PSICOANALISI E CONFORMISMOFreud un padre troppo ingombrante Indottrinati, acritici, ubbidienti In un saggio Otto Kernberg critica il modo in cui sono formati i futuri analisti |
| Il modo in cui gli analisti vengono preparati a quella che lo stesso Freud definiva una "professione impossibile" non riguarda solo i diretti interessati. Sono intanto i "pazienti",
spesso disinformati, o quelli che comunque intendono iniziare un trattamento analitico, a voler sapere chi sono i terapeuti a cui si affidano per un tratto anche lungo della loro vita, con costi - non ultimi, quelli economici - per nulla irrilevanti.
In genere un analista affronta un accurato percorso
formativo, fatto non solo di conoscenze "tecniche" ma di un
lungo lavoro su stesso che lo renda capace di contenere le
dinamiche di natura inconscia proprie della relazione
psicoterapeutica. Quando così non è, l'analista tende a
riversare su altri problemi personali irrisolti, incontrollati e
quindi incontrollabili. Se, ad esempio, una paziente s'innamora o crede d'innamorarsi di lui - com'è abbastanza
frequente -, sarebbe opportuno che il "maestro dell'anima"
evitasse di cadere in una trappola di natura narcisistica.
Sullo sfondo, c'è poi un problema di ordine più culturale che
attiene all'aura mistica che circonda la psicoanalisi, alla generale mancanza di convinzione riguardo ai suoi effetti terapeutici e - ciò nonostante - alla potenza totemica della
persona di Freud, il visionario viennese sopravvissuto a tutte
le guerre contro la psicoanalisi con la tenace influenza delle
sue idee.
Ma se Freud è personaggio di gran lunga troppo complesso per poterlo ridurre alle sue debolezze, non tutti sono disposti ad apprezzare lo zelo protettivo di certi suoi custodi che vorrebbero preservarne intatto il retaggio. Certo, c'è chi ha costruito carriere lavorando di martello contro il vecchio idolo, ci sono accesi antifreudiani che hanno sprecato la vita a esplorarne i lati bui (nel tentativo di dimostrare, ad esempio, che Freud ebbe una relazione con la cognata...).
Ma ci sono anche spiriti liberi, indagatori distaccati e lievemente giocosi, che - con energie fors' anche ambivalenti - riflettono criticamente sul significato dell'opera di Freud. Non per il gusto parricida di detronizzarlo, ma piuttosto per garantirne il futuro.
Sembra un paradosso, ma tra questi signori - detestati dai
sacerdoti dell'ortodossia - c' è anche l'americano Otto
Kernberg, il presidente dell' International Psychoanalytical
Association (l'Ipa) e quindi il portavoce ufficiale dei
freudiani nel mondo. Sarà il caso di chiarire: Kernberg non
è solo un analista che ricopre un incarico di prestigio. E non
è soltanto un docente di Psichiatria e il direttore del
Personality Disorders Institute presso il Cornell Medical
Center. E' - soprattutto - tra i pochi teorici della psicoanalisi
contemporanea, lo studioso dei Disturbi gravi della
personalità, dell'Aggressività, delle Relazioni d'amore.
Di Kernberg, in questi giorni Bollati Boringhieri ristampa un
"classico", un libro bellissimo uscito la prima volta nell'85,
Mondo interno e realtà esterna (pagg. 324, lire 75.000). E'
uscito invece da Cortina il suo ultimo lavoro, Le relazioni nei
gruppi, sottotitolo "Ideologia, conflitto e leadership", uno studio raffinato sulle dinamiche regressive all'interno delle organizzazioni sociali e sulla possibilità di contrastarle attraverso una direzione razionale. Ed è in questo saggio - dove risalta il gioco incrociato degli impulsi libidici e aggressivi - che Kernberg sferra uno degli attacchi più sorprendenti alle istituzioni psicoanalitiche, con una radicale
presa di distanza dalla tendenza all'"idealizzazione di Freud"
e una critica impietosa al modo in cui è condotta la formazione degli allievi.
In un'intervista al nostro giornale di qualche tempo fa, Giovanni Jervis poneva con garbo la questione del
conformismo culturale tra i seguaci di Freud, di un
impoverimento degli spunti critici e delle curiosità
intellettuali. In quell'occasione Jervis poté contare sul
consenso di ambienti molto autorevoli della psicoanalisi, ma
scatenò accuse anche pesanti: la più sciocca di tutte era
basata sulla "non appartenenza" di Jervis alla Spi, la Società
freudiana, un argomento piuttosto ridicolo per
delegittimarne le opinioni.
Un argomento che, preso sul serio, si rivela un boomerang.
Ora è Kernberg - con una vena satirica molto più feroce - a
rilanciare gli stessi problemi. E forte del suo ruolo di
presidente dell' Ipa, è senz'altro "autorizzato" a parlarne: non sarà il caso di rifletterci con un po' della sua spregiudicatezza? Lo chiediamo ad Antonio Alberto Semi, il "didatta" della Spi che ha curato le Opere scelte di Freud,
pubblicate in primavera da Bollati Boringhieri.
Semi pensa che le preoccupazioni di Kernberg riflettano
soprattutto lo stato della psicoanalisi negli Stati Uniti, il
legame forte con l'università e l'idiosincrasia storica per
tendenze "nuove" come la scuola britannica o quella
francese. Kernberg - dice - è "un grandissimo politico", e
certe cose le ha scritte tempo fa, prima di diventare
presidente dell'Ipa, per mostrarsi "un innovatore, uno che
voleva cambiare", mentre invece "è molto più conservatore
di quanto non sembri". Uno studioso di prim'ordine, ma
insomma, anche un po' furbacchione.
Seppure in questa cornice che tradisce una qualche
astiosità, Semi non si arrocca però su posizioni difensive,
anzi ammette placidamente: "Seppure in forma iperbolica,
Kernberg descrive delle dinamiche che possono accadere
ovunque. Certo, è ben diverso che si verifichino in un
Istituto di filologia romanza o in un'istituzione psicoanalitica
perché qui è lo specifico della materia, è l'"oggetto psichico"
che viene profondamente alterato se non proprio stravolto".
Kernberg insiste anche su quella che definisce
l'"idealizzazione" di Freud a scapito di autori che ne hanno
profondamente ripensato le teorie e la clinica. Semi obietta
che, qui da noi, l'insegnamento non è concentrato
esclusivamente sull' opera del fondatore, tutt'altro. E però
aggiunge: "Il rischio di un certo indottrinamento c'è lo
stesso. Non basta sapere che cosa si insegna, ma come lo
si insegna, se per l'appunto in modo piatto e scolastico o in
modo critico e quindi creativo... E' un serio problema se la
psicoanalisi si trasforma in una setta come gruppo umano e
in una religione come teoria generale. Direi che è una delle
possibili perversioni all'interno di qualunque istituzione
psicoanalitica, ma non la sola... Pensi all'analisi "didattica" a
cui sono tenuti gli allievi, un rapporto che crea complicazioni
a non finire e altera profondamente l'esperienza dell'analisi.
Andrebbe abolita, e bisogna avere il coraggio di dirlo
chiaramente". |