RASSEGNA STAMPA

26 SETTEMBRE 1999
ANTONIO GNOLI
LA PRIMA GRANDE UTOPIA
Platone l'estremista
Intervista a Mario Vegetti che ha curato il commento a "La Repubblica", un testo che l'Occidente ha rigettato
Questa estate il fuoco ha minacciato seriamente le colline intorno a Levanto. Gli incendi hanno raso al suolo parecchia vegetazione e insidiato le abitazioni. Quel che resta è una grande macchia nera, un irreale paesaggio che contrasta con la dolcezza aspra del mare ligure. Mario Vegetti che insegna Filosofia antica a Pavia, abita a Milano, ma qui a Levanto passa alcuni mesi l'anno, con un ampio gesto del braccio indica la recente devastazione e poi dice: "In fondo, per adoperare questo paesaggio come una metafora, la stessa sorte è toccata a La Repubblica di Platone. Non trova che attorno a questo testo l'Occidente abbia fatto terra bruciata?" Guardo quest'uomo un po' massiccio, affabile e conviviale, intellettualmente curioso, autore di alcuni studi fondamentali sulla medicina antica (ricordo fra tutti i suoi libri il bellissimo Il coltello e lo stilo, pubblicato qualche anno fa da Einaudi) e penso che cominciare questa conversazione con un'ingiustizia, quella che avrebbe subita Platone e il suo libro più importante, significa provare a capire il senso di un lungo ostracismo che non ha impedito, tuttavia, che il testo scivolasse tra i vari piani della condanna e si imponesse come una delle grandi costruzioni del pensiero occidentale.
Altrimenti che senso avrebbe il commento che lo stesso Vegetti e un nucleo di collaboratori ha da tempo avviato su questo testo? Diciamo, ed è la ragione per cui mi trovo qui, che fino ad ora sono usciti tre volumi che commentano i primi quattro libri della Repubblica (pubblicati dalla meritoria Bibliopolis), mentre i commenti ai restanti sei libri usciranno nei prossimi anni.
Allora, professore, salterei i convenevoli su questa operazione di rilettura, frutto di un lavoro collettivo di un gruppo di ricercatori da lei guidato, che personalmente ho trovato di grande efficacia, e prenderei come spunto proprio quel muro di fuoco che è stato acceso attorno a questo classico, impedendo, immagino, una sua reale diffusione. Chi ha appiccato per primo le fiamme?
"Se vuole un colpevole, eccolo: Aristotele che ha condannato La Repubblica in modo categorico, costringendo il mondo antico a seguirlo. In tutta la tradizione moderna, poi, questo testo è stato fortemente sospettato di essere quello che è: un'opera non cristiana; e in tempi più vicini a noi, un'opera profondamente antiliberale e non democratica".
Un occhio di riguardo però viene da Rousseau...
"Ma è un esperienza circoscritta, come circoscritto è l'interesse giacobino per questo testo. Tanto è vero che mezzo secolo dopo, Marx non fa nulla per nascondere l'irritazione che gli suscita Platone e in particolare questo scritto".
Lui si appoggia più all'autorità scientifica di Aristotele.
"Molto più semplicemente legge Platone con gli occhi di Hegel e poi, è noto, l'atteggiamento fortemente critico che egli ha nei riguardi dell'utopia".
E lei perché mostra questa particolare affezione per La Repubblica?
"Perché ritengo che anche nel pensiero contemporaneo ci sia una grossa necessità di ripensare la politica e l'orizzonte dell'etica con un respiro utopico radicale".
L'utopia platonica è però andata incontro al fallimento...
"Ma la cosa interessante è che Platone non era un utopista ingenuo, non predicava come spesso gli si fa fare l'idea che bisogna essere giusti e buoni. Conosceva a fondo i controargomenti. Pensi al ruolo che nella Repubblica ha uno come Trasimaco".
D'accordo, Platone sapeva esattamente quale fosse la forza teorica dell'antiutopia. Però mi incuriosisce questo suo parlare dell'utopia al presente, come un compito per noi contemporanei...
"La Repubblica è anche una riflessione sul potere. Partiamo da lì, proprio dai controargomenti che Platone in parte recepisce e in parte inventa, i quali mostrano che le questioni della politica e della giustizia in ultima analisi riguardano il potere".
Cioè la forza.
"Esattamente la questione di chi comanda e di chi appunto detiene la forza".
E dov'è l'interesse per noi?
"Nel fatto che non si tratta di una predica moralistica sul bisogno di essere giusti, ma di una domanda sulle condizioni che possono rendere il potere giusto e quindi fare del potere una garanzia della felicità".
Però l'etica moderna, da Kant in poi, ha separato la dimensione della giustizia da quella della felicità...
