IL DISIMPEGNO DELLA PAROLA| A Napoli, un incontro dedicato a Sartre. Anticipiamo uno stralcio della relazione di Claudio Tognonato |
| Nel 1945 cominciava la scommessa di Sartre, una filosofia, una rivista, un ruolo per l'intellettuale, in breve, una ideologia per il dopoguerra. "Les Temps Modernes", nella sua presentazione delineava un ruolo per la rivista: cogliere la filosofia nei fatti contingenti del quotidiano.
Una lettura che non renda banale la filosofia ma che, a sua volta, nell'analizzare i fatti non li faccia esplodere in una frammentazione specialistica da cui nulla si può trarre. Per Sartre, analizzare non è
sinonimo di disgiunzione o smembramento ma proprio l'opposto, analizzare è innanzitutto situare.
Questo collegare dovrà avere un metodo d'indagine come ri-creazione che riprenda il movimento presente nella storia e qui Sartre proporrà, a partire dalla Critica della ragione dialetica, il metodo progressivo-regressivo.
Se si vuole descrivere il movimento insieme a ciò che si muove (l'esistenza, la storia) la ricerca non
deve bloccare il ricercato ma inseguirlo. Una continua indagine come ricostruzione che accetta la
cristallizzazione raggiunta solo in quanto inerzia dalla quale rimettere in moto la dialettica. Si tratta di
dare movimento e agilità alla filosofia. Non una storia delle idee, non una storia della filosofia ma
l'utilizzazione di questa "scatola di attrezzi" per capire il mondo e capirlo per cambiarlo. "Tre libre
c'est être libre pour changer", diceva Sartre. Se la parola riceve il significato dalla situazione, cioè che
la situation è il contesto che da senso al testo, oggi, archiviata la dialettica, si va dall'astrazione
(parola senza situazione) al pragmatismo dove la parola affoga e si adegua ad ogni situazione. Ogni
contesto determina una nozione diversa, non nel senso di una prassi che genera la teoria ma soltanto
di una prassi senza teoria o con una teoria generata ad hoc come auto-giustificazione funzionale
dell'esistente. Così la parola diventa debole.
Si passa dal circolo ermeneutico al circolo vizioso postmoderno dove tutto è concesso. La parola
diventa confusa, imprecisa, agevole per definire tutto e il contrario di tutto con lo stesso termine, una
sorta di autoannullamento suicida. Se la riflessione, per definizione, arriva sempre dopo, come
consapevolezza, ora quel "dopo" sembra più vicino alla servitù del potere che alla critica. Oggi
l'intellettuale è prevalentemente al servizio del potere, al servizio del capitale. Forse aveva ragione
Adornato quando diceva che l'intellettuale era colui che veniva pagato per fare quel lavoro. Ma
questo più che un intellettuale è un mercenario e un intellettuale assoldato non può essere critico ma
necessariamente truppa, comparsa, corte, coro al servizio dei potenti.
Oggi manca il futuro. Mancano prospettive, manca un orizzonte che vada oltre le quattro mura di
casa. Si pensa che quelle mure siano solide, che le catastrofi del mondo resteranno fuori, che si
fermeranno sull'uscio. Non si tratta però di una società egoista. E' peggio. Come direbbe Saramago
è una società cieca. Paradossalmente in un'epoca in cui il mondo è diventato one world, dove le
comunicazioni sono facilitate da autostrade virtuali sulle quali viaggiano migliaia di messaggi, la parola
ha perso per strada il suo riferimento. Gira all'impazzata, si riproduce e arriva, qui e là, veloce e
disperata ma senza significato, senza peso, leggera. E' diventata anch'essa virtuale. Come in
economia, l'inflazione di parole ha prodotto un deprezzamento del suo valore reale.
Il pensiero non è debole ma indebolito dal ripetersi. La società "tecnica" che moltiplica le possibilità
della parola, che facilita l'espandersi della cultura e dell'informazione non fa che ripetere un modello
di umanità e di società. Il mondo globalizzato più che un mondo unito, ecumenico, sembra un mondo
"insaccato" con un solo proprietario. Né l'Orwell di 1984, né il Marcuse del Uomo a una
dimensione avrebbero osato tanto.
Chi conosce il pensiero di Sartre, anche in modo superficiale, sa l'importanza che ha per la sua
filosofia la nozione di libertà. Alcune sue frasi hanno raggiunto - strano per la filosofia - un certo
grado di popolarità. Una di esse "siamo condannati ad essere liberi", detta in una conferenza che poi
prese il nome di L'Esistenzialismo è un umanismo, resta ancora confusa. Sartre voleva dire che
l'essere umano può sempre scegliere. L'unica cosa che non può scegliere è la sua non-libertà.
Dell'impossibilità per un soggetto di divenire oggetto, di consegnare la propria libertà. Questa
nozione, invece, fu spesso intesa come una libertà senza confini. Molti marxisti hanno creduto che
questa accentuazione della libertà e dell'individuo doveva portare l'esistenzialismo ad un solipsismo,
ad una sorta d'individualismo liberale. Invece accade il contrario.
Per Sartre la libertà esiste solo en situation. L'essere condannati alla libertà non si può dare in
astratto ma nel mondo. La "condanna" alla libertà implica necessariamente essere "condannato" alla
situazione. L'essere per Sartre è essere-nel-mondo. La costruzione della propria libertà non è un
esercizio individuale ma passa per il mondo, attraverso la costruzione di nuovi spazi di libertà. Solo
cambiando la situazione il soggetto potrà cambiare. L'uomo si costruisce costruendo se stesso.
Isolarsi non è difficile, è impossibile. Perciò, per raggiungere la propria libertà, il primo impegno è con
l'Altro, cioè con se stessi. Non vi è distanza tra me e l'Altro perché non esiste un essere senza Altri,
non esiste un essere senza mondo. Io sono l'Altro me stesso. Il primo impegno sarà dunque quello di
vivere pienamente la propria epoca. "Utilisez-moi" aveva detto Sartre quando Francis Jeanson era a
capo di una rete clandestina di appoggio alla lotta del Fnl algerino. Non si tratta però di un
imperativo morale. L'impegno è inevitabile perché non posso cancellare il mondo restandone fuori.
Nemmeno il silenzio ci salverà, essendo una chiara presa di posizione, quella di chi non ha il coraggio
di pronunciarsi. Oggi però non basta parlare. Per fare in modo che il nostro dire sia un dire pieno è
necessario che sia reale, deve cioè coniugarsi con l'esserci. |