| La scienza insegnata agli stupidi | Il dottor Franco Prattico, letterato, decano - più per
costanza che per età - dei giornalisti scientifici italiani e
tuttavia di spirito mediterraneo (napoletano, per la
precisione), caustico all'occasione ma anche idealista e
sognatore, comunque irrefrenabilmente curioso di ciò che si
consuma negli studi e laboratori del mondo, appartiene a,
anzi rappresenta, una specie poco protetta, anzi a rischio,
necessaria in linea di principio ma poi solo se c'è tempo e
spazio: è la specie dei colti non specialisti che pensano che
nella cultura ci sia anche la scienza. E che il pubblico, la
pubblica opinione, abbia il diritto/dovere di capirci
qualcosa, di valutare e giudicare, di goderne (meglio) come
ne gode lui, intellettualmente e con romantica disposizione a
quel po' di stupore che nasce da tutto ciò che banale non è.
Prattico, è vero, ha scritto libri, e molti, ben sapendo che i
giornali e le riviste hanno limiti formidabili, che sono quelli
dello scoop, dello sbalordimento subitaneo, dello
spargimento di paure bio-eco-nucleari nonché cosmiche,
dell'ardimento delle imprese spaziali o sottomarine o
speleologiche, ma la mia congettura è, da anni, che i giornali
siano la sua arena, il suo palcoscenico prediletto: tant'è che
è per i giornali che ha contribuito a "far vivaio" con la scuola
di Trieste, immersa nella più prestigiosa sede di dottorato
universitario che il nostro paese abbia istituito.
Non molto tempo fa, ho ascoltato per caso una
trasmissione televisiva in cui due illustri e un conduttore, con
un gruppetto di studenti, discutevano di analfabetismo. Con
mia sorpresa, gli illustri convenivano sul fatto che la
televisione avesse annientato l'analfabetismo: dicevano che
la gente ormai fa, grazie alle ore e ore passate davanti allo
schermo, pratica delle parole, incamerando informazioni un
tempo accessibili solo al "lettore"; e dicevano anche altre
cose che mi procuravano fitte dolorose un po' per la
banalità e un po' per la gratuità. La Tv, dunque, traghetta i
diseredati ex analfabeti fuori del loro habitat tradizionale e li
immette in un nuovo habitat, che però nessuno
s'azzarderebbe (spero!) a chiamare "delle persone colte".
Al cercatore di funghi, al cacciatore nei boschi autunnali, al
raccoglitore di cicorietta, si affianca il conoscitore dello
zapping, colui che cerca la puntata della telenovela, il
concorso a premi, il litigio familiare teletrasmesso ma,
soprattutto, colui che s'affretta a cambiare canale non
appena un programma offra esercizi per la mente.
La massaia analfabeta, il pensionato che non ha mai studiato
sono forse riscattati dalla loro assiduità televisiva? A me
sembra di no; e però non credo sia utile a nessuno privarli
di quello che vuole essere uno svago e niente più. Il
problema è: ma la televisione è fatalmente condannata a
questa "incontenibile leggerezza"? Ebbene, sì: non c'è
scampo. La televisione può solo mostrare ciò che di solito
non si vede, o illustrare animatamente ciò che già si sa per
altra via (sempreché non decada nella rituale richiesta,
all'inventore, di ciò che ha provato mentre inventava): ma
con la comprensione e l' apprendimento di idee e
concezioni nuove non ha niente a che fare: anzi, è del tutto
impotente, pur rischiando continuamente di illudere lo
spettatore. Non è un caso che lo spettacolo televisivo non
ha cambiato di una virgola non dico l'apprendimento della
matematica e delle scienze dure, ma nemmeno la
indispensabile curiosità per queste forme del pensiero
contemporaneo. Una volta tanto, si assiste a un bel
paradosso: la madre delle tecnologie non ha molte simpatie
per le sue frivole figlie mediatiche! Il che non vuol dire che
non le "usi", ma per compiti di servizio.
L'amico Prattico queste cose le sa, tant'è che in Tv, quando
ci va, è un ospite; ma la sua passione è la carta stampata, a
buon titolo per quanto sopra. La carta stampata di largo
consumo ha le sue trappole, naturalmente; e il giornalista
scientifico fa un'ininterrotta gimkana tra le notizie: perché di
notizie si tratta, per lo più, notizie scivolose e senza appigli
nella cultura dominante, dico anche quella dei colti che, in
grandissima maggioranza, pensano che la scienza non
possieda "idee" ma solo "tecniche". Sarebbe come se noi
scienziati pensassimo che la letteratura serva per scrivere
manuali di istruzioni per l'uso delle passioni o giù di lì.
