Male oscuro, i racconti della rinascitaDepressione, ma anche ossessioni, panico, bulimia e fobie: Serena Zoli raccoglie le testimonianze dei malati usciti dal tunnel Documenti contro le convinzioni di chi distingue ancora tra mente e cervello. Il 48% delle persone nel corso della vita viene colpito almeno una volta da un disagio mentale e la maggioranza è composta dagli adolescenti |
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| Serena Zoli "Storie di ordinaria resurrezione (e non)" Rizzoli, pagine 412, lire 32.000. | Marzo 1993: Serena Zoli pubblicava E liberaci dal male oscuro, un libro-intervista in cui lo psichiatra Giovanni Cassano spiegava finalmente al grande pubblico le nuove cure farmacologiche per la depressione, il tutto integrato dai casi raccontati in prima persona di molte personalità "pubbliche". È stato un vero break nella ricezione sociale della malattia: un'operazione che ha condotto migliaia di malati fuori dalla loro nausea emotivo-cognitiva, da quella dimensione che fonde, come ha scritto Berlioz, "il disgusto di vivere e l'impossibilità di morire".
In questi sei anni - lo racconta lei stessa - la Zoli ha ricevuto una quantità sterminata di lettere e fax di pazienti approdati alla psicofarmacologia grazie alla lettura del suo testo e poi guariti. Non si trattava solo di depressi, ma di soggetti colpiti da vari disturbi, dalle ossessioni al panico, dalla
bulimia alla fobia sociale. Ora una parte minima di queste testimonianze (tutte siglate o criptate, tranne quelle sull'elettrochoc di Ottiero Ottieri, Ljuba Rizzoli e Marta Marzotto) è raccolta in un nuovo libro, Storie di ordinaria resurrezione (e non), titolo che allude sia alla "normalità" o alla scientificità non miracolistica delle cure sia al fatto che i recuperi possono essere a volte solo parziali, anche se comunque preferibili a impasse totali e invalidanti. Non manca, di nuovo, la cornice di autorevolezza: le testimonianze - riunite per disturbo, ognuno dei quali commentato da uno psichiatra competente - sono infatti introdotte da un nuovo dialogo con Cassano, che mette a fuoco, in maniera tutt'altro che neutrale, l'attuale quadro della psichiatria italiana; e sono chiuse da un'intervista a Rita Levi Montalcini, che spiega le basi evolutive e biologiche delle funzioni superiori della mente.
Anche stavolta lo scopo è più quello di informare sull'efficacia delle nuove terapie che polemizzare con chi le contrasta. Ma anche stavolta è inevitabile che l'informazione non sottragga solo i malati dal loro stato di inconsapevolezza e solitudine, ma combatta equivoci socioculturali tenaci spesso
all'origine di situazioni drammatiche. A chi, per sua fortuna, non abbia la minima cognizione della dimensione "soggettiva" della malattia, questi referti possono servire per penetrare oltre la neutralità della diagnosi. Per accorgersi che "schizofrenia" (è il caso, indelebile, di Miriam) significa sentire improvvisamente, in discoteca, il proprio corpo "staccarsi" dalla mente e più avanti svegliarsi urlando in piena notte per l'orrore senza riconoscere i propri genitori; che "attacco di panico" (è il caso di Gabriella) significa sentirsi "morire" al volante fino a dover lasciare la guida e che da un isolato attacco (è il caso di Marco B.) si può poi precipitare nell'insonnia, vomitare per
mesi in strada, ridursi - confusi e angosciati - a "cose", che disturbo ossessivo-compulsivo (è il caso di una docente di fisica) significa fare ogni notte una doccia di quattro ore; che "dismormofobia" (sono i casi di Irene e di Damiano) significa avere schifo del proprio corpo fino a "volersene liberare come d'un vestito mostruoso" o rompere tutti gli specchi di casa per non
vedervisi riflessi. E a chi straparla, sia in buonafede (i parenti dei malati, che invocano la "volontà di uscirne") sia per ignoranza e-o malafede (psicologi e filosofi che criminalizzano il farmaco delirando sull'"impoverimento esistenziale" annesso alla soppressione del sintomo) tutto il libro
può far capire come la distinzione tra il "basso" neurologico e l'"alto" psicologico - tra il cervello e
la mente - sia assolutamente fittizia: Beatrice (abitata dal demonio), Walter (che vede uomini con volti d'animale) e tutti i malati pietrificati nel letto o torturati dalle "voci" hanno percepito di nuovo le persone, la natura, la luce com'erano prima dell'alterazione patologica solo dopo aver ristabilito coi
farmaci, o a volte persino con l'elettrochoc, l'equilibrio neurotrasmettitoriale.
Ma il libro rimarca molti altri pregiudizi ed equivoci: quello sui giovani "fancazzisti" e drogati per noia, in realtà soggetti che con la droga spesso cercano di coprire mali come il panico o la depressione, il che vale anche per gli alcolisti; quello per cui si blatera di "libera decisione" di cura
per malati la cui malattia si manifesta quasi sempre appunto con una paralisi della volizione; quello sul costo sociale troppo elevato delle cure, quando le stime dicono chiaramente che nel mondo vengono bruciate più ore di lavoro per disturbi mentali non curati che per problemi fisici.
Nel libro resta inevasa, giustamente, la domanda sui nessi tra biologia e ambiente nella malattia mentale. Perché se la base organica e la predisposizione genetica sono ormai accertate, gli ultimi dati dicono che il 48 per cento delle persone viene colpito, nel corso della vita, almeno da una patologia mentale e che la gran parte è costituita da adolescenti: allora gli interrogativi potrebbero spostarsi, come dice la Zoli, sulla vita-zapping delle società avanzate, sul contesto "asintattico, frammentario, alienato", sulla sconnessione, in una parola, tra sollecitazioni ambientali e possibilità di adeguamento delle strutture cerebrali degli individui.
Da qui il discorso si sposterebbe, fatalmente, sulle colpe della "civiltà" come intersezione tra politica, tecnica ed economia, rispetto al "disagio" del soggetto. E non si risolverebbe che con un'ulteriore sospensione. Infatti è vero che in questa prospettiva lo psicofarmaco può servire a occultare queste colpe e questo disagio, a far dimenticare le cause "politiche" dell'infelicità sociale
(e in quanto tale diventare uno strumento del Potere) ma è anche vero che il disagio e l'infelicità
non sono solo sociali, ma anche strutturali, biologici: e in questo caso lo psicofarmaco è più efficace di qualunque società perfetta, di qualunque Utopia miracolosamente realizzata |