NONOSTANTE IL MERCATO"LA COSTELLAZIONE POSTNAZIONALE". DA OGGI, IN LIBRERIA PER FELTRINELLI, L'ULTIMA RACCOLTA DI SAGGI DI JÜRGEN HABERMAS L'autogoverno democratico dei cittadini e gli assetti del mondo occidentale alle prese con le sfide della globalizzazione |
|
| Jürgen Habermas, "La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia", Feltrinelli,pp. 152, L. . 35.000 (traduzione e postfazione di Leonardo Ceppa) | Nel panorama della filosofia politica contemporanea,gamente dominato da orientamenti di
pensiero liberali, Jürgen Habermas si è da sempre collocato, senza equivoci, come un pensatore
della democrazia. La questione della democrazia, che già era al centro del suo fondamentale lavoro
degli anni Sessanta sui mutamenti strutturali della sfera pubblica, è stata da Habermas nuovamente
messa a tema nei suoi studi più recenti, da Fatti e norme fino a L'inclusione dell'altro. In
quest'ultimo libro pubblicato da Feltrinelli - La costellazione postnazionale. Mercato globale,
nazioni e democrazia, pp. 152, L. . 35.000 (traduzione e postfazione di Leonardo Ceppa) -, che
purtroppo esclude alcuni saggi collaterali ma interessanti che erano contenuti nell'edizione tedesca,
Habermas affronta ora la questione democratica da una angolazione nuova, che mette a fuoco un
problema specifico, e cioè le sfide per la democrazia che vengono dalla globalizzazione
dell'economia e dall'affermarsi delle politiche neoliberiste.
Rileggendo nel primo saggio la storia del Novecento, e confrontandosi criticamente con
l'interpretazione marxista di Hobsbawm, Habermas ripercorre rapidamente le coordinate degli
assetti democratici che si erano venuti affermando, in Europa, nei decenni che abbiamo alle nostre
spalle. Il processo di "addomesticamento democratico" del capitalismo, e lo sviluppo di una
democrazia partecipata attraverso partiti, sindacati e movimenti, aveva prodotto nel secondo
dopoguerra lo sviluppo di uno Stato sociale che non rispondeva solo a minime esigenze di
eguaglianza, ma costituiva con le sue garanzie una sorta di precondizione per l'esercizio stesso dei
diritti democratici. Nell'ultimo decennio, però, questo quadro è ormai mutato radicalmente: la caduta
del Muro di Berlino, la spinta fortissima impressa dalla globalizzazione economica e l'affermarsi, in
Europa, di un assetto di integrazione monetaria (e in parte anche politica) sovranazionale, hanno
trasformato radicalmente gli assetti del mondo occidentale, e quindi anche le possibilità di
autogoverno democratico dei cittadini nel quadro dello Stato nazione.
La democrazia che abbiamo conosciuto nel secondo dopoguerra, con le sue acquisizioni parziali ma
rilevanti, non è più pensabile in un mondo dove la competizione liberalizzata del mercato mondiale e
la libertà dei movimenti di capitale pongono limiti strettissimi alle politiche economiche dei singoli stati
nazionali.
Il passaggio di competenze decisorie a strutture sovranazionali e, in particolare, lo sviluppo
dell'Unione Europea, determinano un vuoto di legittimità rispetto alle procedure classiche della
decisione democratica. I sempre più ampi processi di interdipendenza mondiale, infatti, svuotano
progressivamente quello che era il presupposto concettuale di base della democrazia intesa come
autolegislazione, e cioè l'identità tra coloro che fanno le leggi e coloro che ne subiscono gli effetti.
Poiché "lo stato nazionale continua a decidere sulla base del territorio, nella società mondiale
interdipendente si accresce la discrepanza tra coloro cui tocca decidere (i decisori) e coloro su cui
ricadono gli effetti (gli interessati)".
Se il quadro è ampiamente noto, più interessante è il modo in cui Habermas si confronta con i diversi
atteggiamenti che si possono assumere di fronte a queste trasformazioni epocali. La linea che
rozzamente si può definire pro-globalizzazione sposa senza riserve l'idea dello "stato imprenditore
che rinuncia definitivamente al progetto di 'smercificare' la forza-lavoro e più in generale di dare
protezione statale alle risorse del mondo della vita". Non è certo questa una linea che a Habermas
piaccia: "quante irrecuperabili conquiste di civiltà - si chiede infatti - dovremo noi sacrificare a questa
distruzione creatrice?". Per quanto riguarda le diverse ipotesi che si confrontano nell'ambito della
sinistra, Habermas non condivide né quelle favorevoli alla chiusura e al neoprotezionismo (perché le
ritiene irrealistiche), né quelle che innestano senza problemi, sul vecchio ceppo laburista, la nuova
etica della competizione neoliberista. Habermas "non se la sente di aderire" all'impostazione di un
Blair che assume addirittura come valore la competizione di mercato e che "pretende di trasformare
tutti i cittadini in imprenditori del proprio 'capitale umano'".
Tra i pro e i contro la globalizzazione, perciò, anche Habermas va in cerca di una "terza via". Dal suo
punto di vista, questa deve definirsi non già incorporando i valori del liberismo ma, al contrario,
ripensando modi e forme di una democrazia con ambizioni sovranazionali, che si iscrive nell'orizzonte
finalistico di quella che Habermas chiama una "politica interna mondiale". Il primo banco di prova,
per tutto ciò, è l'Europa: un'Europa per la quale Habermas auspica una più forte integrazione
politica, l'elaborazione di una sorta di carta costituzionale, e, condizione di tutto ciò, lo sviluppo di una influente e integrata opinione pubblica europea.Solo in questo orizzonte allargato si può oggi
pensare a un ruolo della politica democratica capace almeno di condizionare il mercato, per esempio
attraverso la armonizzazione su scala europea delle politiche in materia di sicurezza sociale, di lavoro
o di fiscalità. Più in avanti, Habermas guarda verso una "democrazia cosmopolitica" che non crede
nell'utopia (pericolosa) di un superstato mondiale ma punta sul ruolo dei cittadini e delle
organizzazioni tematiche sovranazionali, e sull'obiettivo primario di imporre la limitazione degli
squilibri estremi e la generalizzazione di standard sociali di base.
Non priva di utili suggerimenti e di ottime intenzioni la prospettiva habermasiana rischia però forse di
trascurare una difficoltà di fondo: l'esigenza di partecipazione democratica a livello e con obiettivi
sovranazionali si pone proprio in una fase in cui, nelle politiche nazionali, gli spazi di democrazia
partecipata si sono progressivamente ridotti, e la politica ha assunto sempre più caratteri leaderistici,
mediatici e plebiscitari. La politica sovranazionale cui Habermas pensa sembra quindi dover attingere
a risorse di partecipazione democratica che, con ogni evidenza, sembrano farsi sempre più esigue. |