RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 1999
BRUNO GRAVAGNUOLO
I vantaggi dell'era dell'incertezza
VECA - UN MONDO INGOVERNABILE MA NON RIMPIANGO IL PASSATO
Ho sostenuto con entusiasmo la svolta del Pci ma è culminata in un vuoto di identità
L'Europa ha una grande chance per affermare un ordine multipolare
La svolta Pds del 1989? E' stata sacrosanta e inevitabile, visto il contesto mondiale. Ma è culminata in un vuoto. In un'assenza. E' mancato l'approdo di programma e di valori, un'autentica definizione di identità. Tutte cose indispensabili a quel capitale di fiducia e di consenso senza di cui una forza politica non può sopravvivere". Giudizio severo quello di Salvatore Veca - filosofo civile e oggi preside di Scienze politiche a Pavia- sui frutti del passaggio Pci-Pds, a dieci anni dall'indimenticabile 1989. Ma quel giudizio è solo il frammento di un bilancio più vasto che lo studioso stila sul decennio che ha visto saltare gli equilibri del globo. E se si parte dal capovolgimento generale che l'89 ha generato, "allora - dice Veca - non solo bisogna accettare l'ineluttabilità del crollo comunista, ma ci si deve anche abituare a convivere co la sinistra europea in grande affanno, ha poi le carte in regola per farcela? Può svolgere il ruolo che Veca le assegna, incalzata e divisa com'è dal liberismo del post-'89 sul terreno impervio del nuovo Welfare?. Vediamo.
A dieci anni dalle prime fughe dalla Germania est Sergio Romano ha tracciato, la scorsa settimana sul "Corriere", un bilancio allarmante del "nuovo disordine mondiale", orfano dei blocchi geopolitici e punteggiato da feroci conflitti etnici. Condivide questa diagnosi negativa?
"No. Ma è innegabile che oggi, a dieci anni dal sisma dell'89, viviamo in un mondo più ingovernabile. Diviso in due parti. Una ricca. E una immensamente povera. Nella prima ci sono dilemmi politici e sociali fisiologici. Nella seconda invece, vige ancora lo stato di natura hobbesiano, con conflitti identitari tragici. Rispetto al mondo della stabilità imperiale che ha in mente Sergio Romano, il quadro appare sconvolto. Ed è lecito porsi il problema di un bilancio ... ".
Mirabile, oppure orribile il 1989?
"Orribile solo se si pensa che la stabilità, con la sicurezza, sia un valore supremo. In realtà il pre-89 era un coperchio sopra una pentola esplosiva. Ovvero un sistema di sudditanza mondiale che comprimeva aspirazioni e dinamiche alla lunga incomprimibili. A cominciare dalla babele interetnica sovietica, e senza dimenticare il ruolo di guardiano degli Usa in certe aree. Insomma, nel bilancio da stilare, bisogna includere anche i vantaggi".
Quali vantaggi, al culmine delle guerre civili che chiudono il "secolo breve"?
"Intanto, l'emergere di certe possibilità, inibite dalla stabilità del dopoguerra. A parte la fine del totalitarismo sovietico c'è oggi il profilarsi di possibili equilibri multipolari regolati. E in questo il ruolo dell'unione europea, ancora sottodimensionato, è una grande chance. Proprio dentro l'età del disordine. L'Europa è un attore potenziale di prim'ordine, che può interagire positivamente con altre aree. Insomma, nel bilancio da stilare, bisogna includere anche i vantaggi...".
Quali vantaggi, al culmine delle guerre civili che chiudono il "secolo breve"?
" Intanto, l'emergere di certe possibilità, inibite dalla grande stabilità del dopoguerra. A parte la fine del totalitarismo sovietico, c'è oggi il profilarsi di possibili equilibri rnultipolari regolati. E in questo senso il ruolo dell'unione europea, ancora sottodimensionato, è una grande chance, Proprio dentro l'età del disordine. L'Europa è un attore potenziale di prim'ordine, che può interagire positivamente con altre aree, favorendo un nuovo ordine mondiale".
Sta di fatto che gli Usa sono ormai il nuovo Leviatano democratico..
"Sì, questa è una situazione unipolare in cui è la stessa solitudine degli Usa a spingere l'America in un ruolo di gendarme. Gendarme discrezionale, come dimostra anche la situazione di Timor, dove gli Usa, malgrado gli ultimi positivi sviluppi, hanno teso a privilegiare il loro particolare interesse strategico. Del resto tutta la vicenda del Kosovo ha rivelato un enorme squilibrio di potenza. E non solo tra attori in lotta, ma anche tra Europa e Usa".
In molti, a partire dal Kosovo, hanno invocato un ruolo stabilizzante della Russia, per gestire il disordine. Ma tutta la gestione Usa del "dopo Urss" non è andata in senso opposto?
