RASSEGNA STAMPA

20 OTTOBRE 1999
TONI NEGRI
C'E' POTENZA IN QUESTO LEOPARDI
Meglio di così non potevano dirlo, Massimiliano Biscuso e Franco Gallo (Leopardi antitaliano, scritti di Girolamo de Liguori e Paolo Zignaghi, Manifestolibri, 1999), che Leopardi, appunto, è antitaliano. L'occasione per questa bestemmia è la celebrazione del bicentenario: si è accumulata costì una tal massa di ipocrite ripetizioni dell'agiografia tradizionale (italica e moderata) che davvero Leopardi finisce per esserne sporcato, e il buon senso laico e materialista di chiunque ancor gioisca leggendolo, rischia di esser rinnegato. "Povero gobbo": di volta in volta "poeta" (quello che si differenzia dalla "non-poesia"), o "filosofo pessimista" (quello che opera secondo la trama del declino dell'essere, prima Schopenhauer poi Heidegger), oppure "intellettuale progressista" e "diamat-icolo", in ogni caso legato al sogno e al progetto del "fare l'Italia"... alla nostalgia e alla pratica futura del Risorgimento.
No, basta, dicono i nostri autori: Leopardi, gli italiani, non solo li considera dei "birbanti" quando comandano, dei "lazzeroni" quando obbediscono, dei "fetidi" opportunisti quando fingono di costruire un discorso politico sul Risorgimento; egli aggiunge a questi giudizi una presa di posizione (ovvero un'asserzione di scienza politica) del tutto pertinente: "Questo paese non ha un centro, l'Italia non è una nazione, la sua ideologia e la sua tradizione disamorano". Quindi, meglio esser banditi ed esiliati che fedeli cittadini; ed europei piuttosto che italiani; o ancora: meglio atei che cattolici; e materialisti, meglio che protestanti, ebrei o islamici, queste superstizioni che uccidono... Perché il nostro mondo è un non-luogo nel quale solo "esodando" - "attraverso deserti o antiche civiltà - noi possiamo costruire nuovi corpi e riconoscere nuove stelle, nuovi spazi e nuovi saperi...
Ecco un giudizio leopardiano sull'Italia che ancora non c'è (dopo aver provato a venir fuori dalla rivoluzione e dall'impresa napoleonica) e che non merita d'esserci. Quanto all'Italia che c'è ora, per noi lettori leopardiani, che dirne? Poiché siamo, sulla bontà della natura umana, altrettanto scettici del conte Giacomo, riconosceremo che una sua rinascita potrebbe venir solo da resistenza e lotta, da esodo e esilio... O forse, meglio, da una scopa di Attila che ripulisse l'Italia da crociani e democristiani, e anche da azionisti e togliattiani: ne resterebbe forse un'Italia nella quale gli intellettuali non parlano tedesco come una volta, o inglese come fanno adesso, ma il dialetto dei filippini della porta accanto.
Per questo preferiamo l'Europa di Leopardi (che oggi è forse il mondo intero): non-luogo della disutopia, della liberazione, dell'andare disperati alla ricerca della felicità.
Ma ritorniamo a Leopardi. Se egli non è solo un poeta, né (tantomeno) un "philosophe" (e per di più pessimista, una sorta di Nietzsche mal riuscito), né ancora un militante progressista, il suo problema (come quello di altri uomini "positivi" del suo tempo) sarà: come produrre una soggettività adeguata alla costruzione dell'Italia in Europa? Mi sembra che il capitolo quinto del Leopardi antitaliano ("Lineamenti di una teoria alternativa della soggettività") rappresenti un tentativo importante per dar risposta - meglio, per reimpostare - interrogativi irrisolti dalla filologia leopardiana. Gli autori si concentrano qui nello studio delle Operette morali.
La scelta non è priva di rischi: resta il fatto che - naturalmente con i Canti - questo è il terreno più significativo dell'opera di Leopardi. Gli autori vi riconoscono non solo un essai di produzione di soggettività collettiva (una sorta di azione politica) ma anche il momento privilegiato di costruzione del programma leopardiano. "Le Operette morali appaiono come uno straniato e straniante Bildungs-roman, trasposto da uno sviluppo diacronico in una dimensione di sincronia e di contiguità spaziale". Elemento, questo, di un rinnovato interesse per il metodo: infatti, a fronte della nostra presente sensibilità, un metodo vale quando non è solo ermeneutico ma anche costitutivo. Potrebbe esser diverso il discorso critico (e produttivo) nell'età dell'intellettualità di massa? Dunque, ci dicono gli autori, nelle Operette noi percorriamo un cammino in cui si susseguono stili di pensiero, fenomenologie tipiche, avventure etiche, ed insinuano che questo metodo chiarisce il rapporto fra singolarità dell'esperienza leopardiana e storicità della costruzione poetica di un mondo nuovo, di un universo di trasparenza e d'innovazione. C'è potenza in questo Leopardi! C'è una lucida poesia! Grazie ai nostri autori per averle riproposte, di tanto in tanto, nel loro libro.
Ultimo elemento, che ci permettiamo di riprendere, fra i tanti che quest'opera permetterebbe. Gli autori insistono sull'irriducibilità di Leopardi alla filosofia dei Lumi, vale a dire alla figura dell'"illuminista deluso". Hanno senz'altro ragione. Bisogna insistere sul fatto che questa scemenza, ripetuta instancabilmente nelle scuole del Regno, è appunto null'altro che una scemenza.
Leopardi ha a che fare con la filosofia dell'Illuminismo in quanto filosofia del materialismo e della rivoluzione, in quanto rivelazione dell'"altra" faccia della modernità, quella che ha i suoi titoli di nobiltà nella sovversione religiosa, etica e metafisica, dai "marrani" agli anabattisti, da Bruno a Spinoza, dagli enciclopedisti ai sanculotti. Egli è un materialista; se lo potesse, sarebbe un rivoluzionario. Ai Lumi rimprovera la sconfitta - e null'altro. Se, nella crisi che viveva, si fosse trovato davanti un Furet, o semplicemente un Vattimo, li avrebbe considerati dei "nuovi credenti".
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