RASSEGNA STAMPA

13 OTTOBRE 1999
RITA CORSI
LO SBALLATO INCONTRA PLATONE
Il tossicomane è il modello di una teoria del desiderio, dove il godimento è inseparabile dalla pena più acuta. Le droghe pesanti passate al setaccio della filosofia in un saggio della Feltrinelli
C hiunque, magari fuorviato dal titolo (Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia, Feltrinelli, pp. 186, L. . 35.000), si aspetti di trovare nel libro di Giulia Sissa un esame dei comportamenti deviati e delle moderne perversioni rimarrà probabilmente deluso. Fin dall'incipit, infatti, il saggio di Sissa chiarisce il senso dell'indagine svolta: siamo tutti e tutte coinvolti. Non solo i (le) tossicodipendenti, ma tutti noi, uomini e donne anche non soliti all'uso di droghe, o almeno non di quelle cosiddette "pesanti": la dipendenza da stupefacenti si àncora, infatti, alle strutture profonde della soggettività, e si realizza come tentativo di fornire una risposta a radicali esigenze umane. E perciò l'indagine sulle ragioni della dipedenza da droghe "pesanti" è significativa per tutti e tutte, nella misura in cui sa mettere in luce l'esigenza esistenziale a cui il consumo di droghe cerca di rispondere, pure se in modi dolorosi e destinati al fallimento.
Il libro, dunque, soffermandosi sul circoscritto fenomeno della tossicodipendenza, ha un'ambizione più ampia, quella di illustrare le meccaniche del desiderio e del piacere, lì messe in luce, e di usarle per riattraversare la riflessione che la filosofia ha dedicato a questi temi. Un modo felice - e questo è uno dei numerosi meriti del libro - di togliere dall'astrattezza della teoria il pensiero filosofico, facendolo interagire con un'esperienza diffusa e in qualche forma a tutti presente.
Piacere e desiderio, dunque: non a caso la filosofia se ne occupa da sempre, praticamente fin dalla sua nascita, scorgendovi di volta in volta ora una debolezza umana, ora una grande "opportunità", ora addirittura la connotazione più propria della condizione dell'essere umano, il suo "motore vitale".
In ogni caso, chiunque - filosofo o meno - si sia trovato a riflettere sulle meccaniche del desiderio ha sempre dovuto riconoscerne la forza spesso incontenibile, la tendenza a imporsi sopra qualsiasi ragionamento e decisione. E, parallelamente, nella ricerca del piacere viene più volte indicata la causa ultima di decisioni altrimenti inspiegabili, prese, in un certo senso, "contro" la propria volontà. Insomma, in questo ambito si aprono per ognuno e ognuna - certo non solo per tossicodipendenti e filosofi - questioni centrali e destinate a riproporsi più volte nell'esistenza. Ed è di questo che Giulia Sissa vuole parlare, e lo fa appunto avvicinando a interpretazioni filosofiche "classiche" (il testo ripercorre, nelle loro linee essenziali, le teorie del desiderio di Platone, Aristotele, Epicuro, degli stoici ma anche quella freudiana e quella di Lacan - scritti autobiografici di testimonianza sull'uso delle droghe (de Quincey, Baudelaire, Burroughs, Cristiana F.).
L'accostamento è promettente proprio a causa del carattere di questo oggetto di consumo: la sua fascinazione non dipende, come invece accade per gli altri beni voluttuari, da strategie pubblicitarie che più o meno sottilmente inducono a desiderare, ma pare insita nell'oggetto stesso, una sua qualità essenziale, in grado di alimentare, dice Baudelaire, "la sete che nasce dal liquore".
La tossicomania, sostiene dunque l'autrice, realizza, fornendone il modello concreto, una teoria del desiderio, facendo del manque "un buco nero in cui il godimento diviene inseparabile dalla pena più acuta". Una teoria la cui origine è rintracciabile agli albori del pensiero filosofico occidentale e precisamente in Platone, che fu il primo a collegare piacere negativo e desiderio insaziabile.
Significative al riguardo le analogie evidenziabili al livello del linguaggio: la stessa serie di metafore ricorre nelle platoniche descrizioni dell'anima e nelle narrazioni dei junkies. L'anima è una giara sfondata, un vaso infranto che, come il corpo di un drogato, si svuota mentre si versa il liquido. Il tossico è, in gergo, défoncé, sfondato, o, come diremmo in italiano, sballato.
