RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 1999
MAURIZIO FERRARIS
Oltre la rivoluzione copernicana
Husserl, e ancor di più Brentano, mettono in discussione i pilastri della concezione kantiana
Vincenzo Costa, «L’estetica trascendentale fenomenologica», Milano, Vita e pensiero 1999, pagg. 340, L. 50.000
Kant viveva, come tutti ai suoi tempi, nell’ideale di una corrispondenza tra le certezze della matematica e quelle della esperienza. Come scrisse Russell da giovane, allora la matematica era la «fortezza inespugnabile» degli idealisti; chi voleva sostenere che fosse possibile conoscere qualcosa del mondo reale indipendentemente dall’esperienza, bastava che adducesse il caso della geometria: solo un matto ne avrebbe negato la validità, e solo uno sciocco avrebbe escluso che avesse un riferimento oggettivo. E ci voleva tutto per sostenere, come Hume e Mill, che in realtà quella della geometria era una certezza dello stesso tipo della meccanica, benché più elevata.
Il difetto, probabilmente, stava nel manico; infatti, anche a mettere le cose in questi termini, non sarebbe stata la fine del mondo, nel senso letterale che neanche in questo caso si sarebbe potuto dar fiato a un argomento radicalmente scettico. Ma Kant non era affatto dello stesso parere, e in questo si rivelava molto meno fiducioso nei confronti della probabilità di quanto non fosse, poniamo, proprio un autore tacciato di intellettualismo come Leibniz. Per Kant, tra la certezza al 100% e la probabilità al 99% si apriva un baratro, ben più profondo della differenza che passa tra la probabilità al 99% e quella all’1%; che quest’ultimo caso fosse altamente improbabile, e il primo risultasse altamente probabile, per lui non era rilevante, così come non lo era per Hume. È ovvio che se questo principio venisse realmente seguito, chiunque investirebbe i suoi risparmi nelle lotterie. Ora, per Kant, in sostanza, è proprio così; ed è per prevenire questa eventualità che nasce l’idea della rivoluzione copernicana: non dobbiamo chiederci come siano gli oggetti in sé, ma come possono essere conosciuti da noi – da noi che d’altra parte possediamo due forme pure della sensibilità (lo spazio e il tempo) e dodici categorie (in realtà, soprattutto quella di causalità, perché è poco plausibile sostenere che gli oggetti stanno assieme grazie alla categoria di sostanza) che regolano il mondo con la stessa certezza della geometria, e ci permettono di formulare, in generale, dei giudizi dotati di un riferimento al mondo e non alla logica (cioè, sintetici e non analitici), però non desunti dall’esperienza (cioè, a priori e non a posteriori). Ora, è difficile non considerare come, una volta che si sia semplicemente postulato che il mondo deve conformarsi alla nostra sensibilità e al nostro intelletto, non si è ancora fatto un solo passo in avanti per spiegare il riferimento della mente al mondo.
A questo proposito, la risposta dei kantiani è generalmente difensiva.
Poniamo infatti che uno obiettasse: «dire che il tempo, omogeneo al mondo e alla mente, assicura la mediazione, è come dire che un vetro verde media tra una foglia (verde) e l’aria (trasparente): si tratta di una soluzione puramente nominale»; con ogni probabilità, il kantiano gli replicherebbe che qualunque altra via finirebbe per consegnarci all’induzione e di lì allo scetticismo. Il punto, però, è proprio questo: Kant ha enfatizzato gli esiti scettici dell’induzione (che regola la massima parte della nostra esperienza) perché ha ritenuto di dover dare, contemporaneamente, una teoria della scienza e una teoria dell’esperienza. Per lui, muoversi nel mondo, conoscerlo (sia da utente sia da esperto), e spiegare come lo si conosce, è in sostanza la stessa cosa. Esattamente come Cartesio, Kant ritiene che le (almeno) due domande distinte, se esista il mondo esterno e se quel mondo sia proprio come me lo rappresento, siano lo stesso interrogativo. Insomma, Kant riduce – a dir poco - la consapevolezza del divario tra le rappresentazioni scientifiche del mondo e il fatto che esse si riferiscano a un unico oggetto di esperienza (in cui spesso abbiamo a che fare con delle evidenze che non richiedono di essere corroborate matematicamente: l’asino va dritto al fieno senza sapere nulla di Euclide). La reciproca non si farà attendere, sotto forma di idealismo (la dottrina della scienza di Fichte è anche una dottrina dell’esperienza; inoltre, e questo Kant proprio non lo avrebbe voluto, è anche una ontologia), e poi di nuovo di positivismo, di fenomenismo, di storicismo, di cambio di paradigmi ecc. ecc. Non è che, nel frattempo, le cose siano cambiate più di tanto. Per esempio, quando Quine (troppo timidamente contrastato da John McDowell in Mente e mondo, da poco tradotto da Einaudi) sostiene che non si può dare una esperienza fuori di uno schema concettuale, che a sua volta trova la sua garanzia ultima nella scienza come il migliore degli schemi possibili, è ovvio che per lui la scienza non si fa garante della certezza del conoscere ma, proprio al contrario, introduce un relativismo inaggirabile. È infatti abbastanza chiaro che, affidandosi alla scienza, ci si rimette a un processo infinito; per definizione, ogni verità di oggi potrebbe diventare il calorico o il flogisto di domani, ciò che invece non si dà nell’esperienza, perché il sole di Omero (se mai l’avesse visto) è ancora il nostro. Insomma, fare della scienza il migliore dei paradigmi dell’esperienza (e non della conoscenza) è come dire, di fronte all’acqua: «Oggi è H2O, domani si vedrà». Questo assetto è davvero inevitabile?
