L'individuo e lo StatoConstant e Montesquieu. I due volti della libertà Un saggio di Barberis ripropone una questione aperta |
| Il Novecento, il secolo dei totalitarismi, rappresenta un punto di svolta del nostro modo di concepire
l'idea di libertà. Da un lato costituisce la smentita dell'idea che la storia umana possa essere
considerata - come Benedetto Croce riteneva - una storia della libertà. Dall'altro, l'esperienza
totalitaria porta a guardare allo Stato in modo differente: induce cioè a rivalutare quella concezione
individualistica e antistatalista della libertà che, formulata a partire dall'800, era poi rimasta
fortemente minoritaria almeno sul Continente europeo.
Queste osservazioni conclusive costituiscono di fatto anche uno degli impliciti punti di partenza del
volume Libertà, di recente pubblicato da Mauro Barberis nella nuova collana de Il Mulino "Lessico della politica", diretta da Carlo Galli. Il libro si presenta come una storia concettuale, definisce cioè la libertà attraverso la ricostruzione dei suoi diversi significati storici e della loro evoluzione: si va dal termine greco eleutheria e da quello romano libertas fino alle concettualizzazioni contemporanee di teorici come Isaiah Berlin, Friedrich von Hayek o John Rawls. E tuttavia l'esposizione non ha carattere asettico e a volte arido che presentano spesso le trattazioni enciclopediche. Ammirevole per la completezza dell'informazione fornita in nemmeno
centocinquanta pagine, questa storia del concetto di libertà lo è anche per il fatto d'essere
costruita attorno a ipotesi interpretative molto nette.
In ogni storia della libertà occorre tenere nel debito conto quei fatti, movimenti, personaggi che
hanno giocato un ruolo importante anche se non avevano come proprio obiettivo quello
dell'affermazione della libertà nel senso (o nei sensi) che oggi possiamo dare alla parola.
È il problema insomma, che vale per la storia delle idee non meno che per quella dei "fatti",
dell'eterogenesi dei fini: la libertà cristiana, ad esempio, nasce come libertà essenzialmente
spirituale, compatibile con ogni forma di asservimento personale. Eppure quella libertà, essendo un
attributo dell'anima individuale, contribuisce pure alla nascita dell'individuo, cioè del soggetto della libertà moderna. Attento all'individuazione dei "materiali" storici che concorrono alla formazione del
concetto di libertà, Barberis indica però nettamente alcuni punti di svolta che modificano certe idee
correnti, soprattutto riguardo alla concezione liberale di libertà. Lungi dal concepire questa
concezione come un progressivo ampliarsi e definirsi a partire da pensatori sei-settecenteschi
come Locke e Montesquieu, Barberis insiste sulla svolta rappresentata da Benjamin Constant, al
principio dell'Ottocento. Quella che si è affermata tra Seicento e Settecento è l'idea di una libertà
garantita dalle leggi, già presente in Machiavelli. La sicurezza dell'individuo che questa concezione
della libertà si prefigge di garantire consiste in una protezione rispetto ai suoi simili. Con Constant,
invece, nasce l'idea liberale di libertà, per la quale il singolo dev'essere soprattutto protetto dallo
Stato. Le leggi e lo Stato da principali garanti della libertà diventano (c'è stata nel frattempo
l'esperienza del Terrore giacobino) suoi potenziali nemici.
Collegandosi alla reinterpretazione del pensiero di Constant di questi ultimi anni, il saggio pone al
centro non la famosa critica di Constant a Rousseau, bensì quella a Montesquieu. "La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono", aveva affermato l'autore de "Lo spirito delle leggi".
Constant obiettava però che le leggi potrebbero vietare tante di quelle cose da rendere di fatto
inesistente la libertà, che deve consistere allora - secondo lui - in "ciò che gli individui hanno il
diritto di fare, e che la società non ha il diritto di impedire".
Molto netto nel definire la "libertà liberale", Barberis è in grado tuttavia di non escludere dalla sua
ricostruzione autori come Hegel, la cui appartenenza alla storia del liberalismo è certo assai
problematica; può far questo attraverso ciò che egli chiama le "somiglianze di famiglia", quegli
elementi cioè che, su certi punti specifici, avvicinano il pensiero di un autore a quello di pensatori
paradigmaticamente liberali.
In questa storia del concetto non può non colpire l'assenza di autori italiani (eccezion fatta per
Machiavelli e per la sua concezione, certo non ancora liberale, della libertà), che conferma peraltro
la forte marginalità, se non la vera e propria estraneità, del nostro Paese rispetto alla storia del
liberalismo.
Benedetto Croce e Giovanni Gentile sono citati soltanto per ricordare come in Italia il liberalismo
sia stato declinato da entrambi, al di là di ogni altra differenza, in senso statalista, al di fuori cioè di
quello che Barberis considera, sulla scia della rilettura-rivalutazione di Constant, il carattere
qualificante (individualista e antistatalista) del liberalismo in senso proprio. |