RASSEGNA STAMPA

5 SETTEMBRE 1999
MAURIZIO FERRARIS
Ritorno alla percezione senza mediazioni
James J. Gibson, "Un approccio ecologico alla percezione visiva", traduzione italiana di R. Luccio, introduzione di R. Luccio e di P. Bozzi, Bologna, il Mulino 1999, pagg. 482, L. 56.000.
Nessuno dice "voglio viaggiare per sentire (o toccare, o annusare) il mondo", ma si diceva e si dice che si ha voglia di vedere il mondo (si dice forse che si vuol gustare la vita, ma è un'altra cosa); anche con le persone, si dice "non perdiamoci di vista", e "sentiamoci ogni tanto" sembra un ripiego. L'idea soggiacente è che mentre gli altri sensi ci danno informazioni parziali (acuto, basso, caldo, freddo, liscio, rugoso, dolce, amaro, buon odore o cattivo odore eccetera), la vista non ci dà le forme e i colori, bensì il mondo. Il che è tautologicamente vero (se decidiamo che il mondo è soprattutto quello che si vede, non può che essere così), ma allora è forte la tentazione di pensare che tutto il mondo, ossia quello che vediamo, possa essere una immagine che abbiamo nella testa, e che magari il mondo di per sé è un aggregato di vortici, o di atomi invisibili (il mondo della fisica), a cui solo l'occhio dà forma, e che dunque, propriamente, non esiste fuori dell'occhio. Ora, in un certo senso il mondo è nella testa così come la testa è nel mondo, ma dire "ho in mente te" non ha conseguenze neurologicamente devastanti. L'idea di fondo di un approccio ecologico alla percezione visiva, il terzo e l'ultimo dello psicologo americano James J. Gibson (1904-1980), dopo The Perception of the Visual World (1950) e The Senses Considered as Perceptual Systems (1966), è che il modo in cui - come percettologi o come filosofi, ma non, per esempio, come manovali o podisti - descriviamo il mondo che vediamo, e che è in buona parte quello in cui viviamo, risulti da spiegazioni che sembrano razionali solo perché sono corroborate da argomenti tratti, per esempio, dalla geometria o dalla fisica e non dalla chiromanzia, e che postulano in generale l'equivalenza tra il mondo e le immagini.
Ora, leggere il mondo in termini di immagini e di informazioni - come fanno, e con ottimi motivi, tante scienze - significa, per esempio, confondere l'esperienza con la geometria, ossia compiere un peccato che già Aristotele rimproverava ai platonici, di modo che degli attributi mentali ipersemplificati (punto, linea, superficie, così come materia e forma) diventano le coordinate per spiegare come va il mondo, mentre ne trasmettono un fantasma.
Di qui, per esempio, l'idea che lo spazio e il tempo siano una specie di foglio di carta che abbiamo in mente e su cui iscriviamo piante, case e animali, o che con gli occhi abbiamo una immagine bidimensionale, a cui aggiungiamo la profondità o con il ragionamento o con l'abitudine.
Alla base di questo ci sono per l'appunto dei casi-limite che vengono trasformati in norme, sia speculativamente sia in laboratorio: in questi casi, l'assetto normale della visione non è quello ecologico del camminare e del muovere la testa, ma un occhio fisso (e allora l'assimilazione tra l'immagine fotografica e il mondo sarà facile); e la percezione della profondità, per esempio, viene interpretata e negata con l'idea di una linea che si protende in uno spazio vuoto, e non con l'ovvia considerazione che noi non abbiamo mai spazi vuoti, ma sempre occupati, e che a terra, fosse pure nel Sahara, è impossibile che imputiamo la visione della profondità ad altro che al fatto che il mondo è effettivamente profondo.
Salta allora agli occhi (è il caso di dirlo) quanto poco verosimile sia la teoria - condivisa dai cognitivisti contemporanei così come da filosofi come Kant - secondo cui noi avremmo in testa un sistema di forme geometriche (proprietà primarie) a cui, nel corso dell'esperienza, sovrapponiamo della proprietà secondarie (colori, odori) e poi alla fine orneremmo con delle proprietà terziarie (per esempio, il piacere o dispiacere che ci viene dalla vista di qualcosa). Ma davvero bere un bicchier d'acqua è collegare un cilindro che abbiamo in testa con uno che è sul tavolo, aggiungendovi la trasparenza e il senso di sollievo? E se il geone cilindrico (per esprimersi con i cognitivisti) è nella testa, com'è che si arriva al mondo? E come mai un'attività tanto complicata è facile come bere un bicchier d'acqua? Così, dalla confusione tra il mondo e le immagini, seguono due equivoci di fondo. Il primo è la credenza che il mondo non abbia realmente una propria organizzazione, ma la riceva da noi; il secondo è la persuasione che quando abbiamo a che fare con il mondo, è essenzialmente per conoscerlo, e che d'altra parte il mondo voglia dirci qualcosa (infatti ci manderebbe delle informazioni). Ora, l'idea dell'"approccio ecologico" di Gibson è che il mondo, in quanto ambiente per animali come noi (ossia capaci di muoversi), è, prima che una sfera di oggetti accessibili per l'esame scientifico (che poi in genere vuol dire vedere ciò che costituisce la natura interna della cosa), un ambito di mezzi, superfici e sostanze - tutta una nuova lista di categorie che arricchiscono lo spoglio corredo di punto-linea-superficie e di materia e forma - che si prestano a venire utilizzati.
Si dirà che il discorso non è nuovo, ma non è così, perché di solito l'idea del mondo come utilizzabile, per esempio in Heidegger, critica (da una parte) la visione del mondo come una cartolina da ritoccare a piacimento, ma (dall'altra) la restaura, subordinando i fatti alle interpretazioni. Il che non avviene in Gibson, così come non avviene nella "fisica ingenua" di Paolo Bozzi (a lui e a Riccardo Luccio si deve anche la bella introduzione) perché si muove dal principio secondo cui noi, del mondo, abbiamo in genere (tipicamente, quando vediamo cose invece che fotografie, quadri o libri) una conoscenza non mediata, ma diretta, il che significa che il mondo è esattamente come appare, indipendentemente dalla forma dei nostri sensi e dall'orientamento delle nostre intenzioni buone o cattive. Se giriamo la testa il mondo resta fermo, mentre in ogni altra ipotesi dovrebbe muoversi e magari - perché no? - spostarsi insieme a noi, sempre che abbiamo dei sensi adeguati; ma invece resta lì, non solo con tutte le sue forme e i suoi colori, ma anche, in larghissima misura, con il suo senso e con i suoi valori.
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