La democrazia? Cerca cittadiniContinua il dibattito tra sociologi e storici sulla "religione civile" Per Rusconi lo sviluppo della nostra identità sarebbe stato negato dal mancato sostegno religioso a un'etica civica I modelli di Rousseau e di Tocqueville. Ma la dialettica tra Stato e Chiesa è finita nel compromesso istituzionale |
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| Un tempo, al solo evocare una possibile "religione civile" o una "idea
nazionale", sarebbe venuta in mente ai più la "religione della libertà"
crociana. Ma oggi, mentre si parla di epoca post-cristiana e la crisi dei
valori impone di ritrovare un'etica comune, parlare di una "religione civile"
può significare un inedito incontro di pensiero laico e cristiano, tema che
sarà affrontato anche a Napoli nella prossima Settimana sociale dei cattolici
italiani. A questo argomento è dedicato l'ultimo numero della rivista
"Rassegna italiana di sociologia" edita dal Mulino, con un dibattito che
approfondisce i rapporti tra "identità nazionale e religione civile in Italia",
con interventi di Franco Garelli, Enzo Pace, Alessandro Ferrara, Gabriella
Turnaturi, Gian Enrico Rusconi, Loredana Sciolla, Ilvo Diamanti e
Francesco Traniello. Del saggio di Traniello, che replica in maniera
articolata a Gian Enrico Rusconi, autore di un recente volume
sull'argomento, pubblichiamo ampi stralci dedicati ai legami tra "nazione,
democrazia e religione civile". |
Il paradigma della religione civile viene utilizzato da Gian Enrico Rusconi come un
canone interpretativo della storia d'Italia. A questo proposito egli riprende una tesi
classica - che sarebbe agevole ricostruire, risalendo sino a Sismondi, se non a
Machiavelli - per la quale fu il cattolicesimo come religione-di-Chiesa "con la sua
potente struttura istituzionale e dogmatica, rigorosamente contro-riformistica, e con
la presenza del papato" a "rendere impossibile sul nascere qualunque variante di
religione civile". Se a ciò si aggiunge che "quel poco che nell'Ottocento italiano
poteva alludere o preludere a una religione civile radical-repubblicana si perde nel
misticismo (talvolta un po' allucinato) del mazzinianesimo", si capisce perché "il
paradigma civil-religioso" sia risultato nel nostro paese "privo di sostanza religiosa"
osservazione che presenta una singolare assonanza con l'accusa rivolta da
Machiavelli alla Chiesa ed ai preti di aver reso agli italiani "senza religione" (da
intendersi esattamente nel senso del "bene essere" della repubblica). Per questa
ragione, la religione civile in Italia non avrebbe avuto spazio e modo di nascere, in
quanto il vincolo civico e patriottico sarebbe rimasto privo di un'autentica convalida
religiosa, malamente surrogata dalla "retorica" della religione della patria. Seguendo
il filo del suo ragionamento si è indotti, quindi, a pensare che Rusconi imputi
(principalmente) al cattolicesimo la responsabilità di aver impedito il sorgere di
quella memoria comune e condivisa nella quale si esprimerebbe la sostanza della
religione civile. Ma la questione sollevata, e un po' rapidamente liquidata, da
Rusconi include, mi sembra, questioni diverse.
Da un lato essa riguarda la disponibilità generale, per così dire, del cattolicesimo a
concorrere o meno all'alimentazione di una religione civile: da un rapido cenno al
caso americano si può dedurre che Rusconi giudichi comunque limitata questa
disponibilità (distaccandosi da Tocqueville). Sotto un altro profilo essa attiene
all'impedimento posto dal cattolicesimo come si è configurato in Italia, alla
formazione e alla divulgazione di una memoria storica nazionale unitaria e condivisa.
Un terzo aspetto concerne infine il rapporto tra il cattolicesimo italiano e la qualità di
quella memoria, cioè la sua adeguatezza ad un ordine che, oltre ad essere nazionale,
lo sia secondo la modalità democratico-repubblicana.
