RASSEGNA STAMPA

15 SETTEMBRE 1999
ADORNO
L'INCOGNITA DELLA DIALETTICA
DALL'ERMENEUTICA ALLA METAFISICA DELL'ASSOLUTO
UN AGILE E DENSO BREVIARIO DEI TEMI DELLA FILOSOFIA CRITICA
Le lezioni francofortesi di Theodor W. Adorno su "Il concetto di filosofia" edite dalla "manifestolibri". Un'anticipazione
La separazione della filosofia come ambito particolare appartiene all'epoca socratica. Essa suppone la divisione del lavoro e l'economia di mercato sviluppata. E' ancora troppo superficiale spiegare l'epoca della sofistica col fatto che nella società si erano divise le diverse funzioni. I processi legati alla divisione del lavoro non possono andare in parallelo con la riproduzione della vita. La divisione del lavoro conseguente è nata come un sistema in sé chiuso della società. La Repubblica di Platone la mostra pienamente sviluppata. La concezione enfatica della filosofia diventa pensabile solo se la società è chiusa in un sistema di processi legati alla divisione del lavoro. La riflessione sulle cose del mondo presuppone che al di sopra sia presente una sorta di istanza giudiziaria. La filosofia dell'intero ha il suo modello nello stato in cui le singole funzioni sono reciprocamente ingranate in modo corporativo. Con ciò la filosofia cessa di essere definitivamente filosofia perché viene a mancare l'inclusione dell'intero. (...) Percorrendo questa via la filosofia è uscita tanto vittoriosa quanto perdente. Sotto l'influsso della scuola heideggeriana siamo in certo modo tutti influenzati dall'idea che la divisione del lavoro cittadina è il vero e proprio peccato originale della filosofia; un tempo questa avrebbe avuto realmente a che fare con la saggezza ma poi è accaduta una disgrazia e il nostro compito consisterebbe ora nel ritornare alle origini. In questo discorso il momento giusto è costituito dal rilevamento del fatto che da questo processo è nata una quantità infinita di infelicità e di alienazione. Il falso sta nell'assunto secondo cui si possa ritornare a quel punto.
L'eliminazione dell'ingenuità è il processo che ha sottratto l'umanità allo stato infantile, il quale, nei filosofi della natura ionici, consisteva all'incirca nel voler far fronte al mondo con una formula, ponendo a fondamento di ciò che è presente "l'infinito", il "fuoco", l'"essere". I contributi di Kant e Hegel sarebbero impensabili se la filosofia non fosse divenuta un ambito particolare separato. La filosofia attuale riflette di nuovo sull'"essere", come i Greci riflettevano sul cosmo. Essa rivendica a sé l'ontologia e affida i problemi particolari alle singole scienze. Così però la filosofia cade già vittima della divisione del lavoro, la quale consiste in ciò, che essa non giudica più autonomamente, bensì viene sottoposta ad un'istanza diversa.
Risultò contemporaneamente una sorta di fissazione del pensiero filosofico. Mentre, quando si è giovani, si ritiene di poter pensare senza troppe remore, in seguito, quando si viene a contatto con la scienza che procede secondo il principio della divisione del lavoro, ci si accorge che in realtà tutto è già "occupato". Ovunque si incontri qualcosa, c'è qualcuno che alza il dito minacciosamente e dice: "non devi pensare, questo è già stato approfondito dalla ricerca scientifica specialistica!". In tal modo, alla fine non si giunge più ad aver alcun pensiero proprio. Lo spirito scientifico dell'individuo viene spezzato e ridotto ad un ambito di lavoro specialistico. La filosofia intesa come il pensiero tenuto fermo dell'intero, per il fatto stesso che viene tenuta ferma, ridiventa una sorta di settore specialistico. Un paradosso profondo. La filosofia assume un carattere compiuto, una compiutezza circolare simile a quella dell'artigiano o dell'avvocato.
A ciò si aggiunge anche la svolta verso l'astratto. Il pensiero si estranea ampiamente dai suoi propri momenti di contenuto. La filosofia trapassa in metodo. Da un lato questo è un progresso, ma, dall'altro, essa diventa un gioco vuoto, puramente soggettivo, applicabile a tutto. Facendo astrazione dai mezzi aventi un valore d'uso, il pensiero diventa una sorta di mezzo di scambio, un guadagno di denaro. Non intendo negare che il livello linguistico di Heidegger, fintantoché non civetta esteticamente, sia largamente superiore al livello generale. Se però, come è necessario, si prende così sul serio il linguaggio, il tono heideggeriano non è quanto si debba esigere in merito: già per il semplice fatto che si possa parlare di "tono". Si è sviluppato un gergo che si lascia imitare facilmente.
Ciò che va raggiunto è la creazione di un'aura teologica. Sintomo della vanità è il fatto che, alla maniera heideggeriana, possono essere comunicate cose che non hanno nulla a che fare con intenzioni filosofiche: vedi il discorso di rettorato friburghese con suoni di fanfara di marca nazionalsocialista. Lo stesso fenomeno si verifica anche nella controparte politica, quella staliniana, dove Ernst Bloch (Lipsia), fa risuonare indiscriminatamente il suo stile per qualsiasi tematica. Là dove gli uomini hanno scoperto che la filosofia ha a che fare col linguaggio, e lo coltivano consapevolmente, il soggetto si separa già dall'oggetto.
