RASSEGNA STAMPA

10 OTTOBRE 1999
ARMANDO MASSARENTI
La strada verso la libertà
Una mostra e in convegno a Milano illustrano in cinque "atti" le vicende del liberalismo
Dalla "Magna Charta" inglese al costituzionalismo americano, dalla Rivoluzione francese all'attuale rinascita dopo la lunga epoca dei totalitarismi
"Qual è meglio?" si chiede ironicamente l'autore della vignetta pubblicata qui a fianco: l'antica "libertà inglese", che affonda le sue radici nella Magna Charta Libertatum del 1215, o la nuova libertà dei giacobini francesi?
Siamo nel 1793.La Rivoluzione francese dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino dell'89 è già passata al Terrore. Ma le reazioni erano state immediate."Sofismi anarchici", "insensatezze al quadrato", "non plus ultra della metafisica": così Jeremy Bentham aveva subito apostrofato i "diritti naturali" su cui si fondava la Dichiarazione. E Bentham, com'è noto, non era un conservatore come invece Edmund Burke, "classico" antagonista della Rivoluzione -, ma un convinto riformatore: fondò l'utilitarismo e il partito dei philosophic radicals, ispirandosi, oltre che a David Hume e ad Adam Smith, alla lezione italiana di Verri e Beccaria. Tutti illuministi, tutti liberali, proprio come gli aspiratori della Rivoluzione francese.
Ma allora perché questa si è trasformata presto nel più temibile dei dispotismi? E perché lo stesso utilitarismo, che pure era animato dalle migliori intenzioni, nel giro di pochi decenni ha finito per dimenticare le proprie origini radical-libertarie per diventare lo stereotipo del conservatorismo e dello statalismo?
Per cercare di raccontare una storia del liberalismo come faranno la mostra "Il cammino della libertà", che verrà inaugurata il 15 ottobre al Castello Sfornisco di Milano, e il convegno "La libertà dei moderni: tra liberalismo e democrazia", che si terrà il 15, 16 e 17 ottobre presso l'Auditorium Assolombarda. organizzati dall'associazione Società Libera (per inf.
02-6552166) - bisogna saper rispondere a domande come questa. Perché, se è vero che il liberalismo, e la stessa libertà, ha molte facce, per riproporre oggi con forza questo ideale (come vuole fare per primo Franco Tatò, presidente dì Società libera) bisogna poter ricondurre a un quadro coerente e unitario questa gloriosa tradizione.
Si possono raccontare molte storie diverse del liberalismo. Quella tracciata dai curatori della mostra, Luigi Marco Bassani e Carlo Lottieri, ha il pregio di concentrarsi su un'idea di libertà tutta moderna, sulla quale ancora oggi, alla fine del secolo dei totalitarismi possiamo scommettere. E' quella che John Locke per primo descrisse coerentemente in una teoria politica basata sull'affermazione dei diritti individuali naturali e sull'ipotesi di una società basata sul consenso. Il giusnaturalismo è una delle chiavi implicite utilizzate dai curatori per distinguere chi è liberale da chi non lo è. Chi non crede che ci siano dei diritti individuali tra cui, primo fra tutti, il diritto di proprietà - da far valere al di là e contro qualunque autorità esterna non è liberale. Né lo è chi, come Hobbes, crede sì che esistano dei diritti nello stato di natura, ma che questi debbano essere alienati completamente al corpo politico per evitare l'anarchia; o chi, in qualunque modo, è convinto che la collettività, o lo Stato, la Nazione, la Chiesa, siano più importanti degli individui. "Il bene comune viene prima del bene privato ( ... ) Questo stato dello spirito, che subordina gli interessi dell'Io alla conservazione della comunità, è realmente la premessa di ogni cultura autenticamente umana". Queste parole sono di Adolf Hitler, che a nessuno verrebbe in mente dì annoverare tra i liberali. Ma i criteri adottati da Bassani e Lottieri permettono di escludere anche personaggi di più dubbia catalogazione, come Rousseau, di Hegel o di Mazzini. Se questo dispiacerà a qualcuno, vorrà solo dire che egli ha in mente una idea diversa di libertà: forse quella degli antichi, per rifarsi alla classica definizione dì Constant, per cui le potenzialità degli individui possono esprimersi solo nella polis o nel corpo sociale.
