E se quel Marx capiva il Capitale il vecchio Engels capì la democrazia Esce per Laterza in una traduzione a cura di Domenico Losurdo "Il Manifesto del partito comunista" scritto a Londra nel 1848 Un'analisi affascinante della globalizzazione economica promossa dallo sviluppo capitalistico nel secolo scorso, e altro ancora |
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| Marx e Engels, "Manifesto del Partito Comunista", traduzione e introduzione di
Domenico Losurdo, Laterza, pagine 58, lire 9000 | "La lotta di classe è finita, comincia l'era dell'eguaglianza".Uno slogan come quello di Blair, tranquillamente accolto anche in Italia, non sarebbe sfuggito ai sarcasmi di Marx. Di quel Marx che con Engels, 101 anni fa a Londra, aveva dato alle stampe cinquanta paginette di fuoco, destinate ad incendiare il mondo: "Il Manifesto del partìto comunìsta", oggi ritradotto per Laterza da Domenico Losurdo. Che vi ha premesso due saggi introduttivi. Perché sarcasmi? E' presto detto. Perché - a differenza di quanto sostiene il prefatore - uno dei cavalli di battaglia dell'incendiaria operetta è proprio questo: la storia come "storia di lotte di classe". Che è poi l'affermazione secca con cui si apre il primo capitolo, dopo la pagina d'avvio sulla quale campeggia il folgorante incipit: "Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo".Ebbene, una delle verità marxiste, destinate a rivoluzionare la politica e la storiografia dei moderni, è proprio questa: il conflitto tra gruppi sociali nella produzione e riproduzione del mondo reale.
Se è ben vero, come ricorda Losurdo, che la percezione e la denuncia della lotta di classe nel mondo stava già in Locke, Tocqueville, Smith, Burke, Constant, è innegabile merito di Marx ed Engels averne fatto un principio esplicativo. Innestato sui "modi di produzione". E intrecciato alle forme di coscienza. Principio da riformulare. Da connettere ad altri "fattori", come scienza, natura, informazione, tradizioni e identità. E da adeguare alla realtà concreta delle classi che passano, o che mutano i contorni. Nondimeno un principio ancora utile. Che sfrondato dal finalismo, consente di decifrare tanta parte del passato e dei conflitti presenti. Ad esempio, il conflitto distributivo che divide nord e sud del mondo. Oppure la lotta per rimodellare il welfare. Che riguarda pur sempre una redistribuzione degli oneri tra i ceti proprietari e no, e dentro i ceti proprietari. Insomma, che cosa mai sarebbe una "lotta di classe" senza "lotta di classe"? Poca cosa. Ma questo riguarda la polemica di oggi. Che pure i grandi testi del passato come questo ci aiutano a sciogliere. Qui conviene parlare del "Manifesto" più in dettaglio. Della sua grandezza e dei suoi limiti.
Della grandezza s'è in parte detto. Sta nel geniale affresco storico che racchiude: lotte di classe nella storia. E nel cuore dell'Europa a metà dell'Ottocento. Tra risvegli nazionali, crisi dell'assolutismo, rivoluzione mondiale capitalistica, e aurora del movimento operaio. Marx ed Engels emancipavano i socialisti dall'utopia, e lanciavano la sfida: un moto proletario organizzato, autonomo. Con teoria sua propria. E una visione razionale di obiettivi. Il tutto dislocato all'altezza degli orrori e dei fasti delle forze produttive moderne. Le forze liberate dal demiurgismo globale della borghesia. Dalla globalizzazione di allora. L'idea era quella di inserirsi nelle rivoluzioni nazionali borghesi. Per piegarle con spinta proletaria, alla rivoluzione socialista. Finì con la vittoria politica del demiurgo borghese, e non con quella dello Spartaco proletario. Eppure, anche attraverso il loro "Manifesto", Marx ed Engels seminarono i frutti di un grande moto di emancipazione. Che avrebbe a sua volta modificato l'avversario, democratizzandolo in parte. E civilizzandolo. Almeno sino all'esplosione degli imperialismi che travolsero il socialismo. Evocando, nel 1917 a Oriente, lo Spartaco proletario in sembianze di despota totalitario. Per inciso, a favore della genialità di Marx sta anche la premonizione - espressa sul "New York Daily Tribune" nel 1859 - di "un regime di terrore dei semi asiatici servi della gleba senza precedenti nella storia". Mica male, no? Ma qui veniamo pure all'altro aspetto. Quello che sarebbe fuorviante ignorare: i limiti e gli errori di Marx. Innegabili, fin dagli anni in cui con Engels scriveva "Il Manifesto", e senza dimenticare le altre opere chiave di quel giro di anni: dalla "Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico", ai "Manoscritti", alla "Questione ebraica", all'"Ideologia tedesca", alla "Miseria della Filosofia". L'errore capitale? Non tanto l'utopismo, come vuole Losurdo. Ma la ripulsa della democrazia, in nome di una critica demistificatrice che ne faceva la mascheratura del dominio di classe borghese. Certo, ha ragione Losurdo allorché richiama le ipocrisie proprietarie e il classismo crudele e razzista del primo pensiero liberale: Locke e Constant su tutti. E tuttavia Marx sbagliava quando buttava il bambino e l'acqua sporca. Spingendo sì per le conquiste democratiche. Ma insieme disprezzando lo stato di diritto come mistificazione: da sostituire con uno stato a dittatura proletaria. E invece la democrazia, come vide Tocqueville, celava un "nucleo propulsivo": l'universalizzazione dei diritti, in contrasto dinamico con le limitazioni censitarie. Di contro, la mancanza in Marx di una "teoria dello stato" - e l'avversione ad essa!- con garanzie della persona e divisione dei poteri, ritardò la maturazione dei movimenti operai in Europa. Lasciando in eredità una mentalità giacobina da "dittatura commissaria", che ebbe un'innegabile rapporto con le esperienze comuniste del'900. Ma qui subentra Engels a riscattare in parte Marx. Perché fu il suo "secondo violino" a capire più tardi che solo la democrazia poteva abilitare i socialisti in Germania. E a teorizzare per primo gradualismo e riforme. Rimaneva anche in lui la "doppiezza". Ma era un bel passo avanti. |