RASSEGNA STAMPA

21 AGOSTO 1999
PIETRO PRINI
Inferno sì, ma a prova di scienza
Le moderne teorie teologiche sulla pena eterna non convincono il filosofo Prini. Che risponde a "Civiltà cattolica"
"Ora sappiamo che i nostri atti non sono mai del tutto liberi"
"Non si può voler la dannazione se prima non si conosce cos'è"
Sono grato alla "Civiltà cattolica" (quaderno 3578) d'aver preso in considerazione alcune riflessioni critiche che ho svolto sul tema dell'inferno nel mio ultimo libro Lo scisma sommerso. So quanto sia stata importante la presenza di questo tema nella tradizione cristiana, ma mi permetta chi ha redatto l'autorevole nota teologica di liberare subito il campo da qualche fraintendimento che non mi pare che giovi alla chiarezza della discussione. Parlando della mia denuncia della "minaccia che incombe sopra il cattolicesimo contemporaneo" (Lo scisma sommerso p. 8), si dice che questa minaccia a mio avviso "consisterebbe nel fatto che la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, non ha saputo attuare l'aggiornamento auspicato da Giovanni XXIII, adeguando il suo messaggio alla cultura scientifica contemporanea" (Civiltà cattolica, p. 109). Non avrei niente da eccepire, se si ricordasse quanto nella mia "Premessa" ho osservato sul pericolo che ciò che era auspicato dalla celebre parola di papa Roncalli (della quale, in un articolo di poco più di trent'anni fa, Joseph Ratzinger giustamente osservava che non era di facile traduzione nelle lingue europee moderne) fosse confuso o con "il livellamento del Messaggio cristiano alle novità del tempo" o con "la ricerca di provvedimenti soltanto esteriori, tattico-pedagogici, sul patrimonio perenne, meta-storico, delle verità rivelate" (Lo scisma sommerso p. 7). Non era troppo implicita la mia preoccupazione di non essere collocato nella schiera di coloro che giurano sulla indiscutibile competenza che essi ritengono di attribuire alle scienze empirico-sperimentali in ogni campo della esperienza, anche in quello morale e religioso. Chi ha letto anche soltanto qualcuno dei miei scritti, sa che non appartengo a quella schiera, oggi tanto di moda. Da più di un secolo la storia della cultura è venuta riconoscendo una distinzione tra le scienze della natura e quelle che i neokantiani chiamavano le scienze dello spirito e oggi più comunemente sono dette le "scienze umane", come l'antropologia genetica, la psicologia, la sociologia, la storia delle religioni, la fenomenologia del Sacro e così via. Quando si parla del nostro tempo come dell'"epoca della scienza", sarebbe una grave iattura teorica intendere che ne facciano parte solo le prime. Se c'è un pericolo oggi nella Chiesa, è che si apra nel suo insegnamento una nuova "via anti-galileiana" di rifiuto di qualche importante conquista delle scienze umane.
Ormai la "rivoluzione copernicana", dopo i quasi duecento anni che è durata la sua censura ufficiale nelle scuole ecclesiastiche, non dà più fastidio ai teologi, ma è meno facile che essi si convincano ad applicare nel loro campo talune posizioni che il pensiero laico ha raggiunto in queste discipline e specialmente là dove sarebbe toccato alla Chiesa di precederlo, perché vi si tratta essenzialmente della dignità umana e dunque del primo dei valori evangelici. Perché, ad esempio, non è stata la Chiesa la prima a rifiutare come anti-umana la pratica della pena di morte o anche quella dell'ergastolo? Si pensi all'importanza irrinunciabile della scoperta del senso recuperativo, medicinale, della pena piuttosto che vendicativo o "del taglione", dove la pena è commisurata alla figura del colpevole, così da dover essere infinita, quando l'offeso è Dio stesso. A misura che il primo senso s'impone, perché si deve tener conto dei limiti reali della condizione umana, sui quali intervengono fattori genetici, psicologici e sociali - ed è questa la ragione per cui oggi il diritto penale e la pratica carceraria hanno posto il problema indifferibile di una loro radicale riforma -, il secondo senso è sicuramente inapplicabile o per il rinvio all'infinito, denunciato da Hegel, della commisurabilità umana della vendetta e della pena, o per la caduta irreparabile dell'uomo da ogni ragione di fine ultimo a quello di brutale strumento della giustizia di Dio. Ebbene, la mia critica della maniera d'intendere l'inferno come il castigo o la "vendetta di Dio" (tutti sappiamo che questa espressione ricorre infinite volte, non solo nei sermoni terrificanti del gesuita padre Segneri, ma anche nella Scrittura e nei Padri) o anche solo alla sua non facilmente immaginabile "eternità", è o vuole essere un corollario di quelle scoperte che ritengo illuminanti nella civiltà della scienza moderna. Confesso che non mi persuadono alcune delle proposte della teologia più recente che a me paiono soltanto degli alibi o delle scappatoie. Che l'inferno ci sia, ma che nessuno può dire che ci sia dentro qualcuno, non avendo la Chiesa stabilito nessun "canone" dei dannati, anche se sant'Agostino parlava con troppa disinvoltura della massa damnata, mi pare come farne soltanto una specie di spauracchio per gli ingenui. E negare che l'inferno sia un luogo, che come tale non sarebbe molto diverso dalle bizzarrie fabulatorie di molte religioni, ma dichiarare che sia l'alternativa spaventosa di una scelta dell'uomo stesso che ha rifiutato di riconoscere il suo Signore Iddio, mi pare francamente che non porti un contributo serio né alla scienza dell'uomo, né al patrimonio cristiano delle verità rivelate. Non un "luogo", dunque, che essendo eterno esigerebbe d'avere in Dio la sola sua causa possibile, ma, si dice in questa ulteriore proposta teologica, "uno "stato", un "modo di essere" della persona, in cui questa soffre la pena della privazione di Dio, che si chiama la "pena del danno" e nella quale consiste l'essenza propria dell'inferno" (Civiltà cattolica, p. 111). Ma quale antropologia può presentare in questi termini la libertà dell'uomo? Perfino gli Scolastici che non avevano scoperto e studiato i condizionamenti che non consentono di parlare in nessun caso di volontà totalmente libera negli atti umani, si sarebbero opposti a questa idea di una scelta libera dell'inferno, anche per mantener fede al loro abbastanza ovvio postulato: "Nil volitum, quin praecognitum", non si può volere quel che non è prima conosciuto. E chi conoscerà così bene l'inferno, da crearlo come stato eterno della propria anima? E come è possibile ancora legare il messaggio cristiano alla tradizione orfico-platonica del distacco dell'anima dal corpo, per dire, come nel "sogno visionario" di un vecchio metafisico, che "al momento della morte", ossia quando avviene quel distacco, "la libertà è sottratta a ogni influsso limitante, e quindi acquista la sua pienezza di essere e la sua capacità di decisione pienamente libera" (Civiltà cattolica, p. 118)? Io ritengo, non senza tristezza, che non sono questi i termini appropriati di presentare il mistero del nostro destino soprannaturale agli uomini - soprattutto ai giovani - dell'"epoca della scienza".
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vedi anche
Filosofia e Religione