Escludendo la questione di principio, per la quale l'analisi storica offre scarsi appigli,
e utilizzando in senso debole - vorrei dire come metafora di una metafora - la
definizione di religione civile, cioè intendendola come senso della cittadinanza
alimentato anche dalla coscienza di un vissuto storico comune nel quadro dello
Stato nazionale - del quale, ove si tratti di Stato democratico, ci si deve poter
sentire partecipi anche alla luce di memorie e di "tradizioni" antagoniste -, enuncerò
in forma schematica alcuni elementi che proporrei di considerare all'atto di applicare
il paradigma della religione civile al caso italiano.
Anzitutto, dal punto di vista storico non si può trascurare il fatto che nel continente
europeo, a differenza degli Stati Uniti, ha lungamente pesato una tradizione
confessionale (non soltanto cattolica) di "religioni dello Stato" (proprie dei sistemi
assolutistici ma non escluse formalmente dagli ordinamenti costituzionali, come
mostra il caso del Regno d'Italia), in base a cui lo Stato riconosceva come "propria"
una religione storica e vi attingeva l'apparato simbolico e rituale della sua
rappresentazione pubblica. C'è da chiedersi se le diverse forme di "religione della
patria" non siano state, in Europa, il proseguimento, in forma mutata, di quelle
religioni politiche piuttosto che il luogo di formazione di una religione civile.
In secondo luogo, il concetto di religione civile si connette, mi sembra, a quello di
società civile, e ne presuppone un grado elevato di autonomia nei confronti dello
Stato. Ciò risulta con evidenza dalla differenza tra il modello roussoiano e il modello
tocquevilliano. Il primo lascia chiaramente presagire una "religione politica", in
quanto pertinente all'idea di sovranità; il secondo concepisce il ruolo della religione
come interamente separato da quello del potere e della legge.
Nel caso particolare dell'Italia, la ricerca delle ragioni per cui una religione civile non ha avuto modo di manifestarsi, o si è manifestata in modo discontinuo, dovrebbe
allora essere posta non tanto in rapporto con un debole senso della nazione, ma in
rapporto con una debolezza, strutturale e culturale, della società civile, o, se
vogliamo, con una configurazione politica della nazione come Stato carente per
lungo tempo di una società civile a dimensione nazionale. Si potrebbe dire che in
Italia lo Stato nazionale è nato prima della società civile (e fors'anche della
nazione...) e ne ha per lungo tratto condizionato o addirittura ostacolato l'autonomo
sviluppo, in un rapporto di competizione, ma anche di convergenza, con la Chiesa.
In questo senso una chiave di lettura della storia d'Italia potrebbe essere offerta
dall'analisi delle relazioni instaurate dallo Stato e dalla Chiesa con la sfera della
società civile, e dalle strategie da loro messe in atto, in competizione o in accordo,
per controllarla. La dialettica tra Stato e Chiesa si è risolta pertanto in Italia in una
lunga vicenda di confronto-conflitto-compromesso di natura prevalentemente
istituzionale. Nonostante le apparenze, il conflitto-compromesso ha riguardato il
profilo "religioso" dello Stato, in quanto veicolo e portatore di un ethos nazionale,
molto più che il profilo "religioso" della nazione.
Superfluo dire che l'approdo dell'Italia alla democrazia repubblicana ha portato con
sé il peso di quest'eredità, nella quale si sono confrontate varie specie di religioni
politiche (compreso, sotto un certo profilo, il cosiddetto cattolicesimo politico) il cui
orizzonte era costituito dalla conquista dello Stato, sicché la competizione politica,
quando e in quanto c'è stata, si è caricata di preminenti significati ideologici e si è
svolta a detrimento di un'effettiva fondazione di una società civile. Certo, è lecito
sostenere che la contrapposizione di partiti portatori di subculture a carattere
ideologico, ha avuto una funzione deterrente e deprimente nei confronti di una
comune religione civile; ma è altrettanto legittimo chiedersi da dove poteva venire
l'impulso alla costruzione di una religione civile adeguata ad un sistema democratico
se non dalla convivenza regolata di quelle "parti", e dalla crescita conseguente di un
costume e di una pratica civile alimentata da quella regolata convivenza. Se, nella
situazione italiana, esiste davvero un deficit di senso della cittadinanza, viene il
dubbio che sia da mettere in relazione non soltanto con la natura ideologica e
pervasiva dei partiti italiani, ma anche, almeno in pari misura, con la loro crisi. |