RASSEGNA STAMPA

24 SETTEMBRE 1999
MAURIZIO CECCHETTO
"Un no al mercato selvaggio"
Tra assistenzialismo e terzo settore: parlano Acquaviva, Garelli
Cambiare tutto, perché tutto resti come prima? La regola del trasformismo fa ancora proseliti nell'Italia che dice di voler affrontare la competizione globale sul teatro europeo, ma cerca ancora garanzie nello Stato?
L'assistenzialismo è duro a morire e il Welfare state che si vuole riformare sembra, dall'indagine del Cnel, soltanto una professione di facciata: la realtà è che quasi la metà degli italiani ritiene che lo Stato dovrebbe essere più presente nella politica dell'occupazione, e tra i cattolici praticanti il dato sale fino al 53%. E poi: meno fiducia da parte dei cattolici al privato, sia per quanto riguarda il lavoro, sia per la sanità e le pensioni; infine, e il divario cresce di molto, i cattolici in massa chiedono più rigore contro la criminalità.
Si direbbe che i credenti del nostro Paese abbiano voglia di ordine... Ci sono ragioni storiche, eredità culturali e politiche che giustificano questo dato?
Il sociologo Franco Garelli, autore di una nota indagine sulla religiosità degli italiani, trova più allarmante il dato generale: se quasi la metà degli italiani, cattolici e non, pone quest'enfasi sull'intervento dello Stato, ciò sta a significare che "oggi domina ancora, nonostante tutti i richiami e i proclami per una società più aperta, una mentalità arretrata, statalista e garantista. La domanda sociale indica il bene della collettività nella sicurezza dei cittadini, da quella occupazionale e assistenziale a quella che combatte la criminalità. Ma questo è un dato problematico, che sta fuori dalle stesse condizioni di mercato oggi possibili". Due dati sono più accentuati nel rapporto numerico tra italiani e cattolici praticanti: i credenti guardano allo Stato soprattutto per l'occupazione e l'ordine pubblico. "In effetti - commenta Garelli - questo conferma che nell'area cattolica la centralità del lavoro come fattore di sicurezza per il soggetto e la collettività è predominante. Non si tratta più neanche di una pedagogia che nel lavoro vede una via di redenzione sociale, quanto della consapevolezza diffusa che è diventato più difficile trovare un lavoro di alto significato, che realizzi davvero la persona, per cui cadendo questo si accentua quello della sicurezza collettiva. È il sintomo di una mentalità moderata dei cattolici, che vede nell'assistenza e nella sicurezza una componente essenziale del diritto di cittadinanza. I cattolici di oggi, secondo quanto emerge dall'indagine, sono un po' più di centro-destra rispetto alla popolazione complessiva, sono espressione di moderatismo, e pur essendo sensibili a certi valori sociali non vogliono toccare l'organizzazione dello Stato perché ritengono che questo abbia degli effetti perversi".
Di parere diverso, invece, il filosofo Vittorio Possenti, il quale vede nei dati la conferma di una cultura che fa parte della storia del cattolicesimo improntato dalla dottrina sociale della Chiesa: "Da Leone XIII alla Centesimus annus, i cattolici hanno sempre riconosciuto le prerogative del mercato, ma anche i limiti cui incorre se lasciato al suo libero gioco. È un tema che l'attuale Papa ha ripreso più volte con fermezza. Senz'altro il pensiero dei cattolici non è quello che il Welfare state debba essere completamente smantellato, prevale l'idea di una sua riforma o rinnovamento: e questo mi pare trovi conferma nel dato sociologico che emerge dall'inchiesta. La dottrina sociale insiste sul fatto che nella prospettiva del bene comune, il mercato da solo non può farcela a garantire tutte le condizioni necessarie per una giusta convivenza". La propensione "statalista" dei cattolici, comprovata dalle cifre, non è frutto di una mentalità assistenzialistica che in Italia ha dominato mentre governava da Dc? Non è, dunque, la continuazione di una eredità culturale precisa? "Certamente la storia italiana ha un peso anche sulla mentalità dei cattolici italiani di oggi - risponde Possenti - tuttavia mi pare che dietro possa esserci una preoccupazione diversa: l'importanza che ha assunto il terzo settore nell'economia, la diffusione di iniziative no profit e altre opere del volontariato, sono espressione di un privato sociale che ha capito che non sono ancora maturi i tempi per affidare totalmente nelle mani del mercato e della libera iniziativa le sorti della collettività. E questa mi sembra una tendenza sana". Cattolici: bisogna intendersi, per il sociologo Sabino Acquaviva, che ha svolto analisi significative sulla rinascita del sacro nella società postindustriale. Il dato del Cnel - dice - "andrebbe scorporato, perché nell'insieme è poco significativo. In particolare, bisogna vedere quanto incidono sulle percentuali le risposte delle generazioni più anziane, delle donne e della popolazione del Meridione. Questi tre soggetti sono, generalmente, fattori più tradizionalisti che modificano le medie statistiche e l'efficacia del dato. Per questo, penso che sia sbagliato parlare in generale di cattolici praticanti: si dovrebbero ricostruire i diversi identikit di questi credenti e probabilmente emergerebbe che la media percentuale è condizionata molto dai soggetti che ho indicato prima. Per la mia esperienza, che parte da una conoscenza precisa del Nord-Est, posso dire che in genere le generazioni più giovani, anche cattoliche, sono poco stataliste, credono nell'iniziativa privata e quando emergono problemi non li rigirano allo Stato, ma cercano di risolverli a partire dalle risorse locali. Non credo al ritorno dell'assistenzialismo, semmai si tratta di un divario di sviluppo tra le diverse aree territoriali del Paese. Quando si dice che gli italiani, e i cattolici in particolare, sono diventati più statalisti, si dovrebbe anche indicare il confronto con le percentuali di dieci anni fa. Forse si vedrebbe che sono diminuite e questo permetterebbe una diversa conclusione sulla mentalità, più conservatrice oppure più aperta, degli italiani rispetto al passato".
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