Sapendo che invece proprio di idee si tratta, Franco
Prattico con quelle si è cimentato, concedendosi il lusso -
perché tale è - di renderle in una lingua più romanticamente
ricca di quella della letteratura originale. Su questo punto, le
opinioni non si concilieranno mai del tutto: il gusto letterario
ha o non ha il potere di alterare il senso delle cose? I
contenuti? Prendiamo il caso della metafora: la parola
"calzante" che la qualifica come buona, non è una parola
scientifica; del resto, "rendere l'idea" non è sinonimo di far
"capire", come conoscere una persona per sentito dire non
è esserne amici. Ecco, il giornalista scientifico combatte
continuamente con le metafore, ben sapendo che ogni
scienziato diffida profondamente di questo espediente
retorico spesso gravido di suggestioni fuorvianti. Bé, non
proprio "ogni scienziato": alcuni indulgono, più o meno
maldestramente, sapendo che c'è chi abboccherà, proprio
fuori dell'ambiente, specie ai settori disciplinari di fresca
invenzione designati con ambigui e ammiccanti titoli (ma
spesso questo può voler dire finanziamenti, o almeno inviti e
viaggi e pranzi): che fortuna popolare ebbe sui quotidiani la
"teoria delle catastrofi"! e la "fusione fredda"!
Naturalmente, il banco di prova del giornalismo scientifico
sono le panzane. Qui, è difficile non ricorrere a Come fui
redattore di un giornale agrario di Mark Twain: la
conclusione del racconto è magistrale, come la spiegazione
mediante un esperimento ideale; le panzane, più sono
smaccate, più fanno vendere il giornale. A 120 anni di
distanza, questo sembra ancora intatto, vero come allora. Si
potrebbe pensare, con spirito imprenditoriale spregiudicato,
di fare un quotidiano di sole panzane; ma non c'è chi non
veda che la panzana deve essere camuffata da notizia
autentica, altrimenti non si vende. Ebbene, nel settore delle
notizie scientifiche ci sono purtroppo veri e propri maestri
del maquillage, una spina nel fianco del nostro lodato
Prattico e pochi altri, costretti a battersi sul fronte interno
oltre che su quello degli esigenti "addetti ai lavori".
Comunque, la fisica o la matematica sono tremendamente
difficili. Per dare un'idea, Robert Buderi ha scritto: "Prima
della fine della guerra, il famoso fisico Wolfgang Pauli fece
un seminario sulla meccanica quantistica. Due settimane
dopo, convincemmo Julian Schwinger a spiegarci ciò che
Pauli aveva detto. Finalmente, dopo un'altra settimana, Ed
Purcell ci spiegò ciò che aveva detto Schwinger" (The
invention that changed the world, New York, 1996). Pauli,
Schwinger e Purcell sono grandi fisici contemporanei. Non
vorrei perciò essere un lettarato curioso come Franco
Prattico; preferisco essere un modesto fisico: è più facile, lo
dico senza ironia: arrivo al dunque in soli due o tre passaggi
di brillanti colleghi. Ma Prattico è in qualche modo un
"greco", in un senso tutto particolare, mediterraneo, che
ancora si stenta a riconoscere. E voglio finire, qui, cercando
di spiegarlo.
Un mio collega americano, Alan Cromer, ha scritto un libro
che amo molto: in inglese, si chiamava Uncommon sense,
gran bel titolo, che in italiano è diventato (ahimè) L'eresia
della scienza. Pazienza. È uscito nel 1996 dall'editore
Cortina. Cromer rifà una storia della nascita delle culture:
non è originalissima, ma è ben argomentata. Dice (riassumo)
che il pensiero "oggettivo" si è sviluppato presso i greci
perché certe particolarissime condizioni lo permettevano.
"Nell'assemblea, gli uomini impararono per la prima volta a
persuadersi reciprocamente attraverso argomentazioni
razionali. L'economia basata sul commercio marittimo
impedì l'isolamento e la chiusura mentale [... |