RASSEGNA STAMPA

3 OTTOBRE 1999
CARLO CARENA
Una birra, sette camicie e un Baruch
Colerus-Lucas, "Vies de Spinoza", Éditions Allia, Paris 1999, pagg. 134, franchi francesi 40 - "Critique. Vies de Philosophes", n. 627-628, agosto-settembre 1999, pagg. 144, franchi francesi 78.
In queste pagine, due settimane fa, Alessandra Iadicicco presentando il saggio di Karl Löwith sul pensiero di Spinoza: Spinoza. Deus sive natura, ricordava come sempre si fa per l'esemplarità della circostanza il fatto che il grande filosofo olandese visse "con i magri proventi che ricavava dalla molatura delle lenti ottiche". Quel tocco di pennello, che imprime e sublima il ritratto, e che digustava Nietzsche, si trova nella biografia che poco dopo la morte di Spinoza stesso, avvenuta a quarantaquattro anni il 21 febbraio del 1677, compose il pastore luterano dell'Aja, Jean Colerus raccogliendo testimonianze e documenti e componendo una figura di mite e solitario pensatore, oggi messa in discussione da qualcuno: si veda da un lato La vita del Colerus pubblicata in leggiadro volumetto dall'editore Allia di Parigi insieme all'altra più breve e meno interessante del medico Lucas anch'esso dell'Aja; e dall'altro Spinoza. A Life di Steven Nadler, Cambridge University Press, presentata da David Rabouin nell'ultimo numero di "Critique" dedicato monograficamente alle Vies des philosophes: partendo dal maestro di tutti, Diogene Laerzio, a cui dobbiamo quasi per intero ciò che sappiamo dei filosofi antichi, passando per Sant'Agostino, maestro degli autobiografi e paradigma degli itinerari non solo dei pensatori ma semplicemente degli uomini; e finendo fra lo stesso Nietzsche a Torino e Wittgenstein ispiratore dell'antisemitismo di Hitler.
Il pastore Jean Colerus si diffonde lungamente sulle origini semitiche della famiglia di Spinoza trapiantata dal Portogallo in Olanda e sulle persecuzioni che egli stesso dovette subire per le sue idee da parte dei rabbini. Non se ne adontò, non ne gemette, come se fossero una parte destinata della sua vita e del suo carattere. La scomunica gli impediva di avvicinarsi a chicchessia più di otto o dieci passi, e agli altri di portargli più che acqua e cibo. Ma egli trovò sempre chi lo ospitasse e lo lasciasse tranquillo a meditare. Per campare libero e tranquillo, rifiutò pensioni e lasciti e imparò, dice appunto il Colerus, "a costruire delle lenti da cannocchiale e per altri usi, riuscendovi così perfettamente che ci si rivolgeva a lui da ogni parte per acquistarne. Lucas precisa che erano lenti sia per telescopi sia per microscopi, né, aggiunge il Colerus, "in vita sua fece altro se non studiare, e lavorare alle sue lenti; quando erano ben molate, gli amici le mandavano a prendere, le vendevano e gli facevano avere il ricavato".Non mise mai da parte una lira tranne il necessario per essere sepolto, non lasciò eredità ma nemmeno debiti: morto, non gli trovarono che quattro lenzuola, sette camicie, cinque fazzoletti, due orecchini, un letto e poco altro. D'altronde era solo e indebolito sin da giovane dalla tisi. Indipendente e sobrio all'eccesso, campava nella sua stanza con una zuppa di latte condita di burro (costo tre soldi) e un boccale di birra da un soldo e mezzo. Altrettanto per gli abiti; riceveva in una vestaglia sgualcita anche personaggi ragguardevoli che avrebbero voluto aiutarlo, affermando che "è contro il buon senso avvolgere in un involucro prezioso delle cose da nulla, o quasi, come il nostro corpo". Tutt'al più fumava qualche volta una pipa di tabacco e per distrarsi quando era stanco di pensare cercava dei ragni e li faceva combattere insieme, oppure qualche mosca che metteva nella ragnatela "e guardava poi questa battaglia con tanto piacere che a volte scoppiava a ridere".
Forse questo particolare sarebbe piaciuto di più a Nietzsche, per il quale Spinoza riusciva un enigma inquietante, un "desensualizzatore", con quel suo amor intellectualis Dei "che è solo un battito di mani senza una goccia di sangue". Anche il moderno biografo a cui abbiamo accennato, Steven Nadler, e il suo analizzatore nel saggio su "Critique", David Rabouin, avanzano dubbi sullo stereotipo tradizionale, fondandosi non più sui biografi antichi ma sulla corrispondenza, sui molti e alti rapporti, sulle complesse condizioni politiche dell'Olanda nel XVII secolo e sul pensiero stesso del filosofo: il Rabouin ricordava fra l'altro questo bellissimo passo dell'Etica (libro quarto): "Lasciamo dunque i satirici beffarsi a loro piacimento delle cose umane, i teologi maledirle, i melanconici lodare a più non posso la vita selvaggia e rustica, disistimare gli uomini e ammirare le bestie. Ciò non impedirà agli uomini di vedere per esperienza che l'aiuto reciproco permette loro di procurarsi molto più facilmente ciò di cui hanno bisogno, e che solo unendo le loro forze possono evitare i pericoli che li minacciano dappertutto". Saremmo ben lontani, per i modi e le condizioni in cui si svolse, da una "vita esemplare", dall'esistenza "atopica" del filosofo classico.
inizio pagina
vedi anche
Storia della filosofia