Fa piacere, tra i tanti convegni che accompagnano più o meno utilmente
la vita accademica, ricordarne uno ben riuscito per concezione teorica
ed esecuzione materiale. Si tratta del convegno internazionale di studi
su «Etica individuale e giustizia» che, partendo da un programma di
ricerca del ministero dell’Università su «Pensiero filosofico e le domande
del tempo», è stato organizzato con lodevole acribia dal dipartimento di
Filosofia e teoria delle scienze umane dell’Università di Cagliari, diretto
da Maria Teresa Marcialis, a Is Molas dal 23 al 26 settembre.
L’idea, sottostante i lavori, si deve all’immaginazione teoretica di Vanna Gessa-Kurotscha, che nel dipartimento cagliaritano insegna Filosofia
morale, avendo a lungo frequentato l’Università tedesca. Si tratta, al
fondo, di un’idea che si muove su due piani, uno più squisitamente
concettuale e uno invece più esplicitamente metodologico. Sul piano
concettuale, il problema concerne il rapporto controverso tra etica
individuale e quella che io chiamo etica pubblica, e altri preferiscono
chiamare invece etica universale, o semplicemente morale. L’etica
individuale riguarda il bene come visto dagli invididui, in una maniera che
si può certo far risalire ad Aristotele, ma che è stata autorevolmente
ripresa dal pensiero degli ultimi anni, per esempio da Hans Kraemer,
professore a Tubinga e ospite di riguardo a questo incontro. È
conciliabile la tradizione che si basa sul bene individuale con quella
dell’etica universale, come quest’ultima viene concepita sulla scorta di
Kant, Bentham, Habermas e Rawls?
Lo stesso Kraemer, nel suo libro Integrative ethik ha sostenuto la tesi
della incompatibilità, tesi che ha puntualmente ribadito al convegno
cagliaritano dove lo studioso tedesco ha presentato elementi per una
topica generale del bene individuale. Più possibilista, in proposito, è
invece la tesi di Vanna Gessa, e proprio sui modi e le forme di questa
possibile riconciliazione tra etica individuale ed etica universale, si è
molto discusso nei giorni del convegno cagliaritano.
A questo punto, occorre riflettere sulla seconda parte del progetto in
questione, quella che abbiamo non casualmente chiamato
metodologica. Perché piuttosto che discutere il tema etica
individuale-universale all’interno di un solo paradigma teorico, è stata
preferita la via del conflitto intellettuale tra diversi paradigmi, e questo
aspetto è stato, a mio avviso, quello che ha generato il peculiare
successo di questa intrapresa. Si sono succeduti così, l’uno dopo l’altra,
sostenitori del paradigma aristotelico, riflessivo, kantiano e rawlsiano,
utilitarista, vichiano, hegeliano-heideggeriano, tutti decisi a fornire la
propria versione dell’incontro-scontro tra individuale e universale
nell’etica.
Per gli aristotelici, in particolare, la scelte del bene individuale non deve
essere concepita polemicamente verso quella tradizionale di un’etica
della vita buona, ma anzi come un modo per leggere Aristotele in
maniera indipendente da certe proposte contemporanee, che rischiano di
forzarlo in chiave comunitarista (così Berti e Cottingham) per i fautori del
paradigma riflessivo, tra cui Alessandro Ferrara, la questione parte dal
tentativo di riconciliare un’etica basata sull’estetica con le esigenze
dell’universalismo. Tra gli utilitaristi, Eugenio Lecaldano ha mostrato la
compatibilità di fondo di utilitarismo ed etica della virtù, mentre da parte
pragmatista David Rasmussen ha presentato una teoria politica
eticamente fondata su un’originale versione di ragione pubblica. Molto
interessante, poi, il tentativo di prendere sul serio la tradizione vichiana
per farla dialogare più da vicino con le teorie contemporanee (Botturi,
Cacciatore). Ovviamente stimolante, la stessa intenzione rivolta ad Hegel
(Rossella Bonito-Oliva e Lucio Cortella), pur nelle ovvie difficoltà del
caso.
Numerose sono state le altre proposte che qui non possiamo ricordare
venute da studiosi italiani e stranieri, a conferma della bontà
dell’iniziativa, rafforzata dal rigore e dalla durata interminabile delle
sessioni di lavoro, che non hanno consentito ai pur desiderosi
congressisti l’opportunità di visitare gli splendidi luoghi della provincia di
Cagliari dove si svolgevano i lavori. |