RASSEGNA STAMPA

24 AGOSTO 1999
FULVIO PANZERI
Gerusalemme: Hannah Arendt inviata in cerca della verità
Il nome di Hanna Arendt si situa tra quelli dei più grandi pensatori del Novecento. Per far conoscere meglio la sua figura e il suo pensiero e per proporre un'introduzione alla sua opera, a settembre, nella sezione dei "Libri dello spirito cristiano" della Bur Rizzoli, uscirà Il pensiero secondo, un'antologia curata da Paolo Tenzi. È un modo per proporre ai non addetti ai lavori la summa della pensatrice tedesca, allieva (poi distaccatasi) di Heidegger. Il curatore così spiega la scelta del titolo: "Il pensiero è secondo nel senso che deve muovere nella direzione indicata dalla realtà, nella fedeltà ad essa". Le opere della Arendt riflettono questo "atteggiamento spirituale" e nascono dall'esigenza di comprendere il senso degli avvenimenti che via via hanno accompagnato l'esistenza della pensatrice e della società in cui ha vissuto. Da questa necessità nasce anche uno dei suoi libri più discussi, La banalità del male (da poco riedito da Feltrinelli). Nel 1961 la Arendt, come inviata del settimanale "New Yorker" a Gerusalemme, seguì le 120 sedute del processo a Eichmann, il gerarca nazista cui era stata affidata in gran parte l'organizzazione dello sterminio ebraico: il resoconto di quel processo e le considerazioni che lo concludevano furono pubblicate a puntate sulla rivista e poi riunite, nel 1963, nel libro citato. Il caso Eichmann, secondo Tenzi, testimonia la necessità continua espressa dalla Arendt di "essere fedeli alla realtà delle cose", che vuol dire non negarsi mai alla verità, anche se scomoda. Le polemiche nascono soprattutto per le tre tesi che la pensatrice tedesca sostiene. La prima è quella che vede in Eichmann una persona normale e non "il mostro sanguinario" che viene dipinto. "La banalità del male" del titolo è quella che contrassegna il suo comportamento: una banalità che l'ha portato ad un distacco totale dalla realtà, al punto da trovare "normale" l'eseguire anche gli ordini più terribili. La seconda questione, che durante il processo viene però evitata, è quella relativa alla presunta "collaborazione" coi nazisti da parte dei Consigli Ebraici d'Europa. Ultima questione è quella delle riserve di natura giuridica sullo svolgimento del processo. Le polemiche divamparono e la Arendt fu investita di accuse, quali ad esempio di avere, pur essendo di origini ebraiche, un atteggiamento antiisreaeliano. La pensatrice rispose con un libro che intitolò Verità e politica , sul tema della necessità della verità. Come sostiene la stessa Arendt: "I fatti sono al di là dell'accordo e del consenso. Un'opinione sgradita può essere discussa, respinta, o si può giungere a un compromesso su di essa, ma i fatti sgraditi possiedono un'esasperata ostinazione che può essere scossa soltanto dalle pure e semplici menzogne".
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vedi anche
Filosofia morale