RASSEGNA STAMPA

5 OTTOBRE 1999
CARLO BERNARDINI
La scienza insegnata agli stupidi
Il dottor Franco Prattico, letterato, decano - più per costanza che per età - dei giornalisti scientifici italiani e tuttavia di spirito mediterraneo (napoletano, per la precisione), caustico all'occasione ma anche idealista e sognatore, comunque irrefrenabilmente curioso di ciò che si consuma negli studi e laboratori del mondo, appartiene a, anzi rappresenta, una specie poco protetta, anzi a rischio, necessaria in linea di principio ma poi solo se c'è tempo e spazio: è la specie dei colti non specialisti che pensano che nella cultura ci sia anche la scienza. E che il pubblico, la pubblica opinione, abbia il diritto/dovere di capirci qualcosa, di valutare e giudicare, di goderne (meglio) come ne gode lui, intellettualmente e con romantica disposizione a quel po' di stupore che nasce da tutto ciò che banale non è.
Prattico, è vero, ha scritto libri, e molti, ben sapendo che i giornali e le riviste hanno limiti formidabili, che sono quelli dello scoop, dello sbalordimento subitaneo, dello spargimento di paure bio-eco-nucleari nonché cosmiche, dell'ardimento delle imprese spaziali o sottomarine o speleologiche, ma la mia congettura è, da anni, che i giornali siano la sua arena, il suo palcoscenico prediletto: tant'è che è per i giornali che ha contribuito a "far vivaio" con la scuola di Trieste, immersa nella più prestigiosa sede di dottorato universitario che il nostro paese abbia istituito.
Non molto tempo fa, ho ascoltato per caso una trasmissione televisiva in cui due illustri e un conduttore, con un gruppetto di studenti, discutevano di analfabetismo. Con mia sorpresa, gli illustri convenivano sul fatto che la televisione avesse annientato l'analfabetismo: dicevano che la gente ormai fa, grazie alle ore e ore passate davanti allo schermo, pratica delle parole, incamerando informazioni un tempo accessibili solo al "lettore"; e dicevano anche altre cose che mi procuravano fitte dolorose un po' per la banalità e un po' per la gratuità. La Tv, dunque, traghetta i diseredati ex analfabeti fuori del loro habitat tradizionale e li immette in un nuovo habitat, che però nessuno s'azzarderebbe (spero!) a chiamare "delle persone colte".
Al cercatore di funghi, al cacciatore nei boschi autunnali, al raccoglitore di cicorietta, si affianca il conoscitore dello zapping, colui che cerca la puntata della telenovela, il concorso a premi, il litigio familiare teletrasmesso ma, soprattutto, colui che s'affretta a cambiare canale non appena un programma offra esercizi per la mente.
La massaia analfabeta, il pensionato che non ha mai studiato sono forse riscattati dalla loro assiduità televisiva? A me sembra di no; e però non credo sia utile a nessuno privarli di quello che vuole essere uno svago e niente più. Il problema è: ma la televisione è fatalmente condannata a questa "incontenibile leggerezza"? Ebbene, sì: non c'è scampo. La televisione può solo mostrare ciò che di solito non si vede, o illustrare animatamente ciò che già si sa per altra via (sempreché non decada nella rituale richiesta, all'inventore, di ciò che ha provato mentre inventava): ma con la comprensione e l' apprendimento di idee e concezioni nuove non ha niente a che fare: anzi, è del tutto impotente, pur rischiando continuamente di illudere lo spettatore. Non è un caso che lo spettacolo televisivo non ha cambiato di una virgola non dico l'apprendimento della matematica e delle scienze dure, ma nemmeno la indispensabile curiosità per queste forme del pensiero contemporaneo. Una volta tanto, si assiste a un bel paradosso: la madre delle tecnologie non ha molte simpatie per le sue frivole figlie mediatiche! Il che non vuol dire che non le "usi", ma per compiti di servizio.