Ma è la libertà dei moderni, si diceva, quella di cui qui si raccontano le intricate vicende. La storia si svolge in cinque atti, con un "Prologo in cielo" sulle carte dei diritti: la Magna Charta, la Dichiarazione del 1789 e quella dell'ONU del 1948. Nel primo atto (Dal giusnaturalismo al liberalismo classico) si dà conto di come, parallelamente alla nascita dello Stato moderno, si sia sviluppata una concezione giuridica e filosofica che ha universalizzato e secolarizzato il tema dei diritti individuali e ha gettato le premesse per la nascita dello Stato di diritto.
Il secondo atto (La repubblica dei diritti naturali) racconta dello straordinario esperimento sociale americano e della sua grande lezione costituzionale. Limitazione e separazione dei poteri, federalismo e Bill of Rights sono gli ingredienti fondamentali, che fanno tesoro degli insegnamenti di Locke."La Costituzione appare anche come il migliore strumento per contrastare la tirannia della maggioranza: il sistema della rappresentanza federale nasce proprio per ostacolare le tendenze illiberali che sarebbero prodotte dal libero dispiegarsi della volontà delle maggioranze "semplici"".
L'Europa dai Lumi all'età romantica è lo scenario su cui si concentra il terzo atto, che culmina nella Rivoluzione francese e nel suo ambiguo lascito. Il Romanticismo, l'idea di Nazione, la volontà generale dì Rousseau, portano in sé i segni evidenti dell'antiliberalismo. "Quella che passa alla storia come l'età liberale ha in sé ì germi del totalitarismo e dell'intransigenza, perché è l'era del definitivo affermarsi degli Stati nazionali. Per cogliere le luci e le ombre di questo lungo "Atto" dobbiamo quindi scrollarci di dosso alcune diffuse illusioni. Fra le altre, quella che la storia rappresenti una lenta, ma inesorabile affermazione degli ideali di libertà, oppure che le compagini statuali sempre più potenti e pervasive siano anche elementi di crescita delle libertà".
Nell'età del trionfo dello Stato - vale a dire il nostro secolo, cui è dedicato il quarto atto - in effetti anche il liberalismo cambia pelle. Rinuncia a una rigorosa difesa dei diritti di proprietà e si ammoderna avvicinandosi al socialismo e smarrendo la propria identità specifica. Questo, è il secolo della violenza del leninismo, dello stalinismo, del fascismo e del nazismo da un lato, e dello sviluppo ipertrofico dello stato nelle democrazie rappresentative, compresa quella americana, dall'altro. "L'imporsi della filosofia utilitarista, connesso al declino della dottrina del diritto naturale, conduce a una riformulazione della proposta liberale che opera una frantumazione della tradizione ed innesca una dialettica tra i liberalismi, tuttora molto viva".
I protagonisti della rinascita liberale - cui è dedicato l'ultimo atto - sono però soprattutto quelli che riportano il liberalismo alla sua versione classica, rinnovandola in maniera da rispondere alle sfide delle filosofie politiche alternative e dominanti. La rinascita avviene - tra Vienna e Chicago - soprattutto sul terreno della teoria economica. Pensatori come Von Mises e Hayek, da un lato, e Friedman e Coase dall'altro ne sono i principali protagonisti. Ai quali vanno aggiunti James Buchanan, fondatore della scuola di Public Choice, Bruno Leoni con le sua analisi sulla certezza del diritto e la sua critica della codificazione, la scrittrice Ayn Rand, e il maggior esponente dell'anarcocapitalismo: Murray Newton Rothbard.
Le tesi estreme dell'anarcocapitalismo, e una particolare intransigenza contro lo Stato visto come il principale nemico della libertà individuale, aleggiano su tutta questa ricostruzione. Nessun individuo ha diritto di limitare la libertà di un altro individuo, né tantomeno può farlo lo Stato, che non solo è un male ma non è neppure necessario, sostiene ad esempio Rothbard. Che si creda o no nell'utopia anarchica di una società capitalistica senza Stato, il continuo riferimento ad essa - in positivo e soprattutto in negativo - giova enormemente a questa ricostruzione storica. Non dovremmo mai dimenticare che in fondo, come diceva Popper, un liberaldemocratico è un "anarchico ragionevole". E che l'esperimento mentale della società anarchica, tipico della tradizione giusnaturalistica, è utile a tutti, anche a coloro che intendono dimostrare la necessità di una - più o meno limitata - autorità politica.
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