| "Un no al mercato selvaggio" | Cambiare tutto, perché tutto resti come prima? La regola del trasformismo fa ancora proseliti nell'Italia che dice di voler affrontare la competizione globale sul
teatro europeo, ma cerca ancora garanzie nello Stato? L'assistenzialismo è duro a morire e il Welfare state che si vuole riformare sembra, dall'indagine del Cnel,
soltanto una professione di facciata: la realtà è che quasi la metà degli italiani ritiene che lo Stato dovrebbe essere più presente nella politica dell'occupazione, e tra i
cattolici praticanti il dato sale fino al 53%. E poi: meno fiducia da parte dei cattolici
al privato, sia per quanto riguarda il lavoro, sia per la sanità e le pensioni; infine, e il
divario cresce di molto, i cattolici in massa chiedono più rigore contro la criminalità.
Si direbbe che i credenti del nostro Paese abbiano voglia di ordine... Ci sono ragioni
storiche, eredità culturali e politiche che giustificano questo dato?
Il sociologo Franco Garelli, autore di una nota indagine sulla religiosità degli
italiani, trova più allarmante il dato generale: se quasi la metà degli italiani, cattolici e
non, pone quest'enfasi sull'intervento dello Stato, ciò sta a significare che "oggi
domina ancora, nonostante tutti i richiami e i proclami per una società più aperta,
una mentalità arretrata, statalista e garantista. La domanda sociale indica il bene
della collettività nella sicurezza dei cittadini, da quella occupazionale e assistenziale a
quella che combatte la criminalità. Ma questo è un dato problematico, che sta fuori
dalle stesse condizioni di mercato oggi possibili".
Due dati sono più accentuati nel rapporto numerico tra italiani e cattolici praticanti: i
credenti guardano allo Stato soprattutto per l'occupazione e l'ordine pubblico. "In
effetti - commenta Garelli - questo conferma che nell'area cattolica la centralità del
lavoro come fattore di sicurezza per il soggetto e la collettività è predominante. Non
si tratta più neanche di una pedagogia che nel lavoro vede una via di redenzione
sociale, quanto della consapevolezza diffusa che è diventato più difficile trovare un
lavoro di alto significato, che realizzi davvero la persona, per cui cadendo questo si
accentua quello della sicurezza collettiva. È il sintomo di una mentalità moderata dei
cattolici, che vede nell'assistenza e nella sicurezza una componente essenziale del
diritto di cittadinanza. I cattolici di oggi, secondo quanto emerge dall'indagine, sono
un po' più di centro-destra rispetto alla popolazione complessiva, sono espressione
di moderatismo, e pur essendo sensibili a certi valori sociali non vogliono toccare
l'organizzazione dello Stato perché ritengono che questo abbia degli effetti perversi".
Di parere diverso, invece, il filosofo Vittorio Possenti, il quale vede nei dati la
conferma di una cultura che fa parte della storia del cattolicesimo improntato dalla
dottrina sociale della Chiesa: "Da Leone XIII alla Centesimus annus, i cattolici
hanno sempre riconosciuto le prerogative del mercato, ma anche i limiti cui incorre
se lasciato al suo libero gioco. È un tema che l'attuale Papa ha ripreso più volte con
fermezza. Senz'altro il pensiero dei cattolici non è quello che il Welfare state debba
essere completamente smantellato, prevale l'idea di una sua riforma o rinnovamento:
e questo mi pare trovi conferma nel dato sociologico che emerge dall'inchiesta. La
dottrina sociale insiste sul fatto che nella prospettiva del bene comune, il mercato da
solo non può farcela a garantire tutte le condizioni necessarie per una giusta
convivenza".
La propensione "statalista" dei cattolici, comprovata dalle cifre, non è frutto di una
mentalità assistenzialistica che in Italia ha dominato mentre governava da Dc? Non
è, dunque, la continuazione di una eredità culturale precisa? "Certamente la storia
italiana ha un peso anche sulla mentalità dei cattolici italiani di oggi - risponde
Possenti - tuttavia mi pare che dietro possa esserci una preoccupazione diversa:
l'importanza che ha assunto il terzo settore nell'economia, la diffusione di iniziative
no profit e altre opere del volontariato, sono espressione di un privato sociale che
ha capito che non sono ancora maturi i tempi per affidare totalmente nelle mani del
mercato e della libera iniziativa le sorti della collettività. E questa mi sembra una
tendenza sana".
Cattolici: bisogna intendersi, per il sociologo Sabino Acquaviva, che ha svolto
analisi significative sulla rinascita del sacro nella società postindustriale. Il dato del
Cnel - dice - "andrebbe scorporato, perché nell'insieme è poco significativo. In
particolare, bisogna vedere quanto incidono sulle percentuali le risposte delle
generazioni più anziane, delle donne e della popolazione del Meridione. Questi tre
soggetti sono, generalmente, fattori più tradizionalisti che modificano le medie
statistiche e l'efficacia del dato. Per questo, penso che sia sbagliato parlare in
generale di cattolici praticanti: si dovrebbero ricostruire i diversi identikit di questi
credenti e probabilmente emergerebbe che la media percentuale è condizionata
molto dai soggetti che ho indicato prima. Per la mia esperienza, che parte da una
conoscenza precisa del Nord-Est, posso dire che in genere le generazioni più
giovani, anche cattoliche, sono poco stataliste, credono nell'iniziativa privata e
quando emergono problemi non li rigirano allo Stato, ma cercano di risolverli a
partire dalle risorse locali. Non credo al ritorno dell'assistenzialismo, semmai si tratta
di un divario di sviluppo tra le diverse aree territoriali del Paese. Quando si dice che
gli italiani, e i cattolici in particolare, sono diventati più statalisti, si dovrebbe anche
indicare il confronto con le percentuali di dieci anni fa. Forse si vedrebbe che sono
diminuite e questo permetterebbe una diversa conclusione sulla mentalità, più
conservatrice oppure più aperta, degli italiani rispetto al passato". |