a scala ridotta. Ciò che cambia rispetto ai "primitivi" è il progressivo accumularsi delle mappe; ed è questo il meccanismo comune alle scienze naturali e a quelle umane; non c'è la minima differenza fra le due, suggerisce Latour.
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vedi anche
Cultura-Impresa scientifica