L’importanza e l’utilità di un libro come quello di Vincenzo Costa sull’estetica trascendentale fenomenologica sta proprio nel suggerire che, in fin dei conti, la situazione sin qui descritta non era affatto un percorso obbligato. Proviamo a sviluppare qualche conseguenza in margine al testo di Costa. L’estetica trascendentale di Husserl non è la replica o l’adattamento di quella di Kant, ma, se guardiamo alla sua genesi, appare come una rielaborazione dell’insegnamento di un convinto antikantiano come Franz Brentano, che non aveva mai creduto che la rivoluzione copernicana fosse un buon affare. Sostenere che lo spazio e il tempo sono le forme pure della sensibilità è da una parte fare una osservazione che dice troppo poco (uno potrebbe obiettare: e allora?) e dall’altra si impiglia precisamente in assunzioni inverificabili (davvero possiamo pensare lo spazio senza le cose, come sostiene Kant, per dimostrare che è apriori? A me, personalmente, non riesce) o troppo impegnative. Per esempio, se le forme della sensibilità non si attaccassero alle categorie davvero l’esperienza sarebbe un caos? Michotte o Metzger sostengono che noi percepiamo la causalità come immanente alle cose, e questo mette fuori gioco la sola categoria, delle dodici, che Schopenhauer aveva salvato (ma facendo notare, in più, che noi possiamo benissimo cogliere la successione senza la causalità: la notte segue al giorno senza esserne causata). Lo stesso Kant è ben consapevole che una affermazione del genere è troppo forte, e osserva che se il cinabro fosse ora di un colore ora di un altro, e simili, non ci sarebbe esperienza possibile. Ora, in un senso molto generale, Husserl modera le pretese della logica trascendentale (le categorie) rispetto all’estetica; non c’è alcuna azione della logica sull’estetica, ma piuttosto – d’accordo, anche qui, con Brentano - la logica è una idealizzazione dell’estetica, il che non significa affatto che tutto è relativo, proprio al contrario: perché alla defatigante varietà delle visioni del mondo fa perenne controcanto la stabilità delle sensazioni, sicché anche gli Eschimesi, con tutto che per Husserl sono fuori dello spirito europeo, vedono il sole rosso, e non arancione, se è rosso, e anche gli Hopi, benché siano privi della categoria di "sostanza", si fanno male se urtano un sasso (questo è il senso della Crisi delle scienze europee, spesso equivocato in senso storicistico).
Per esempio, l’associazione, leggiamo in Esperienza e giudizio, è una legge trascendentale; che cosa significa, questo, se non che è il mondo a dettare le sue regole - a dare forme oltre che materiale bruto o Sense Data - invece che riceverle dall’intelletto? Si potrebbe però osservare che anche Husserl conferisce alla scienza l’ultima parola in fatto di verità, visto che per lui, tipicamente nelle Ricerche logiche, ogni espressione soggettiva e occasionale deve diventare, in un processo infinito, oggettiva e necessaria. È vero che si tratta di una scienza esplicitamente ideale, ossia di una idea in senso kantiano, di un fine e mai di un fatto; ma questo basta a porre dei problemi piuttosto seri al progetto di una estetica trascendentale husserliana. In effetti, quando Husserl parla del precategoriale, ossia, in breve, del mondo prima dell’intelletto, ne fa pur sempre una struttura provvisoria, nel senso che, letteralmente, è in vista dell’intelletto, che ne sarebbe la verità finale. In altri termini, l’identificazione tra teoria dell’esperienza e teoria della scienza non è del tutto superata, anche se la scienza ha ormai soltanto un valore normativo rispetto alla verità dell’esperienza, e non ne costituisce la possibilità, come era in Kant.
Qui dunque si tratta di andare oltre Husserl (o dietro a lui, prendendolo alle spalle o risalendo alle sue origini), perché la sua fenomenologia si mantiene a mezza via rispetto a soluzioni più radicali elaborate nella scuola di Brentano, come quella di Stumpf o di Meinong. E, gettata esplicitamente a mare la rivoluzione copernicana, si può sostenere che noi conosciamo regolarità nel mondo per l’ottimo motivo che il mondo è regolare. Per esempio, Stumpf non crede (come viceversa fanno gli psicologisti, cioè gli empiristi dell’Ottocento) che leggi della logica traggano origine dalla coscienza; d’altra parte, non crede, come i neokantiani, che il solo rimedio alla genesi (cioè alla origine nella coscienza) sia la struttura, gli apriori. Al contrario, sono le cose (finite, presenti e osservabili: non finirò mai di analizzare scientificamente una mela, ma la mangio senza pensarci su) che danno regola alla esperienza, da cui si può ricavare in ambiti speciali la conoscenza; e delle cose fanno parte anche gli elementi del nostro corredo psichico, con quella che sarebbe, in ultima istanza, una coincidenza tra la nostra mente (intesa aristotelicamente anche come insieme dei sensi, e non cartesianamente come cosa pensante) e gli oggetti che costituiscono il mondo. A contare, qui, non sarebbero i giudizi sintetici apriori, bensì i giudizi analitici aposteriori, ossia quelle certezze che si possono ricavare dall’esperienza in quanto è manifestazione non di una teoria della scienza, ma dell’essere come vero, che è poi esattamente ciò che postuliamo ogni volta che ci muoviamo nel mondo.
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