Il trapianto della testa e l'immortalità| Dal mito di Pigmalione al Golem: il bisogno insopprimibile di superare i limiti
del corpo |
| CHISSÀ a chi assomiglia il dottor Robert White, chirurgo di Cleveland,
che si è dichiarato pronto a eseguire un trapianto di testa da un corpo
umano a un altro? Al dottor Frankenstein o piuttosto al dottor Moreau?
Al creatore di un ibrido umano che prende il suo stesso nome, a sua
volta partorito dalla fantasia di Mary Shelley sul Lago di Ginevra in una
piovosa giornata del 1816, uno dei più agghiaccianti "romanzi gotici"?
O al folle sperimentatore che nel romanzo di H. G. Wells, L'isola del
dottor Moreau (1896), realizza terribili esperimenti su animali e uomini,
producendo attraverso innesti uomini dalla forma di bestia e animali umanizzati?
Quando pensiamo a un uomo creato attraverso processi chirurgici, trapianti, punti
di sutura, subito ci viene in mente l'immagine della testa squadrata, le tempie con
grossolane cuciture a forma di croce, le palpebre pesanti, la fronte sfregiata e la
pelle grigiastra di Boris Karloff, in Frankenstein, il film del 1931 di James
Whale, che ha reso celebre il romanzo della Shelley, diffondendo nell'immaginario
collettivo l'idea del mostro creato attraverso il saccheggio di cadaveri freschi in
tombe e camere mortuarie. Se dell'eroe negativo del libro si ricordano soprattutto
"i foschi occhi gialli", nel film colpisce invece l'assemblaggio chirurgico delle
diverse membra in un immaginario laboratorio scientifico. Frankenstein
rinvigorisce un antico e millenario mito umano, la ricerca profana dell'assoluto, o
meglio il desiderio di eternità individuale. Dal mito di Pigmalione all'homunculus
di Paracelso, per arrivare fino al Golem del rabbino praghese Jehudah Loew e
all'automa settecentesco, sono tante le immagini della creatura artificiale che
abitano i piani più o meno nobili della storia occidentale, e danno forma a un
bisogno insopprimibile di superare i limiti del corpo umano. Se seguiamo Mary
Shelley e la seconda prefazione al suo romanzo, Frankenstein è più figlio della
scienza che non della fantasia romantica, è molto meno un "fantasma gotico" e
molto di più la realizzazione pratica della quarta legge fondamentale del
mutamento genetico enunciata da Erasmus Darwin, nonno di Charles, in
Zoonomia, or the Laws of Organic Life (1794-96), quella che comporta
modificazioni indotte prima della nascita mediante incroci e mutilazioni. Nel
romanzo, in realtà, la creazione del mostro appare opera di un incantatore e
negromante medievale - la fantasia della Shelley non era, dati i tempi, sorretta da
molte immagini scientifiche - piuttosto che il risultato di operazioni progettuali di
medici materialisti e meccanicistici; paradossalmente l'idea che il corpo umano sia
manipolabile necessita di un sottofondo spiritualistico, l'idea che lo spirito sia ben
più importante della materia e che il principio vitale non sia legato al destino del
singolo corpo. Al riguardo, nella storia dell'immaginario occidentale ci sono come
due grandi linee, opposte e solo a tratti convergenti: una organica, che procede
attraverso manipolazioni, trapianti, innesti nel e del corpo stesso, e che ha in
Frankenstein il suo prototipo; e una via "mentalista" che invece ricorre a protesi
esterne, alle macchine, ai robot, e ha nell'intelligenza artificiale il suo punto più
alto. Se per un certo periodo il mondo pulito, asettico, neutro dei computer e
delle macchine intelligenti ha dominato l'immaginario sociale del XX secolo, ora il
mondo spurio degli ibridi chirurgici sembra aver preso di colpo il sopravvento. In
fondo, il dottor White non fa che dar forma medica a un fenomeno già presente
nella nostra civiltà contemporanea e che va sotto il nome di "corpo
postorganico". L'uomo dalla testa trapiantata è già stato realizzato da un artista,
Marcel Lì Antunez Roca nell'opera Joan l'hombre de Carne, sorta di
Frankenstein da circo, come lo definisce Teresa Macrì in Il corpo postorganico
(Costa & Nolan), fantasma rivivificato, protocyborg. JOan è una figura umana
maschile di grandezza naturale, costituita di carne di maiale cucita a grandi lembi e
che si muove sotto gli stimoli sonori degli spettatori. Il fantasma che questo
Frankenstein dell'arte evoca è quello di un corpo mutante che mette in crisi l'idea
di una identità fissa, unica. Siamo nel campo del postumano, dove il corpo è
programmato, clonato, replicato, manipolato de-naturato. L'ipotetico aspirante al
trapianto, che dovrebbe sborsare la modica somma di due miliardi per spostare
con l'aiuto del dottor White la propria testa in un altro corpo, è avvisato: "il
corpo è una superficie libidinale, passing nomadico, Web di differenziazione
immaginaria, entità postorganica". Il risultato dell'innesto sarebbe perciò una
"soggettività mutante", in cui il corpo ricucito segna il passaggio "da una identità
obsoleta a una in fibrillante metamorfosi". Ma è proprio questo che cerchiamo
oggi con l'aiuto della medicina? |