LA PRIMA GRANDE UTOPIAPlatone l'estremista Intervista a Mario Vegetti che ha curato il commento a
"La Repubblica", un testo che l'Occidente ha rigettato |
| Questa estate il fuoco ha minacciato seriamente le colline
intorno a Levanto. Gli incendi hanno raso al suolo parecchia
vegetazione e insidiato le abitazioni. Quel che resta è una
grande macchia nera, un irreale paesaggio che contrasta
con la dolcezza aspra del mare ligure. Mario Vegetti che
insegna Filosofia antica a Pavia, abita a Milano, ma qui a
Levanto passa alcuni mesi l'anno, con un ampio gesto del
braccio indica la recente devastazione e poi dice: "In fondo,
per adoperare questo paesaggio come una metafora, la
stessa sorte è toccata a La Repubblica di Platone. Non
trova che attorno a questo testo l'Occidente abbia fatto
terra bruciata?"
Guardo quest'uomo un po' massiccio, affabile e conviviale,
intellettualmente curioso, autore di alcuni studi fondamentali
sulla medicina antica (ricordo fra tutti i suoi libri il bellissimo
Il coltello e lo stilo, pubblicato qualche anno fa da Einaudi)
e penso che cominciare questa conversazione con
un'ingiustizia, quella che avrebbe subita Platone e il suo libro
più importante, significa provare a capire il senso di un
lungo ostracismo che non ha impedito, tuttavia, che il testo
scivolasse tra i vari piani della condanna e si imponesse
come una delle grandi costruzioni del pensiero occidentale.
Altrimenti che senso avrebbe il commento che lo stesso
Vegetti e un nucleo di collaboratori ha da tempo avviato su
questo testo? Diciamo, ed è la ragione per cui mi trovo qui,
che fino ad ora sono usciti tre volumi che commentano i
primi quattro libri della Repubblica (pubblicati dalla
meritoria Bibliopolis), mentre i commenti ai restanti sei libri
usciranno nei prossimi anni.
| Allora, professore, salterei i convenevoli su questa
operazione di rilettura, frutto di un lavoro collettivo di un
gruppo di ricercatori da lei guidato, che personalmente ho
trovato di grande efficacia, e prenderei come spunto
proprio quel muro di fuoco che è stato acceso attorno a
questo classico, impedendo, immagino, una sua reale
diffusione. Chi ha appiccato per primo le fiamme? |
"Se vuole un colpevole, eccolo: Aristotele che ha
condannato La Repubblica in modo categorico,
costringendo il mondo antico a seguirlo. In tutta la tradizione
moderna, poi, questo testo è stato fortemente sospettato di
essere quello che è: un'opera non cristiana; e in tempi più
vicini a noi, un'opera profondamente antiliberale e non
democratica".
"Ma è un esperienza circoscritta, come circoscritto è
l'interesse giacobino per questo testo. Tanto è vero che
mezzo secolo dopo, Marx non fa nulla per nascondere
l'irritazione che gli suscita Platone e in particolare questo
scritto".
Lui si appoggia più all'autorità scientifica di Aristotele.
"Molto più semplicemente legge Platone con gli occhi di
Hegel e poi, è noto, l'atteggiamento fortemente critico che
egli ha nei riguardi dell'utopia".
| E lei perché mostra questa particolare affezione per La
Repubblica? |
"Perché ritengo che anche nel pensiero contemporaneo ci
sia una grossa necessità di ripensare la politica e l'orizzonte
dell'etica con un respiro utopico radicale".
| L'utopia platonica è però andata incontro al fallimento... |
"Ma la cosa interessante è che Platone non era un utopista
ingenuo, non predicava come spesso gli si fa fare l'idea che
bisogna essere giusti e buoni. Conosceva a fondo i
controargomenti. Pensi al ruolo che nella Repubblica ha uno
come Trasimaco".
| D'accordo, Platone sapeva esattamente quale fosse la forza
teorica dell'antiutopia. Però mi incuriosisce questo suo
parlare dell'utopia al presente, come un compito per noi
contemporanei... |
"La Repubblica è anche una riflessione sul potere. Partiamo
da lì, proprio dai controargomenti che Platone in parte
recepisce e in parte inventa, i quali mostrano che le
questioni della politica e della giustizia in ultima analisi
riguardano il potere".
"Esattamente la questione di chi comanda e di chi appunto
detiene la forza".
| E dov'è l'interesse per noi? |
"Nel fatto che non si tratta di una predica moralistica sul
bisogno di essere giusti, ma di una domanda sulle condizioni
che possono rendere il potere giusto e quindi fare del
potere una garanzia della felicità".
| Però l'etica moderna, da Kant in poi, ha separato la
dimensione della giustizia da quella della felicità... |
"E credo che anche questa sia stata una cosa che ha avuto
dei costi pesanti. Se non c'è uno sfondo teologico che
garantisca il dovere della giustizia, è probabilmente
inevitabile che il rapporto giustizia e felicità si ponga.