"E credo che anche questa sia stata una cosa che ha avuto dei costi pesanti. Se non c'è uno sfondo teologico che garantisca il dovere della giustizia, è probabilmente inevitabile che il rapporto giustizia e felicità si ponga.
Platone non fa che riflettere su quale sia il tipo di potere che possa garantire una saldatura fra giustizia e felicità. Ho l'impressione che sia un'esperienza che meriti di essere indagata, però nel suo contesto storico".
Anche perché la strada si biforca, la giustizia va in una direzione diversa da quella imboccata dalla felicità...
"La felicità diventa una questione privata".
Il che fa pensare che felicità e giustizia possano andare assieme solo in un certo tipo di comunità. Che idea di comunità ha Platone?
"Un'idea che è apparsa, anche con buoni motivi, scandalosa, nel senso che risulta eccessiva".
Per certi versi anche ingenua. Viene in mente il discorso sulle donne...
"Ingenua fino a un certo punto. So bene che Aristotele è il capofila di questi critici. Ma penso che anche lì assistiamo a un esperimento di intelligenza radicale che Platone compie.
Ai suoi occhi il nemico è la famiglia perché essa è il luogo in cui si privatizzano da un lato i patrimoni e dall'altro gli affetti".
Finché c'è la famiglia, insomma, non c'è comunità. E' così?
"Esattamente, egli distrugge la famiglia per costruire una società di fratelli. E il tema della fratellanza, che domina nel quinto libro, arriverà come un'eco fino ai giacobini".
E noi che facciamo, prendiamo Platone alla lettera?
"Beh, non sto dicendo che bisogna leggerlo come gli articoli della Costituzione. Ma se riflettiamo sul conflitto che esiste tra privato e pubblico e sul ruolo che la famiglia, sia in senso economico che affettivo, ha nel riprodurre ogni volta gli elementi di disgregazione dello spirito comunitario, allora il discorso di Platone ha un senso. E questa è anche una via che lui, unico nel mondo antico, indica per la liberazione delle donne, per l'emancipazione femminile: le donne possono essere come gli uomini soltanto se non c'è la famiglia. Capisco che il discorso ha un sapore estremo".
Per certi versi gli esperimenti di Platone ricordano quelli di Pol Pot in Cambogia, non la preoccupa?
"Sul suo estremismo non ho dubbi. Ma credo che sia anche l'onere dei critici di Platone dimostrare come si possa avere una comunità giusta in presenza di una radicale e sempre riproducentesi questione di affetti e di patrimoni. E' chiaro che Platone rappresenta solo metà della storia pensata fino in fondo. Però è difficile criticarlo radicalmente, come fa Aristotele, dicendo che tutto sommato le cose vanno bene così. Perché Platone avrebbe buon gioco nel dire che in questo modo rinasce il conflitto fra i ricchi e i poveri, tra i poteri intesi come sfruttamento e non come servizio".
Non trova che la lettura di Platone sia oggi molto più ideologica di quella di Aristotele?
"Ci si è definiti platonici nei modi più antitetici possibili. C'è un platonismo nazista, uno di sinistra e c'è poi una dimensione spiritualista che privilegia l'immortalità dell'anima, le idee, i due mondi ecc. E penso dunque che la sua domanda abbia un senso. Aristotele, infatti, usa e insegna a usare una ragione spassionata. Mentre in Platone l'intreccio fra ragione e passione - il desiderio che muove la ragione e la ragione che controlla il desiderio, ma non può farne a meno - è essenziale".
Con quale dei due lei uscirebbe a cena?
"Storicamente Platone è stato l'ultimo sapiente aristocratico, mentre Aristotele è il primo grande professore di filosofia.
Per cui Platone è senza dubbio arcaico ai nostri occhi, mentre Aristotele è per certi versi più moderno. E allora dovendo andare a cena con qualcuno probabilmente andremmo con Aristotele".
In fondo la storia di Platone è quella di un grande fallimento.
"E' una storia fatta di alcuni fallimenti, che tutti i platonismi si sono incaricati di dimostrare".
Un esempio?
"L'idea che un sapere normativo universale potesse sorreggere e guidare l'esercizio assoluto della forza tirannica, è certamente uno dei punti su cui Platone ha fallito. Ma sinceramente non so che destino avrà questa faccenda del rapporto fra il sapere e il potere. So che il mondo è andato in una direzione molto diversa, tanto diversa da occultare non soltanto le aspirazioni della filosofia al potere, ma anche infine la figura stessa del potere, che si è dileguata. Se c'è una cosa interessante nella Repubblica è che il problema di chi comanda, di chi detiene la forza, è sempre focalizzato. Mentre da noi, in questo mondo omogeneo, unificato, globalizzato, la questione di chi comanda è molto opaca".
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vedi anche
Filosofia (e) politica