RASSEGNA STAMPA

11 NOVEMBRE 1999
JEAN CLAIR
CONVEGNI - NOSTRA SIGNORA MALINCONIA
Tra i relatori, Rossana Rossanda, Roberto Esposito, Helena Janeczek, Giovanni Giudici
L'"Arcipelago malinconia" - titolo del convegno in corso al Teatro Argentina di Roma - dopo l'inaugurazione affidata allo psicoanalista junghiano James Hillman - continua a attirare a sé studiosi provenienti dalle diverse discipline che hanno fatto dell'umore depresso il loro soggetto iconografico, letterario, scientifico. Questa mattina, la relazione d'apertura su "Accidia e Malinconia" sarà affidata a Yves Hersant, storico della cultura all'Ecole des Etudes en Sciences Sociales. Al suo lavoro seguirà l'intervento del critico d'arte Jean Clair, che dirige a Parigi il Museo Picasso: quella che segue è la traduzione della sintesi introduttiva, i cui punti segnano alcuni tra i passaggi obbligati degli studi sul concetto di malinconia. La mattinata si concluderà con due relazioni di carattere letterario, la prima di Silvio Perrella su "Parise e la Malinconia", l'altra di Alfonso Berardinelli titolata "Lo sguardo da fuori". Nel pomeriggio, Amedeo Quondam parlerà del "Gentiluomo malinconico", Nadia Fusini di "Elisabetta: una regina malinconica", Anna Dolfi di "Malinconia e Poesia: Tombeaux poétiques e rime per la morte". La giornata avrà termine con il lavoro di Jacqueline Risset che farà sue le parole di Mélisande: 'Je ne suis pas hereuse ici'".
N egli ultimi due millenni, da Aristotele a Baudelaire, nessuno stato d'animo ha impegnato il pensiero occidentale tanto a lungo come la malinconia. Al di là del suo valore storico e dalle immensa ricchezza iconografica che gli è stata dedicata, il tema è strettamente legato a problemi verso i quali l'uomo di oggi è particolarmente sensibile e i cui terreni si estendono dalla storia alla filosofia, dalla medicina e la psichiatria alla religione e alla teologia, dalla letteratura all'arte.
Il fascino esercitato dalla malinconia sembra essere il risultato di un'ambivalenza sottolineata fin dall'antichità: qualità di un temperamento morboso, causa di sofferenza e di follia, la maliconia è anche segno distintivo dei grandi uomini, degli eroi e dei geni. Del resto, la locuzione stessa di "malattia sacra" con la quale tradizionalmente viene descritta, chiama in causa questo dualismo. Ma la malinconia continua a essere misteriosa, a dispetto del paradigma medico-scientifico che tenta di inquadrarla, oggi, sotto la definizione di "depressione". Da qualche anno, tuttavia, un certo mutamento di prospettiva è intervenuto a modificare l'interpretazione della malinconia. Dal romanticismo al post-modernismo, tutte le utopie sociali della storia non si presentavano se non come dichiarazioni di guerra alla "coscienza infelice". Le ideologie del progresso, connotate da un bisogno di positività, funzionavano come un interdetto contro gli "stati d'animo" e il furor melancholicus, in particolare. Oggi, la reinterpretazione dell'attitudine malinconica da parte di storici come Marcel Gauchet e Gladys Swain in Francia e G. Wolf Lepenies in Germania, vede una presa di distanza riflessiva della coscienza di fronte al mondo e al suo "disincanto", tale da segnare un possibile passaggio 'spirituale'. La storia dell'arte come disciplina ha il merito particolare di aver fornito, per prima, le basi per questo nuovo approccio storico culturale del malessere saturnino. Dal pregevole studio di Panosfsky, Klibansky e Saxl, uscito già nel 1923, Dürers Melancholia I -Eine Quellen und typengeschichtliche Untersuchung, (tradotto dalla Einaudi con il titolo Saturno e la malinconia) numerosi sono stati i lavori che hanno approfondito, a partire dalle opere d'arte, le straordinarie ramificazioni della malinconia nella vita intellettuale europea.
Se il pubblico delle mostre è oggi più interessato a trovare il "senso" dell'opera d'arte che ad assaporare un piacere puramente estetico, come dimostra la sua curiosità verso le leggende "esplicative" (Les Vanités di Poussin, ecc.), non c'è dubbio che una mostra dedicata alla malinconia consentirebbe di soddisfare queste aspettative. Senza doverla necessariamente inquadrare nelle celebrazioni di fine millennio, una simile perlustrazione di un patrimonio ermeneutico che così potentemente ha influito sulla vita esteriore del mondo occidentale potrebbe avere un grande successo di pubblico e stimolare anche l'interesse degli eruditi.(...) Oltre a gettare nuova luce su capolavori famosi di Dürer, Cranach, Georges de La Tour, ecc., questo approccio dovrebbe anche permettere di reinterpretare alcune opere di artisti moderni e contemporanei, che hanno fatto uso di un apparato iconografico altrettanto rigoroso quanto quello delle opere tradizionali (ad esempio, Picasso col tema della Ruota della Fortuna, dell'Arlecchino o del motivo saturnino del falcetto).
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Il mondo dell'uomo