Cosa significa essere più liberi| Un libro di Ian Carter che si propone di mostrare alcuni criteri per "misurare" la nostra libertà |
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| Ian Carter, "A Measure of Freedom", Oxford University Press, Oxford
1999, pagg. 310, sip. Da ricordare: Ian Carter e Mario Ricciardi (a cura
di), "L'idea di libertà", Feltrinelli, Milano 1996, pagg. 208, L. 28.000. | "Una grande estensione della libertà individuale non è necessariamente
il segno di un alto grado di civiltà". Chiedersi se sia giusto o no
assegnare alla libertà un posto privilegiato nel nostro universo di valori è,
ovviamente, del tutto legittimo. Sapere però che questa citazione è di
Adolf Hitler, ci suggerisce di accantonare, almeno per un po', questa
domanda per concentrarci invece su tutti quelli autori che sembrano dare
per scontato che si tratta di un valore da perseguire in sé, e che dunque
in senso lato condividono l'ideale liberale.
Ma come si esprimono costoro? Può capitare di sentirgli dire per
esempio che in Gran Bretagna, o in California (o nell'ex-Unione
Sovietica, a seconda dei gusti) vi è "più libertà che in qualunque altro
Paese al mondo", o che nei Paesi ex-comunisti vi è oggi molta più
libertà di dieci anni fa, o che in Italia c'è più libertà che in Cina. Oppure, passando al piano normativo proprio della filosofia politica, - anche da
autori diversi tra loro come John Rawls e von Hayek, e prima di loro
Beccaria - che si possono ammettere restrizioni alla libertà solo in
nome di una libertà maggiore; o che un aumento della libertà non è
compatibile con una politica mirata alla diminuzione delle disuguaglianze
economiche.
Si esprimono insomma in termini quantitativi. Ma, si chiede Ian Carter,
perché parlare della libertà in questo modo se non si ha un criterio per
misurarla? Perché così tanti autori, che pure si esprimono in questo
modo, messi di fronte al problema della misurabilità si dimostrano
scettici e battono subito in ritirata? Forse perché credono che misurare
la libertà sia un'impresa impossibile. Oppure sono convinti che non sia
necessario: dire che siamo più o meno liberi in fondo è un po' come
valutare se un sacco è più o meno pesante di un altro senza usare una
bilancia, alzandoli contemporaneamente uno per mano, come si faceva
prima della nascita di precisi sistemi di misurazione.
Ma i sistemi di misurazione non sono affatto una conquista scontata.
Presuppongono in via preliminare la soluzione di una serie di complessi
problemi teorici e concettuali. Ciò che fa Carter nel suo libro - e c'è da
stupirsi, vista l'importanza e la frequenza dei giudizi sui gradi di libertà,
che nessuno prima di lui si sia dedicato all'argomento - è proprio
questo: costituire il background teorico e concettuale che rende
possibile l'idea di una valutazione quantitativa dei gradi di libertà. In
questo caso bisogna saper rispondere a domande difficili e
squisitamente filosofiche su "Che cos'è la libertà?", "Che cosa vuol dire
essere liberi di compiere un'azione?", "Si possono contare le azioni
possibili, e dunque le opportunità di scelta?", e "Quale peso relativo
possiamo dare alle varie azioni che siamo liberi di compiere?".
La mossa fondamentale di Carter sta nella distinzione tra libertà
specifica e libertà complessiva. Le libertà specifiche sono quelle che
fanno sì che io sappia che posso accettare o no un certo impegno, che
posso scegliere se andare o no a messa la domenica, che posso
espatriare, ecc. Come si è detto discutendo il libro di Carter in un
seminario organizzato lunedì scorso da Politeia (con Salvatore Veca,
Mario Ricciardi, Sebastiano Bavetta e Serena Olsaretti) anche il
commerciante che riceve minacce dal mafioso che pretende il
pagamento del pizzo è libero in senso specifico: egli infatti può
benissimo evitare di pagare, anche se questa scelta può comportare dei
pericoli. Il che è controintuitivo, ma perfettamente coerente con la
nozione liberale classica adottata da Carter per le libertà specifiche.
La libertà però, secondo Carter, va valutata in senso complessivo e non
specifico. Egli non indaga solo la misurabilità della libertà, ma anche i
vari modi di attribuirle valore. Sarebbe un errore a suo parere "separare i
nostri ragionamenti sulla natura della libertà (come attributo quantitativo)
dai nostri ragionamenti su altri beni", e in particolare su quello della
giustizia. "Il mio interesse per la misura della libertà - scrive - nasce
direttamente dal mio interesse per la giustizia", dove per giustizia si
intende o una equa distribuzione della libertà, o la sua massimizzare, o
la garanzia di un minimo di libertà per tutti, o una combinazione di questi
tre principi. Per questo misurare la libertà diventa importante. E per
questo Carter sostiene che per i liberali la libertà deve avere valore
"non-specifico", cioè indipendente dal valore delle cose specifiche che si
è liberi di fare. Così, la libertà di andare o no a messa, o di espatriare, o
di non pagare una tangente ha valore anche indipendentemente dal
valore di andare a messa, di espatriare, ecc. La domanda importante
non è "quali libertà?", ma "quanta libertà?". Non basta un mero elenco di
libertà importanti come mezzi per valori diversi dalla libertà: queste
libertà vanno aggregate per metterci in grado di formulare giudizi di
carattere complessivo (tra cui quello che ci fa vedere che il
commerciante alle prese con il mafioso non è poi così libero).
Carter difende un'idea empirica di libertà contro una concezione che
definisce "basata sui valori", la quale non contempla la valutazione di
gradi di libertà. Ideali come quello della massima libertà o dell'uguale
libertà sarebbero, entro questa prospettiva, solo dei mezzi retorici per
promuovere valori diversi dalla libertà. Solo una concezione
empiricamente misurabile della libertà, secondo Carter, ci permette di
dare un resoconto adeguato dell'idea liberale di libertà come valore
distinto, indipendente, e quindi fondamentale. Il suo sogno è di metterci
in grado di dire, quando sia necessario, in senso letterale e non retorico,
che la nostra libertà deve essere aumentata. |