Platone non fa che riflettere su quale sia il tipo di potere che
possa garantire una saldatura fra giustizia e felicità. Ho
l'impressione che sia un'esperienza che meriti di essere
indagata, però nel suo contesto storico".
| Anche perché la strada si biforca, la giustizia va in una
direzione diversa da quella imboccata dalla felicità... |
"La felicità diventa una questione privata".
| Il che fa pensare che felicità e giustizia possano andare
assieme solo in un certo tipo di comunità. Che idea di
comunità ha Platone? |
"Un'idea che è apparsa, anche con buoni motivi,
scandalosa, nel senso che risulta eccessiva".
| Per certi versi anche ingenua. Viene in mente il discorso
sulle donne... |
"Ingenua fino a un certo punto. So bene che Aristotele è il
capofila di questi critici. Ma penso che anche lì assistiamo a
un esperimento di intelligenza radicale che Platone compie.
Ai suoi occhi il nemico è la famiglia perché essa è il luogo in
cui si privatizzano da un lato i patrimoni e dall'altro gli
affetti".
| Finché c'è la famiglia, insomma, non c'è comunità. E' così? |
"Esattamente, egli distrugge la famiglia per costruire una
società di fratelli. E il tema della fratellanza, che domina nel
quinto libro, arriverà come un'eco fino ai giacobini".
| E noi che facciamo, prendiamo Platone alla lettera? |
"Beh, non sto dicendo che bisogna leggerlo come gli articoli
della Costituzione. Ma se riflettiamo sul conflitto che esiste
tra privato e pubblico e sul ruolo che la famiglia, sia in senso
economico che affettivo, ha nel riprodurre ogni volta gli
elementi di disgregazione dello spirito comunitario, allora il
discorso di Platone ha un senso. E questa è anche una via
che lui, unico nel mondo antico, indica per la liberazione
delle donne, per l'emancipazione femminile: le donne
possono essere come gli uomini soltanto se non c'è la
famiglia. Capisco che il discorso ha un sapore estremo".
| Per certi versi gli esperimenti di Platone ricordano quelli di
Pol Pot in Cambogia, non la preoccupa? |
"Sul suo estremismo non ho dubbi. Ma credo che sia anche
l'onere dei critici di Platone dimostrare come si possa avere
una comunità giusta in presenza di una radicale e sempre
riproducentesi questione di affetti e di patrimoni. E' chiaro
che Platone rappresenta solo metà della storia pensata fino
in fondo. Però è difficile criticarlo radicalmente, come fa
Aristotele, dicendo che tutto sommato le cose vanno bene
così. Perché Platone avrebbe buon gioco nel dire che in
questo modo rinasce il conflitto fra i ricchi e i poveri, tra i
poteri intesi come sfruttamento e non come servizio".
| Non trova che la lettura di Platone sia oggi molto più
ideologica di quella di Aristotele? |
"Ci si è definiti platonici nei modi più antitetici possibili. C'è
un platonismo nazista, uno di sinistra e c'è poi una
dimensione spiritualista che privilegia l'immortalità
dell'anima, le idee, i due mondi ecc. E penso dunque che la
sua domanda abbia un senso. Aristotele, infatti, usa e
insegna a usare una ragione spassionata. Mentre in Platone
l'intreccio fra ragione e passione - il desiderio che muove la
ragione e la ragione che controlla il desiderio, ma non può
farne a meno - è essenziale".
| Con quale dei due lei uscirebbe a cena? |
"Storicamente Platone è stato l'ultimo sapiente aristocratico,
mentre Aristotele è il primo grande professore di filosofia.
Per cui Platone è senza dubbio arcaico ai nostri occhi,
mentre Aristotele è per certi versi più moderno. E allora
dovendo andare a cena con qualcuno probabilmente
andremmo con Aristotele".
| In fondo la storia di Platone è quella di un grande fallimento. |
"E' una storia fatta di alcuni fallimenti, che tutti i platonismi si
sono incaricati di dimostrare".
"L'idea che un sapere normativo universale potesse
sorreggere e guidare l'esercizio assoluto della forza
tirannica, è certamente uno dei punti su cui Platone ha
fallito. Ma sinceramente non so che destino avrà questa
faccenda del rapporto fra il sapere e il potere. So che il
mondo è andato in una direzione molto diversa, tanto
diversa da occultare non soltanto le aspirazioni della
filosofia al potere, ma anche infine la figura stessa del
potere, che si è dileguata. Se c'è una cosa interessante nella
Repubblica è che il problema di chi comanda, di chi detiene
la forza, è sempre focalizzato. Mentre da noi, in questo
mondo omogeneo, unificato, globalizzato, la questione di chi
comanda è molto opaca". |