"Certamente un ulteriore implosione della Russia sarebbe un fatto gravissimo. La Russia ha un ruolo essenziale. Ma dobbiamo abbandonare gli occhiali del passato, che le assegnavano una naturale funzione imperiale. Certo gli Usa e il Fondo Monetario, come dimostra la situazione russa attuale, hanno commesso errori drammatici nel dopo Gorbaciov. E anche in tutta la gestione diplomatica della questione kosovara prima della guerra, ha penalizzato la Russia. Ecco perché dico che l'Europa è il vero punto chiave. E' stata l'Europa, con Schroeder e D'Alema, a tirare dentro la Russia, e a schiudere la trattativa. In altri termini, per contrastare i rischi della Pax americana, bisogna ripartire di qui, mobilitando nuovi attori. E non mi riferisco solo al vecchio continente".
E tuttavia in quest'Europa "anti-unipolare" i socialisti versano in gravi difficoltà. Sono al governo, ma con identità traballante, più che mai dopo l'89...
"Intanto vorrei fare una premessa: il sisma del 1989 non riguarda in egual modo tutta la sinistra: quella totalitaria e quella socialdemocratica. Un conto è il fallimento dell'economia di comando. Altro le difficoltà socialiste. Le socialdemocrazie scontano la crisi dello "stato del benessere" da esse costruito al culmine di straordinari successi di tale costruzione. E ciò accade proprio sulla scia di certi effetti perversi determinati dalle politiche keynesiane .... ".
Non è la medesima onda, liberista e globalizzante, a travolgere comunismo e socialdemocrazia? L'onda è la stessa, ma se la guardiamo da ovest essa si sprigiona esattamente dai picchi di progresso raggiunti grazie alle politiche keynesiane. Sono i livelli avanzati prodotti dallo stato del benessere a fare la fortuna dei liberali. Solo che il comunismo non disponeva di risposte, ed è crollato. Mentre nel codice socialdemocratico una risposta ulteriore è possibile. Devono mutare le forme dell'intervento pubblico. Ed è a questo che i socialisti lavorano, sin dagli anni '70. In ogni caso, la quota di protezione e di cittadinanza sociale di cui dispone l'Europa sono inconfrontabili rispetto al resto del mondo".
Possiamo ancora permettercele, quelle "quote di protezione"?
"Dipende dal modo di abitare la globalizzazione. Dalla maniera di starci dentro. E dalla capacità di travalicare i confini nazionali. Scartando le soluzioni "domestiche". E qui torna in ballo l'Europa. La sua attitudine al governo transnazionale dei processi economici. La sua capacità di controllo del fisco. Del mercato. Della domanda aggregata. Dell'offerta di lavoro, dell'istruzione. Tutte cose che l'economia globale sottrae agli attori politici nazionali e ai mercati nazionali..".
Lei parla di "controllo". Controllo del "ciclo" e dell'accumulazione?
"Direi regolazione , più che controllo o direzione dei processi economici. Un coordinamento delle politiche fiscali è già una carta formidabile, per un intervento indiretto ed incisivo sull'economia. E' come in una rete viaria. Non devo dire dove si deve andare. Ma delineare lo schema di una circolazione fluida e ordinata. Senza ingorghi, o sprechi di viabilità".
E ora veniamo all'Italia, dove tra gli effetti dell'89 v'è certo la crisi dei partiti. E' un dato ineliminabile e strutturale, come sostiene il sociologo Ilvo Diamanti?
"La crisi dei partiti riguarda i partiti di massa. Un certo tipo di partiti. E' un dato incontrovertibile. Accelerato dai processi mondiali. E tuttavia agenzie politiche collettive, fondate su comunanze di valori, sono un ingrediente irrinunciabile e funzionale della democrazia rappresentativa. Si tratta di vedere come possano vivere, oggi, i partiti. Con quali regole, quale militanza e tipo di adesione. E con quale rapporto con altre agenzie e movimenti della società civile. Ma una democrazia senza partiti, o con partiti acchiappattutto e solo elettorali, è una democrazia monca".
Infine, la svolta occhettiana del 1989. Ne è nato un partito di governo, ma più debole, e di incerta identità. Come mai?
"Detto brutalmente, da parte di uno del più entusiastici propugnatori della "svolta", quel tentativo è culminato in un'assenza dì identità. Benché proprio la velocità repentina di certi processi non abbia favorito l'autoriconoscimento della nuova forza politica. Di "cosa" in "cosa" è mancata l'identificazione di un vero baricentro programmatico e di valori. La capacità di scegliere un saldo profilo identitario. Che è poi quello che garantisce la fiducia degli adepti. La direzione in cui cercarlo, quel profilo identitario? Resta, malgrado, tutto l'orizzonte socialdemocratico. Che è ovviamente un terreno di ricerca, e non una finalità statica".
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vedi anche
Filosofia (e) politica