| Dagli inferi alla città giusta |
| Platone, "La Repubblica", traduzione e commento a cura di Mario
Vegetti, Bibliopolis, Napoli 1998, voll. I, II, III, pagg. 278, 457, 379, L.
30.000, 40.000, 30.000. | C'è una favola all'inizio del II libro della Repubblica di Platone in cui si racconta di Gige, un pastore lidio, che per caso discende lungo una voragine apertasi a causa delle piogge. In questo percorso sotterraneo
egli vede thaumastà, "cose meravigliose", tra cui un grande cavallo di
bronzo all'interno del quale giace un morto anch'esso smisuratamente
grande: è nudo ed ha solo un anello che Gige prontamente gli toglie.
Quando il pastore si accorge di poter essere invisibile grazie all'anello ne
approfitta per commettere una serie di ingiustizie: seduce la regina,
uccide il re e si impadronisce del potere. Un'anabasi, anche sociale, nel
segno dell'intrigo e dell'imbroglio. La favola, assai più ricca di
implicazioni di quella riportata da Erodoto, è l'exemplum di cui
l'aristocratico Glaucone si serve per mostrare a Socrate come si è giusti
solo per timore delle conseguenze, perché altrimenti tutto sarebbe
permesso, come successe a Gige. Ma serve anche al giovane fratello di
Platone a dimostrare che l'ingiusto ha una vita felice, mentre il giusto (il
re ucciso, per esempio) no. Quello di dare una definizione della giustizia
è il problema dominante dei primi due libri del capolavoro di Platone, che
ora possiamo leggere assieme al III e al IV libro nell'edizione curata da
Mario Vegetti ed altri valenti studiosi per l'editore Bibliopolis.
Definire la giustizia è una delle grandi questioni sofistiche che Socrate
intende comporre riportandone il concetto sul piano delle "idee" che gli è
proprio. Se il criterio di scelta nelle nostre azioni è l'utile, come
sostenevano i sofisti, è facile (perché spesso vantaggioso) commettere
ingiustizie. Un'affermazione che impegnava i sofisti stessi in difficili
confutazioni. Ma già il leader filopericleo Diodoto, a quanto scrive
Tucidide nelle sue Storie, dovendo proporre una punizione per i Mitilenesi
colpevoli di defezione da Atene, sosteneva la maggiore utilità rispetto
all'eccidio e alla distruzione di Mitilene, di misure repressive quanto mai
moderate e di una politica per il futuro di previdenza e di "giustizia" verso
gli alleati-sudditi: l'"utile" veniva fatto coincidere opportunamente con il
"giusto" (un'intuizione sapientemente sfruttata pro domo sua da Cicerone
nel De officiis ed in altre opere a sfondo politico). Trasimaco comunque,
il leader del I libro della Repubblica, aveva riaffermato la superiorità
dell'ingiustizia sul suo opposto. Ribatte però Socrate, l'eletto dei sofisti,
che se il giusto cercherà di soverchiare l'ingiusto e non un altro giusto,
l'ingiusto invece dovrà soverchiare tutti, sia i giusti che gli ingiusti; ma
che, se il criterio è quello di essere, come in ogni altra attività, sapienti,
ossia competenti, al giusto toccherà soverchiare chi non possiede
questo tipo di sapienza, e non viceversa. L'ingiustizia, incalza ancora
Socrate, impedisce agli uomini di agire concordemente, indebolendo
perciò la loro azione; di più, li rende discordi con se stessi e con gli dèi.
Come potrà allora l'ingiusto avere una vita più felice del giusto? Il
discorso sulla giustizia si dipana, come si diceva, nei primi due libri di
questo capolavoro, ma rampolla ancora, com'è noto, più in là, nel IX
libro, dove si tratta di stabilire gli effetti della giustizia e del suo opposto
sull'uomo. Ecco allora le tre dimensioni del soggetto su cui si modella la
città ideale: quella del mostro policefalo, quella del leone, e quella
dell'uomo, ovvero della sua parte razionale. La giustizia si realizza
quando la parte razionale dell'uomo, con l'aiuto del leone, tiene a freno il
mostro policefalo delle passioni. Così nella città giusta i sapienti con
l'aiuto dei guardiani terranno asservita la moltitudine dei produttori di
ricchezza, dai mercanti, ai contadini, agli schiavi.
L'edizione curata da Mario Vegetti e da insigni studiosi, come Silvia Campese, Francesca Calabi,
Silvia Gastaldi ed altri ancora, non è solo
una puntuale traduzione commentata, ma si adorna per ogni libro di una
serie di saggi volti ad interpretare i grandi temi sollevati nel corso del
lungo dialogo platonico. E' il caso di prendere in considerazione il saggio
iniziale di Vegetti dedicato alla katabasis, alla discesa di Socrate da
Atene al Pireo, con cui si apre l'opera. Quello della discesa verso il
basso, nella viscere della terra, è un motivo ricco di implicazioni
conoscitive: Odisseo discende nel regno dei morti per conoscere il
proprio futuro da una fonte veritiera, Tiresia; così Pitagora; così
Parmenide che, disceso in un luogo infero per essere iniziato da Nyx, la
dea notturna, riporterà con sé un nuovo sapere, quello della verità e della
menzogna, della salvezza e della perdizione. Quest'ultimo ci ricollega
alla discesa di Socrate al Pireo. Si tratta anche qui di un luogo infero,
caratterizzato da feste barbariche e notturne, oltre che dalla confusione
dei commerci e delle etnie propria di un grande porto; Socrate deve
recarsi nelle "profondità" della sua città per conoscerla, per apprendere
da essa, per lasciarsene confutare. Un percorso obbligato per l'aspirante
filosofo che un giorno ritornerà nella parte alta di Atene a fondarvi il suo
progetto complessivo di "città giusta"; un percorso tuttavia in cui non è
una dea ad iniziarlo, ma l'inchiesta, il lavoro dialettico con i personaggi
del dialogo, come il vecchio uomo d'affari Cefalo, il figlio Polemarco,
Trasimaco, Glaucone cui sono dedicati altri saggi interpretativi. |