I naufraghi del mondo| Laici e cattolici discutono l'Ecclesiaste |
| "Io cerco ancora". Domande per questo tempo a partire dal Qohelet: è il titolo di un seminario che si è svolto presso l'eremo camaldolese di Monte Giove, a pochi chilometri da Fano. Per tre giorni, una settantina di persone - credenti e non - hanno riflettuto su uno dei libri forse più scandalosi della Bibbia: il Qohelet. O l'Eclissaste, come è stato anche tradotto. Qohelet è un uomo di ricerca, un uomo di transizione. Alla sua febbrile interrogazione risultano inadeguate le certezze accumulate, i valori acquisiti, le soluzioni fornite dalla sapienza tradizionale. Ma come leggere oggi questo incandescente libro della Bibbia, in realtà poco frequentato dalla Chiesa? Non passa forse da questo libro traboccante di una fede scettica la vicinanza di nichilismo e cristianesimo che attraversa gran parte della cultura del Novecento? Se lo è chiesto Maurizio Ciampa, all'apertura del seminario: nonostante tutto, nonostante la drammatica evidenza della vanità del nostro quotidiano affanno nel mondo, non possiamo smettete di interrogarci. Come Qohelet, ha ricordato Ciampa, anche noi non possediamo più certezze. Ci sentiamo naufraghi alla ricerca di una qualche zattera che - sappiamo già - non può condurci da nessuna parte, non può metterci in salvo in nessun porto sicuro.
Eppure, il senso della caducità e della vanità di ogni cosa e del nostro stesso fare, non riesce ad ammutolire il lamento del nostro domandare, del nostro chiederci ancora "perché".Ed è esattamente questa disperata domanda di senso che il nichilismo contemporaneo ha sempre cercato di eludere, secondo Sergio Givone. Ecco perché gran parte del pensiero contemporaneo tende a farsi sempre più apologia dell'esistente. E un esito d'altra parte scontato, una volta che il nichilismo ha espulso fuori di sé il problema del tragico, cioè l'enigma del male. Anche il Qohelet, ha osservato tuttavia Givone, rimuove il tragico. Ma dal Qohelet si sprigiona un fortissimo pensiero critico e anti idolatrico che mai come in questi tempi sarebbe necessario recuperare e rimettere in circolazione. Da qui è partita la riflessione di Mario Tronti. Il quale, con lo sguardo rivolto alla storia del Novecento, ha indugiato sulla vanità del potere e sull'impotenza della politica. Il Qohelet, secondo Tronti, ci dice, con spietato realismo, che bisogna rassegnarsi. Rassegnarsi soprattutto ad un potere che non riesce a incidere nella storia degli uomini in quanto ha ormai secolarizzato l'idolatria addirittura del mercato. Ma la rassegnazione dipende dal fatto che il Qohelet risente della tradizione ebraica e dunque non fa i conti con la novità assoluta del cristianesimo con l'intuizione della trascendenza nella storia. Una trascendenza, tuttavia, che si fa storia - Cristo - , pur mantenendo l'intransitabile lontananza da essa. Ciò che della spiritualità monastica affascina, ha concluso Tronti, è proprio la radicalità di questo sguardo profetico che riesce a parlare criticamente e a fondo del mondo, ma standone, per così dire, fuori, ai suoi margini.
Vi è stata poi una vibrante e durissima relazione di padre Benedetto Calati, vecchio monaco ottantacinquenne, già superiore dei Camaldolesi. Una invettiva, la sua, contro la vanità della Chiesa che si è fatta potenza del mondo. E che continua ingiustificatamente a escludere la donna dalla vita religiosa. Eppure dovrebbe ricordare che quando Cristo era sulla croce agonizzante, solo le donne erano rimaste a vegliare ai suoi piedi. Ma nonostante lo smarrimento che raggela le nostre spente speranze, cerchiamo ancora. Cercate ancora: suona così il titolo, ad esempio, dell'ultimo libro che ci ha lasciato Claudio Napoleoni. Un libro di economia politica dentro cui respira l'ansia mai indomita del domandare propria del Qohelet. |