Il tentativo heideggeriano di salvataggio nei confronti del linguaggio filosofico sembra essere una sorta di pseudo-poesia, di contro a Nietzsche nel quale esso ha assunto il carattere di un predicare.
Che cosa è in gioco in questo linguaggio? In genere c'è il tentativo, all'interno di una reazione soggettiva, di rappresentare con esso tonalità emotive in modo tale da dare l'impressione che queste siano prodotte non dalla soggettività ma dalla cosa stessa. Si deve però rendere onore a Heidegger del fatto che la medesima cosa v'è nel contenuto della sua filosofia, ossia che determinati modi di comportamento vengono concepiti come chiavi per la comprensione dell'essere. Né si deve contestare il fatto che in questa stessa intenzione sia contenuto un pezzo di verità. E' suo grande merito l'aver ricordato queste cose, sebbene altri prima di lui abbiano fatto tutto ciò in modo più radicale ed energico.
Il linguaggio di Heidegger cerca dunque di far apparire un momento soggettivo come se fosse l'essere oggettivo stesso. Dal punto di vista della storia dello spirito, gli elementi di questo linguaggio, dimostratisi capaci di così grande presa sui giovani, sono un'eredità espressionista, sono cioè scaturiti da uno sforzo d'espressione soggettivo. Sono le figure linguistiche coagulate in cui allora si era venuta a manifestare la protesta contro il linguaggio convenzionale. Intendere il "soggetto" come qualcosa di derivato, di secondario, è propriamente feticismo.
Qual è lo pseudos di questo linguaggio? Esso ha l'aria di qualcosa che è stato ottenuto con l'inganno; il soggetto non risponde di ciò che vuole. Ci si imbatte qui in una palese confusione: dietro a Heidegger c'è la teoria che il linguaggio non è un mero sistema di segni né una questione di espressione, bensì appartiene in modo essenziale alla filosofia. A questa concezione manca il concetto di (storia).
Di contro alla non-redimibilità del linguaggio inteso come semantica si assume la posizione secondo cui esso sarebbe il linguaggio stesso dell'essere. In modo non dissimile, i cabbalisti intendevano desumere dalla lingua ebraica, rivelata da Dio, strutture oggettive. Heidegger non è altro che un simile cabbalista. Mancando a tale linguaggio la storia, questa viene mitologizzata. Vi è un nesso tra questa filosofia e i fascisti: per il tramite di essa ogni possibile qualità storica poteva essere enucleata come se non fosse storica ma le spettasse invece una verità assoluta: feticismo. Contenendo in sé l'intera dialettica dell'Illuminismo, questi tentativi sono condannati al naufragio. (...) Come appartenente al polo opposto può essere menzionato George Lukàcs. Nella sua Teoria del romanzo egli dà un tipico esempio di concisione: vi si possono trovare tutti gli elementi di cui si è parlato. Dopo essersi votato al partito comunista si determinò un indescrivibile decadimento del suo linguaggio, ad esempio in Storia e coscienza di classe che è già redatto nel gergo heidelberghese colto di Rickert. Nei suoi scritti più tardi egli ormai non tiene conto nemmeno delle regole grammaticali, come ad esempio accade in Heidegger redivivus . Lukàcs non ha ripreso la terminologia hegeliana, ma parla esattamente come se l'opposizione della dialettica fosse un'opposizione da rispecchiare; in ciò si mostra che, se si affida così l'espressione alla sfera del linguistico, il proprio pensiero viene a trovarsi di fronte all'intero linguaggio con i sui contenuti come a qualcosa di non assimilato. Il filosofo che ha innalzato alla coscienza filosofica il concetto di reificazione si serve egli stesso di un linguaggio reificato. (...) Il crollo del linguaggio di cui si è trattato è un momento all'interno del processo che riduce ogni cosa a bene di consumo, a merce; non si può sospendere questo processo muovendo dalla responsabilità. Ciò che è da controbattere va ricercato nella tesi stessa secondo la quale ogni cosa è per un'altra, e di conseguenza il linguaggio deve essere quanto più possibile confortevole. Questo processo, la crescita del carattere di merce, è molto più avanzato nel mondo anglosassone che da noi. Lì si incorre nel sospetto di follia già se si esprime anche solo la supposizione che una cosa possa esserci per se stessa. Questa tendenza può essere ridimensionata soltanto dimostrando che è menzogna l'affermazione secondo cui l'essenza del linguaggio consista nell'essere gradito ai consumatori. Una simile tesi è legata al pensiero del profitto. Un migliore gradimento permette migliori proventi: il linguaggio che "si rivolge all'uomo" si rivolge di fatto al cliente. Ciò che deve essere comunicato non gi viene in realtà partecipato; nel migliore dei casi gli si danno in mano parole d'ordine o testi pubblicitari. Si può comprendere soltanto ciò che non si adegua alla cosa; ciò che si adegua ad essa è già eccentrico.
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