RASSEGNA STAMPA

27 SETTEMBRE 1999
ELIO MATASSI
Rensi e la parola dell'"altro" Kierkeegard
Marco Fortunato, "Il mondo giudicato. L'immediato e la distanza nel pensiero di Rensi e di Kierkeegard", Mimesis, pag. 110, lire 22.000
Un posto d'onore fra i grandi dimenticati del Novecento filosofico italiano spetta indiscutibilmente a Giuseppe Rensi. Pensatore assai originale, autore di opere dai titoli singolari e provocatori, scrittore estremamente dotato sul piano stilistico, Rensi può essere definito una figura tragica. Lo è per la profondissima sensibilità con cui coglie e denuncia i fattori di dolorosità e di assurdo del reale. Ma lo è anche per le vicende occorsegli in vita e persino "posi mortem": allontanato dall'insegnamento universitario durante il fascismo per essere stato uno dei pochissimi docenti a rifiutarsi di giurare fedeltà al partito ed emarginato nel mondo culturale per la sua opposizione all'imperante idealismo di Croce e Gentile, è ancor oggi trascurato in primo luogo in Italia.
Riporta ora opportunamente l'attenzione su Rensi, associandolo in un insolito dittico a Kierkegaard, un fine saggio filosofico di Marco Fortunato, "Il mondo giudicato. L'immediato e la distanza nel pensiero di Rensi e di Kierkegaard". La questione su cui Fortunato misura i due autori è quella dell'accettabilità del reale. Egli chiede loro se si debba restare nel mondo e svolgervi un ruolo o piuttosto prenderne le distanze in modi più o meno radicali. Rensi appare come il grande accusatore della realtà, cui rivolge tre infamanti imputazioni.
In primo luogo le rimprovera di essere il luogo della confusione in cui molteplici posizioni e asserti tenaci si fronteggiano senza che sia possibile stabilire quale coincida con la verità, anzi addirittura se vi sia uno tra essi che la incarni; quello che per ì sacerdoti del postmoderno è uno dei massimi motivi di compiacimento, cioè che viga la discussione generalizzata in cui ciascuno dice-racconta la sua, è per Rensi la disgrazia.
Rensi lamenta poi che gli accadimenti della realtà non si svolgano seguendo un piano necessario e razionale ma siano in balia dei capricci del caso e quindi assolutamente non seri. Infine, e soprattutto, contesta al mondo di essere l'arena in cui innumerevoli individui si relazionano secondo modalità che, dal reciproco mangiarsi degli animali al cibarsi dì animali da parte dell'uomo fino ai conflitti fra i popoli, hanno essenzialmente il volgare stigma della violenza. Ma allora, se la molteplicità e il mediarsi degli individui sono l'errore e il male, sì capisce perché Fortunato chiami immediatezza lo standard utopico della salvezza, e nel libro immediatezza vale anche istantaneità, in quanto Fortunato tiene ben presente che la felicità dell'uomo è legata all'attimo, assai presto perdo quota e svanisce.
Quanto a Kierkegaard, Fortunato concede spazio ad un Kierkegaard "hegeliano" che sposa le ragioni dell'accettazione e dell'adattamento celebrando l'uomo etico, marito e padre, il quale, diversamente dall'esteta che negli intervalli tra i picchi d'intensità e d'ispirazione "scompare" e quasi rifiuta di esistere, ha la costanza di rispondere all'appello di ogni singolo istante e così veramente milita nella realtà, la abita e se la assume totalmente.
Ma Fortunato fa dire l'ultima parola all'"altro" Kierkegaard, quello che esalta l'uomo religioso, figura del permanente soffiare, e onora più di ogni altro uomo il martire, cioè colui che si armonizza tanto poco col mondo da cercare quasi l'occasione di collisione con esso che gli consenta di esserne espulso. E anzi Fortunato coglie bene come secondo Kierkegaard la realtà e la vita non siano dolore solo nell'atmosfera dello stadio religioso ma, per così dire, in sé, perché così sono avvertite da lui. Di notevole interesse è il motivo della diffidenza di Kierkegaard per l'arte che, producendo opere destinate a suscitare piacere in virtù delle loro qualità di composizione e di bellezza, gli pare colpevole di tradire appunto il dolore, l'ingrediente essenziale della realtà di cui è rappresentazione. Quella di lasciare l'ultima parola al Kierkegaard "doloroso" appare una scelta ben precisa: poiché, secondo la discutibile ma significativa definizione di Fortunato, soffrire è esprimere la propria dissidenza dall'esistenza, la tesi di fondo del libro risulta essere quella secondo cui vocazione essenziale dell'uomo è l'inquietitudine della protesta, vocazione la cui drammaticità è temperata dal fatto che in essa consiste in definitiva il suo piacere.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo