Una edizione del "Manifesto"| E Marx esaltò il colonialismo |
| La nuova edizione, nell'Economica Laterza del Manifesto del partito comunista di Carlo Marx e
Friedrich Engels è un bell'esempio di libertà di pensiero (pagine LXXIV e 62, lire 9.000). Il grande ed efficace scritto non viene riletto in atteggiamento adorante ma restituito alla sua concretezza
storica e ai suoi limiti: che costituiscono l'altra faccia del suo rilievo storico.
La questione posta al centro è se lo sguardo, retrospettivo (cioè storiografico) e prospettico, di
Marx e di Engels non risulti spiccatamente eurocentrico. Il curatore, Domenico Losurdo, che ha
anche ritradotto il breve e intenso opuscolo, risponde di sì, e vede in ciò un limite. Trova, ad
esempio, quasi paradossale la valutazione, espressa altrove da Carlo Marx, secondo cui la colonizzazione inglese dell'India è da considerarsi come "l'unica rivoluzione sociale finora avvenuta in Asia".
Dunque Marx, "cantore" del colonialismo inglese, paga così un tributo allo spirito del tempo. Forse però non è l'unica diagnosi possibile. Se ne può tentare un'altra. L'azione del movimento, di idee e
di uomini, che ha preso le mosse 150 anni fa dal Manifesto non si è risolta - ormai lo vediamo con chiarezza - nella vittoria, lì preannunciata come inevitabile, della rivoluzione proletaria. Come al solito, lo sviluppo storico ci ha riservato un risultato totalmente inedito: quel movimento ha
contribuito, semmai, potentemente, a una radicale trasformazione del capitalismo. La cui capacità di rinnovarsi accettando sempre nuove sfide è ben intuita da Marx e messa in luce da Losurdo nel suo saggio.
Orbene, questo risultato inedito, mentre appare come una smentita della lettera di quel che si legge nel Manifesto, è a sua volta un aspetto di un fenomeno ancora più grande, che è al di là dell'orizzonte storico del Manifesto: l'estensione cioè all'intero pianeta di quel rapporto di
"sfruttamento" che Marx ed Engels, nel loro opuscolo, analizzavano come dinamica interna al
singolo Stato nazionale progredito. Orbene, tale estensione planetaria, mentre può apparire come
un'imprevista (dagli autori) conferma in scala più grande della loro ipotesi, ha però una contropartita
pratica sommamente sconcertante. Il fulcro della prevista liquidazione per via rivoluzionaria del
dominio capitalistico era infatti, nel Manifesto, "l'unione rivoluzionaria degli operai mediante
l'associazione", donde la battuta tagliente: il capitalismo, col suo stesso sviluppo, si crea i suoi
"becchini". Ma se l'universo degli sfruttati è tutt'altro: se è quello, immenso e disperso e
naturalmente disunito, dei mondi dipendenti, la previsione salta. Su scala planetaria, "l'unione rivoluzionaria mediante l'associazione" è (almeno fino a oggi) una chimera. Tale "unione" fu
possibile, per un certo tempo, all'interno del corpo omogeneo degli Stati nazionali. Su scala
planetaria vi si oppongono le gigantesche controspinte della diversità culturale, religiosa,
tradizionale e - lo sappiamo bene - etnica. Cioè la complessità della storia.
Nel Novecento il capitalismo ha doppiato un momento particolarmente pericoloso della sua lunga
storia. La rivoluzione russa, però, cioè la prima delle rivoluzioni del Terzo Mondo, non è riuscita a
convivere e tantomeno a saldarsi nemmeno con quella cinese. Ha conseguito successi. Ma, alla fine, tra i fattori che l'hanno fiaccata riconosciamo non solo la "gara" insostenibile con gli Usa ma - non meno - la riscossa di due grandi religioni: quella cattolica all'Ovest e quella musulmana al Sud
e all'Est. E cosa vi è di più inerente alla "creta" umana, o se si vuole alla "feccia di Romolo" (per dirla con Cicerone) delle religioni?
Aveva, dunque, un suo fondamento l'eurocentrismo di Marx. Nella storia non esistono scorciatoie.
Come la Rivoluzione francese fu lungamente preparata da un processo secolare di rivoluzione culturale che va dalla Riforma all'Illuminismo, così il processo di liberazione dei mondi dipendenti potrà darsi - con esiti imprevedibili - solo attraverso un lunghissimo kulturkampf illuministico che
per ora, in quei mondi, è solo patrimonio intellettuale di minoranze. Conforto intellettuale può venire solo dalla certezza che "eppur si muove". |