L'amico Prattico queste cose le sa, tant'è che in Tv, quando ci va, è un ospite; ma la sua passione è la carta stampata, a buon titolo per quanto sopra. La carta stampata di largo consumo ha le sue trappole, naturalmente; e il giornalista scientifico fa un'ininterrotta gimkana tra le notizie: perché di notizie si tratta, per lo più, notizie scivolose e senza appigli nella cultura dominante, dico anche quella dei colti che, in grandissima maggioranza, pensano che la scienza non possieda "idee" ma solo "tecniche". Sarebbe come se noi scienziati pensassimo che la letteratura serva per scrivere manuali di istruzioni per l'uso delle passioni o giù di lì.
Sapendo che invece proprio di idee si tratta, Franco Prattico con quelle si è cimentato, concedendosi il lusso - perché tale è - di renderle in una lingua più romanticamente ricca di quella della letteratura originale. Su questo punto, le opinioni non si concilieranno mai del tutto: il gusto letterario ha o non ha il potere di alterare il senso delle cose? I contenuti? Prendiamo il caso della metafora: la parola "calzante" che la qualifica come buona, non è una parola scientifica; del resto, "rendere l'idea" non è sinonimo di far "capire", come conoscere una persona per sentito dire non è esserne amici. Ecco, il giornalista scientifico combatte continuamente con le metafore, ben sapendo che ogni scienziato diffida profondamente di questo espediente retorico spesso gravido di suggestioni fuorvianti. Bé, non proprio "ogni scienziato": alcuni indulgono, più o meno maldestramente, sapendo che c'è chi abboccherà, proprio fuori dell'ambiente, specie ai settori disciplinari di fresca invenzione designati con ambigui e ammiccanti titoli (ma spesso questo può voler dire finanziamenti, o almeno inviti e viaggi e pranzi): che fortuna popolare ebbe sui quotidiani la "teoria delle catastrofi"! e la "fusione fredda"! Naturalmente, il banco di prova del giornalismo scientifico sono le panzane. Qui, è difficile non ricorrere a Come fui redattore di un giornale agrario di Mark Twain: la conclusione del racconto è magistrale, come la spiegazione mediante un esperimento ideale; le panzane, più sono smaccate, più fanno vendere il giornale. A 120 anni di distanza, questo sembra ancora intatto, vero come allora. Si potrebbe pensare, con spirito imprenditoriale spregiudicato, di fare un quotidiano di sole panzane; ma non c'è chi non veda che la panzana deve essere camuffata da notizia autentica, altrimenti non si vende. Ebbene, nel settore delle notizie scientifiche ci sono purtroppo veri e propri maestri del maquillage, una spina nel fianco del nostro lodato Prattico e pochi altri, costretti a battersi sul fronte interno oltre che su quello degli esigenti "addetti ai lavori".
Comunque, la fisica o la matematica sono tremendamente difficili. Per dare un'idea, Robert Buderi ha scritto: "Prima della fine della guerra, il famoso fisico Wolfgang Pauli fece un seminario sulla meccanica quantistica. Due settimane dopo, convincemmo Julian Schwinger a spiegarci ciò che Pauli aveva detto. Finalmente, dopo un'altra settimana, Ed Purcell ci spiegò ciò che aveva detto Schwinger" (The invention that changed the world, New York, 1996). Pauli, Schwinger e Purcell sono grandi fisici contemporanei. Non vorrei perciò essere un lettarato curioso come Franco Prattico; preferisco essere un modesto fisico: è più facile, lo dico senza ironia: arrivo al dunque in soli due o tre passaggi di brillanti colleghi. Ma Prattico è in qualche modo un "greco", in un senso tutto particolare, mediterraneo, che ancora si stenta a riconoscere. E voglio finire, qui, cercando di spiegarlo.
Un mio collega americano, Alan Cromer, ha scritto un libro che amo molto: in inglese, si chiamava Uncommon sense, gran bel titolo, che in italiano è diventato (ahimè) L'eresia della scienza. Pazienza. È uscito nel 1996 dall'editore Cortina. Cromer rifà una storia della nascita delle culture: non è originalissima, ma è ben argomentata. Dice (riassumo) che il pensiero "oggettivo" si è sviluppato presso i greci perché certe particolarissime condizioni lo permettevano.
"Nell'assemblea, gli uomini impararono per la prima volta a persuadersi reciprocamente attraverso argomentazioni razionali. L'economia basata sul commercio marittimo impedì l'isolamento e la chiusura mentale [...
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