Il desiderio di essere riempiti, colmati fino all'orlo è destinato a rimare frustrato, inesaudito, perché il piacere è negativo (in quanto si dà come interruzione di un dolore), e negativo due volte: in quanto cessazione di una condizione fisica e contemporaneamente sedativo del "male di vivere", che così difficilmente ci abbandona. Precisamente di ciò parla il Burroughs de La scimmia: "Ho provato quella straziante privazione che è il desiderio della droga e la gioia del sollievo quando le cellule assetate di droga la bevono dall'ago. Forse ogni piacere è sollievo".
La temporalità - come oserva acutamente Sissa - è questione fondamentale nei raconti dei tossicomani, perché in tutta evidenza l'uso di droghe rappresenta anche un tentativo di rapportarsi al tempo (non a caso: secondo Simone Weil il tempo è addirittura la preoccupazione degli esseri umani più profonda e tragica). La droga, direbbe Burroughs, non è un'euforia, ma un modo di vivere: "L'intossicato misura il tempo con la droga". Il consumo impone i propri tempi: a una data quantità di sostanza si associa una certa quantità di tempo, a scansioni regolari anche se sempre più ravvicinate.
Fino a divenire, come si dice in Trainspotting di Irvie Welsh, un full time job, un lavoro a tempo pieno. Il tentativo di dominare attraverso questa misura il tempo, dunque, è destinato a rovesciarsi nella più evidente schiavitù, fino a che "i giorni scivolano via infilati a una siringa con un lungo filo di sangue" (Burroughs).Ma nell'esperienza tossica anche un altro tentativo è votato al fallimento: la ricerca d'indipendenza dal mondo esterno - felice, al riguardo, la definizione freudiana della droga come Sorgenbrecher, scacciapensieri - naufraga contro lo scoglio dell'assuefazione che riduce la vita a un'unica estenuante preoccupazione.
Il significativo paradosso messo in luce dalle narrazioni dei tossicomani è che alla droga si arriva sempre "per caso", più guidati da un vuoto di desiderio che da un desiderio positivo (ancora Burroughs: "la droga trionfa per difetto"). Non è insomma un appetito che spinge, ma il bisogno di crearsene uno (che poi sarà insaziabile) - il che dice molto su come si tengano stretti ricerca di senso e desiderio, sempre che si sia disposti a concedere a un tale ordine di esperienze il carattere di un tentativo, per quanto disastroso, di "salvarsi la vita".
Giulia Sissa è decisa a concerderlo e ciò le permette non solo di far risaltare la Weltanschauung delle narrazioni autobiografiche, ma anche di illuminare la genesi di teorie come quella freudiana del piacere o quella della moderna neurofarmacologia, che molto devono all'esperienza delle droghe, che nel caso di Freud fu anche esperimento personale. Sissa è persuasa, e lo argomenta convincentemente, che in Freud la coincidenza - anche temporale - tra consumo di cocaina ed elaborazione della teoria del piacere sia tutt'altro che casuale, ricordando il paradigma elettrico dell'attività psichica, la concezione anestetica del godimento, la funzione analgesica della rimozione, il principio del Nirvana: formule buone a rendere in teoria ciò che l'esperienza insegna al tossicomane. Ma sappiamo anche che Freud - tossicomane sui generis, spinto al consumo dalla passione per gli studi neurologici più che da un vuoto di desiderio - paragonerà a più riprese nevrosi e intossicazione, convinto che in entrambe sia all'opera un desiderio divenuto insaziabile. Non è questa la strada dell'appettito "normale", non nevrotico, che riesce a venire a patti col principio di realtà. La salvezza sta nella capacità di posticipare (ancora di rapporto col tempo dunque si tratta), rinviare la soddisfazione del desiderio fino a quando sarà possibile esaudirlo. E' questa la via che a Sissa sembra l'unica percorribile, "il solo modo onesto di trattare con il desiderio", perché non ogni desiderio funziona come una tossicomania, ossia non è sempre insaziabile. E per condurre questa trattativa è necessario "schierarsi dalla parte delle cose", ossia confidare nella loro capacità di soddisfarci offrendoci un godimento positivo, e non semplicemente fornendoci rimedi a una mancanza.
Un invito da condividere, ma da riproporre entro un quadro di problemi forse meno alleggerito di quello sul quale il saggio si chiude. "Schierarsi dalla parte delle cose" se deve implicare un mutamento nel nostro rapporto con esse (tutte, droghe incluse), deve anche presupporre la capacità di stare di fronte al vuoto, al manque, di astenersi dal "consumo" delle cose, di interrompere un rituale che le sacrifica in nome di un vuoto che esse, per essenza, non possono colmare.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo