| Una birra, sette camicie e un Baruch |
| Colerus-Lucas, "Vies de Spinoza", Éditions Allia, Paris 1999, pagg.
134, franchi francesi 40 - "Critique. Vies de Philosophes", n. 627-628,
agosto-settembre 1999, pagg. 144, franchi francesi 78. | In queste pagine, due settimane fa, Alessandra Iadicicco presentando il
saggio di Karl Löwith sul pensiero di Spinoza: Spinoza. Deus sive
natura, ricordava come sempre si fa per l'esemplarità della circostanza il
fatto che il grande filosofo olandese visse "con i magri proventi che
ricavava dalla molatura delle lenti ottiche". Quel tocco di pennello, che
imprime e sublima il ritratto, e che digustava Nietzsche, si trova nella
biografia che poco dopo la morte di Spinoza stesso, avvenuta a
quarantaquattro anni il 21 febbraio del 1677, compose il pastore luterano
dell'Aja, Jean Colerus raccogliendo testimonianze e documenti e
componendo una figura di mite e solitario pensatore, oggi messa in
discussione da qualcuno: si veda da un lato La vita del Colerus
pubblicata in leggiadro volumetto dall'editore Allia di Parigi insieme
all'altra più breve e meno interessante del medico Lucas anch'esso
dell'Aja; e dall'altro Spinoza. A Life di Steven Nadler, Cambridge
University Press, presentata da David Rabouin nell'ultimo numero di
"Critique" dedicato monograficamente alle Vies des philosophes:
partendo dal maestro di tutti, Diogene Laerzio, a cui dobbiamo quasi per
intero ciò che sappiamo dei filosofi antichi, passando per Sant'Agostino,
maestro degli autobiografi e paradigma degli itinerari non solo dei
pensatori ma semplicemente degli uomini; e finendo fra lo stesso
Nietzsche a Torino e Wittgenstein ispiratore dell'antisemitismo di
Hitler.
Il pastore Jean Colerus si diffonde lungamente sulle origini semitiche
della famiglia di Spinoza trapiantata dal Portogallo in Olanda e sulle
persecuzioni che egli stesso dovette subire per le sue idee da parte dei
rabbini. Non se ne adontò, non ne gemette, come se fossero una parte
destinata della sua vita e del suo carattere. La scomunica gli impediva di
avvicinarsi a chicchessia più di otto o dieci passi, e agli altri di portargli
più che acqua e cibo. Ma egli trovò sempre chi lo ospitasse e lo
lasciasse tranquillo a meditare. Per campare libero e tranquillo, rifiutò
pensioni e lasciti e imparò, dice appunto il Colerus, "a costruire delle
lenti da cannocchiale e per altri usi, riuscendovi così perfettamente che
ci si rivolgeva a lui da ogni parte per acquistarne. Lucas precisa che
erano lenti sia per telescopi sia per microscopi, né, aggiunge il Colerus,
"in vita sua fece altro se non studiare, e lavorare alle sue lenti; quando
erano ben molate, gli amici le mandavano a prendere, le vendevano e gli
facevano avere il ricavato".Non mise mai da parte una lira tranne il
necessario per essere sepolto, non lasciò eredità ma nemmeno debiti:
morto, non gli trovarono che quattro lenzuola, sette camicie, cinque
fazzoletti, due orecchini, un letto e poco altro. D'altronde era solo e
indebolito sin da giovane dalla tisi. Indipendente e sobrio all'eccesso,
campava nella sua stanza con una zuppa di latte condita di burro (costo
tre soldi) e un boccale di birra da un soldo e mezzo. Altrettanto per gli
abiti; riceveva in una vestaglia sgualcita anche personaggi ragguardevoli
che avrebbero voluto aiutarlo, affermando che "è contro il buon senso
avvolgere in un involucro prezioso delle cose da nulla, o quasi, come il
nostro corpo". Tutt'al più fumava qualche volta una pipa di tabacco e per
distrarsi quando era stanco di pensare cercava dei ragni e li faceva
combattere insieme, oppure qualche mosca che metteva nella ragnatela
"e guardava poi questa battaglia con tanto piacere che a volte scoppiava
a ridere".
Forse questo particolare sarebbe piaciuto di più a Nietzsche, per il quale
Spinoza riusciva un enigma inquietante, un "desensualizzatore", con
quel suo amor intellectualis Dei "che è solo un battito di mani senza una
goccia di sangue". Anche il moderno biografo a cui abbiamo accennato,
Steven Nadler, e il suo analizzatore nel saggio su "Critique", David
Rabouin, avanzano dubbi sullo stereotipo tradizionale, fondandosi non
più sui biografi antichi ma sulla corrispondenza, sui molti e alti rapporti,
sulle complesse condizioni politiche dell'Olanda nel XVII secolo e sul
pensiero stesso del filosofo: il Rabouin ricordava fra l'altro questo
bellissimo passo dell'Etica (libro quarto): "Lasciamo dunque i satirici
beffarsi a loro piacimento delle cose umane, i teologi maledirle, i
melanconici lodare a più non posso la vita selvaggia e rustica,
disistimare gli uomini e ammirare le bestie. Ciò non impedirà agli uomini
di vedere per esperienza che l'aiuto reciproco permette loro di procurarsi
molto più facilmente ciò di cui hanno bisogno, e che solo unendo le loro
forze possono evitare i pericoli che li minacciano dappertutto". Saremmo
ben lontani, per i modi e le condizioni in cui si svolse, da una "vita
esemplare", dall'esistenza "atopica" del filosofo classico. |