RASSEGNA STAMPA

18 SETTEMBRE 1999
LUCIANA SICA
PSICOANALISI E CONFORMISMO
Freud un padre troppo ingombrante
Indottrinati, acritici, ubbidienti
In un saggio Otto Kernberg critica il modo in cui sono formati i futuri analisti
Il modo in cui gli analisti vengono preparati a quella che lo stesso Freud definiva una "professione impossibile" non riguarda solo i diretti interessati. Sono intanto i "pazienti", spesso disinformati, o quelli che comunque intendono iniziare un trattamento analitico, a voler sapere chi sono i terapeuti a cui si affidano per un tratto anche lungo della loro vita, con costi - non ultimi, quelli economici - per nulla irrilevanti.
In genere un analista affronta un accurato percorso formativo, fatto non solo di conoscenze "tecniche" ma di un lungo lavoro su stesso che lo renda capace di contenere le dinamiche di natura inconscia proprie della relazione psicoterapeutica. Quando così non è, l'analista tende a riversare su altri problemi personali irrisolti, incontrollati e quindi incontrollabili. Se, ad esempio, una paziente s'innamora o crede d'innamorarsi di lui - com'è abbastanza frequente -, sarebbe opportuno che il "maestro dell'anima" evitasse di cadere in una trappola di natura narcisistica.
Sullo sfondo, c'è poi un problema di ordine più culturale che attiene all'aura mistica che circonda la psicoanalisi, alla generale mancanza di convinzione riguardo ai suoi effetti terapeutici e - ciò nonostante - alla potenza totemica della persona di Freud, il visionario viennese sopravvissuto a tutte le guerre contro la psicoanalisi con la tenace influenza delle sue idee.
Ma se Freud è personaggio di gran lunga troppo complesso per poterlo ridurre alle sue debolezze, non tutti sono disposti ad apprezzare lo zelo protettivo di certi suoi custodi che vorrebbero preservarne intatto il retaggio. Certo, c'è chi ha costruito carriere lavorando di martello contro il vecchio idolo, ci sono accesi antifreudiani che hanno sprecato la vita a esplorarne i lati bui (nel tentativo di dimostrare, ad esempio, che Freud ebbe una relazione con la cognata...).
Ma ci sono anche spiriti liberi, indagatori distaccati e lievemente giocosi, che - con energie fors' anche ambivalenti - riflettono criticamente sul significato dell'opera di Freud. Non per il gusto parricida di detronizzarlo, ma piuttosto per garantirne il futuro.
Sembra un paradosso, ma tra questi signori - detestati dai sacerdoti dell'ortodossia - c' è anche l'americano Otto Kernberg, il presidente dell' International Psychoanalytical Association (l'Ipa) e quindi il portavoce ufficiale dei freudiani nel mondo. Sarà il caso di chiarire: Kernberg non è solo un analista che ricopre un incarico di prestigio. E non è soltanto un docente di Psichiatria e il direttore del Personality Disorders Institute presso il Cornell Medical Center. E' - soprattutto - tra i pochi teorici della psicoanalisi contemporanea, lo studioso dei Disturbi gravi della personalità, dell'Aggressività, delle Relazioni d'amore.
Di Kernberg, in questi giorni Bollati Boringhieri ristampa un "classico", un libro bellissimo uscito la prima volta nell'85, Mondo interno e realtà esterna (pagg. 324, lire 75.000). E' uscito invece da Cortina il suo ultimo lavoro, Le relazioni nei gruppi, sottotitolo "Ideologia, conflitto e leadership", uno studio raffinato sulle dinamiche regressive all'interno delle organizzazioni sociali e sulla possibilità di contrastarle attraverso una direzione razionale. Ed è in questo saggio - dove risalta il gioco incrociato degli impulsi libidici e aggressivi - che Kernberg sferra uno degli attacchi più sorprendenti alle istituzioni psicoanalitiche, con una radicale presa di distanza dalla tendenza all'"idealizzazione di Freud" e una critica impietosa al modo in cui è condotta la formazione degli allievi.
In un'intervista al nostro giornale di qualche tempo fa, Giovanni Jervis poneva con garbo la questione del conformismo culturale tra i seguaci di Freud, di un impoverimento degli spunti critici e delle curiosità intellettuali. In quell'occasione Jervis poté contare sul consenso di ambienti molto autorevoli della psicoanalisi, ma scatenò accuse anche pesanti: la più sciocca di tutte era basata sulla "non appartenenza" di Jervis alla Spi, la Società freudiana, un argomento piuttosto ridicolo per delegittimarne le opinioni.
Un argomento che, preso sul serio, si rivela un boomerang.
Ora è Kernberg - con una vena satirica molto più feroce - a rilanciare gli stessi problemi. E forte del suo ruolo di presidente dell' Ipa, è senz'altro "autorizzato" a parlarne: non sarà il caso di rifletterci con un po' della sua spregiudicatezza? Lo chiediamo ad Antonio Alberto Semi, il "didatta" della Spi che ha curato le Opere scelte di Freud, pubblicate in primavera da Bollati Boringhieri.
Semi pensa che le preoccupazioni di Kernberg riflettano soprattutto lo stato della psicoanalisi negli Stati Uniti, il legame forte con l'università e l'idiosincrasia storica per tendenze "nuove" come la scuola britannica o quella francese. Kernberg - dice - è "un grandissimo politico", e certe cose le ha scritte tempo fa, prima di diventare presidente dell'Ipa, per mostrarsi "un innovatore, uno che voleva cambiare", mentre invece "è molto più conservatore di quanto non sembri". Uno studioso di prim'ordine, ma insomma, anche un po' furbacchione.
Seppure in questa cornice che tradisce una qualche astiosità, Semi non si arrocca però su posizioni difensive, anzi ammette placidamente: "Seppure in forma iperbolica, Kernberg descrive delle dinamiche che possono accadere ovunque. Certo, è ben diverso che si verifichino in un Istituto di filologia romanza o in un'istituzione psicoanalitica perché qui è lo specifico della materia, è l'"oggetto psichico" che viene profondamente alterato se non proprio stravolto".
Kernberg insiste anche su quella che definisce l'"idealizzazione" di Freud a scapito di autori che ne hanno profondamente ripensato le teorie e la clinica. Semi obietta che, qui da noi, l'insegnamento non è concentrato esclusivamente sull' opera del fondatore, tutt'altro. E però aggiunge: "Il rischio di un certo indottrinamento c'è lo stesso. Non basta sapere che cosa si insegna, ma come lo si insegna, se per l'appunto in modo piatto e scolastico o in modo critico e quindi creativo... E' un serio problema se la psicoanalisi si trasforma in una setta come gruppo umano e in una religione come teoria generale. Direi che è una delle possibili perversioni all'interno di qualunque istituzione psicoanalitica, ma non la sola... Pensi all'analisi "didattica" a cui sono tenuti gli allievi, un rapporto che crea complicazioni a non finire e altera profondamente l'esperienza dell'analisi.
Andrebbe abolita, e bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente".
inizio pagina
vedi anche
Il mondo dell'uomo