| Il nome di Hanna Arendt si situa tra quelli dei più grandi pensatori del
Novecento. Per far conoscere meglio la sua figura e il suo pensiero e per
proporre un'introduzione alla sua opera, a settembre, nella sezione dei "Libri
dello spirito cristiano" della Bur Rizzoli, uscirà Il pensiero secondo,
un'antologia curata da Paolo Tenzi. È un modo per proporre ai non addetti ai
lavori la summa della pensatrice tedesca, allieva (poi distaccatasi) di
Heidegger. Il curatore così spiega la scelta del titolo: "Il pensiero è secondo
nel senso che deve muovere nella direzione indicata dalla realtà, nella fedeltà
ad essa". Le opere della Arendt riflettono questo "atteggiamento spirituale" e
nascono dall'esigenza di comprendere il senso degli avvenimenti che via via
hanno accompagnato l'esistenza della pensatrice e della società in cui ha
vissuto.
Da questa necessità nasce anche uno dei suoi libri più discussi, La banalità del
male (da poco riedito da Feltrinelli). Nel 1961 la Arendt, come inviata del
settimanale "New Yorker" a Gerusalemme, seguì le 120 sedute del processo a
Eichmann, il gerarca nazista cui era stata affidata in gran parte
l'organizzazione dello sterminio ebraico: il resoconto di quel processo e le
considerazioni che lo concludevano furono pubblicate a puntate sulla rivista e
poi riunite, nel 1963, nel libro citato. Il caso Eichmann, secondo Tenzi,
testimonia la necessità continua espressa dalla Arendt di "essere fedeli alla
realtà delle cose", che vuol dire non negarsi mai alla verità, anche se
scomoda.
Le polemiche nascono soprattutto per le tre tesi che la pensatrice tedesca
sostiene. La prima è quella che vede in Eichmann una persona normale e non
"il mostro sanguinario" che viene dipinto. "La banalità del male" del titolo è
quella che contrassegna il suo comportamento: una banalità che l'ha portato
ad un distacco totale dalla realtà, al punto da trovare "normale" l'eseguire
anche gli ordini più terribili. La seconda questione, che durante il processo
viene però evitata, è quella relativa alla presunta "collaborazione" coi nazisti
da parte dei Consigli Ebraici d'Europa. Ultima questione è quella delle riserve
di natura giuridica sullo svolgimento del processo.
Le polemiche divamparono e la Arendt fu investita di accuse, quali ad esempio
di avere, pur essendo di origini ebraiche, un atteggiamento antiisreaeliano. La
pensatrice rispose con un libro che intitolò Verità e politica , sul tema della
necessità della verità. Come sostiene la stessa Arendt: "I fatti sono al di là
dell'accordo e del consenso. Un'opinione sgradita può essere discussa,
respinta, o si può giungere a un compromesso su di essa, ma i fatti sgraditi
possiedono un'esasperata ostinazione che può essere scossa soltanto dalle pure
e semplici menzogne". |