| Rusconi: "Una convivenza oltre gli
steccati" | Ripartiano dalla sussidiarietà, professor Rusconi. Un principio molto in voga, dopo
la battaglia sul federalismo, ma forse applicato con diversissimi significati. Lo storico Gian Enrico Rusconi, infatti, è dubbioso e anche un po' irritato dall'uso che se ne fa oggi, per cui la risposta non si fa attendere: "Bisogna far chiarezza sia sul concetto di società civile - spiega - sia su quello di sussidiarietà. In passato significava semplicemente una delega di autorità formale dello Stato agli stadi inferiori: regioni, province, comuni e così via. In un secondo momento ha acquistato un significato più complesso, così che si riconosceva che potevano fare politiche sociali o comunque certe iniziative anche enti non statali. D'altra parte, se ci si riferisce a Francia o Germania, a Olanda o Italia si vede che parliamo di una realtà molto diversa nelle sue applicazioni".
Come Galli della Loggia, anche Rusconi teme che si possa creare una spaccatura
nel Paese. "Spero che a Napoli si rifletta sul fatto che è inutile litigare tra laici o
cattolici, ma bisogna trovare un comune senso civico di corresponsabilità. Se invece
un certo cattolicesimo avesse sotterraneamente la tentazione di buttar fuori il
pubblico, come se il centro dei valori fosse soltanto la società civile, allora sarebbe
uno sbaglio".
Le componenti cattoliche chiedono soltanto una maggiore autonomia per la società
civile rispetto a Stato e mercato. "Anche questo è curioso: come fa a esistere una
società civile al di fuori dello Stato? Occorre una concezione strumentale e
amministrativa dello Stato per sostenere questo. La società civile non è contro lo
Stato, è invece una sua dimensione. Nell'ottica hegeliana, per esempio, era
l'economia, e in quell'epoca significava anche liberalismo. Va riconosciuto che
società civile e Stato sono due dimensioni della stessa realtà collettiva, la res
publica, in cui i due momenti, quello più formale-amministrativo, e quello meno
informale-societario convivono".
Si riparla del bene comune, ma è difficile mettersi d'accordo sul suo significato. "Ciò dipende dal fatto che è diventato più complicato produrlo - replica Rusconi -.
Siamo più convinti che non può più essere affidato all'agenzia-Stato, e tuttavia
neanche all'agenzia-società civile. Lo Stato è sempre più servizio tecnico al
cittadino, meccanismo di vincoli, ma anche la società civile è dentro lo Stato. Una
maniera per uscire dall'impasse è sminuzzare problema per problema: quello della
riforma istituzionale, quello della scuola, quello dell'amministrazione. Di volta in volta ci si può confrontare con uno spirito costruttivo, sapendo che è in gioco un interesse comune, e riconoscendo che le cosiddette "due culture" oggi sono entrambe in difficoltà. Non so se a Napoli si parlerà della scuola, ma vorrei dire, per esempio,
che la legge in discussione non mi sembra poi così da buttar via. Non corrisponderà
perfettamente all'ideale di ciascuno, però è un passo ulteriore per andare verso un
modo nuovo di concepire la scuola...".
C'è chi dice che per risolvere questi problemi bisogna metter mano alla
Costituzione. Rusconi confessa di non essere spaventato da questa possibilità, e
ammette che già i primi undici articoli sono dettati da una mentalità che può
certamente essere rinnovata.
"Il problema è che non siamo capaci di farlo.
Dubito che una Costituente saprà risolvere questi problemi, perché non è più un
momento storico magico come quello che vide dibattere tra loro uomini come La
Pira e Calamandrei, Togliatti e De Gasperi, dall'opera dei quali uscì un testo forse
un po' equivoco, ma equilibrato. Ciò che c'era allora e oggi mi pare manchi nella
classe politica è il rispetto reciproco. E a pensarci bene ci si renderà conto che nel
'45 gli italiani erano molto più divisi di oggi. Eppure..." |