Inferno sì, ma a prova di scienzaLe moderne teorie teologiche sulla pena eterna non convincono il filosofo Prini. Che risponde a "Civiltà cattolica" "Ora sappiamo che i nostri atti non sono mai del tutto liberi" "Non si può voler la dannazione se prima non si conosce cos'è" |
| Sono grato alla "Civiltà cattolica" (quaderno 3578) d'aver preso in considerazione
alcune riflessioni critiche che ho svolto sul tema dell'inferno nel mio ultimo libro Lo
scisma sommerso. So quanto sia stata importante la presenza di questo tema nella
tradizione cristiana, ma mi permetta chi ha redatto l'autorevole nota teologica di
liberare subito il campo da qualche fraintendimento che non mi pare che giovi alla
chiarezza della discussione.
Parlando della mia denuncia della "minaccia che incombe sopra il cattolicesimo
contemporaneo" (Lo scisma sommerso p. 8), si dice che questa minaccia a mio
avviso "consisterebbe nel fatto che la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, non ha
saputo attuare l'aggiornamento auspicato da Giovanni XXIII, adeguando il suo
messaggio alla cultura scientifica contemporanea" (Civiltà cattolica, p. 109). Non
avrei niente da eccepire, se si ricordasse quanto nella mia "Premessa" ho osservato
sul pericolo che ciò che era auspicato dalla celebre parola di papa Roncalli (della
quale, in un articolo di poco più di trent'anni fa, Joseph Ratzinger giustamente
osservava che non era di facile traduzione nelle lingue europee moderne) fosse
confuso o con "il livellamento del Messaggio cristiano alle novità del tempo" o con
"la ricerca di provvedimenti soltanto esteriori, tattico-pedagogici, sul patrimonio
perenne, meta-storico, delle verità rivelate" (Lo scisma sommerso p. 7).
Non era troppo implicita la mia preoccupazione di non essere collocato nella schiera
di coloro che giurano sulla indiscutibile competenza che essi ritengono di attribuire
alle scienze empirico-sperimentali in ogni campo della esperienza, anche in quello
morale e religioso. Chi ha letto anche soltanto qualcuno dei miei scritti, sa che non
appartengo a quella schiera, oggi tanto di moda. Da più di un secolo la storia della
cultura è venuta riconoscendo una distinzione tra le scienze della natura e quelle che
i neokantiani chiamavano le scienze dello spirito e oggi più comunemente sono dette
le "scienze umane", come l'antropologia genetica, la psicologia, la sociologia, la
storia delle religioni, la fenomenologia del Sacro e così via. Quando si parla del
nostro tempo come dell'"epoca della scienza", sarebbe una grave iattura teorica
intendere che ne facciano parte solo le prime.
Se c'è un pericolo oggi nella Chiesa, è che si apra nel suo insegnamento una nuova
"via anti-galileiana" di rifiuto di qualche importante conquista delle scienze umane.
Ormai la "rivoluzione copernicana", dopo i quasi duecento anni che è durata la sua
censura ufficiale nelle scuole ecclesiastiche, non dà più fastidio ai teologi, ma è meno
facile che essi si convincano ad applicare nel loro campo talune posizioni che il
pensiero laico ha raggiunto in queste discipline e specialmente là dove sarebbe
toccato alla Chiesa di precederlo, perché vi si tratta essenzialmente della dignità
umana e dunque del primo dei valori evangelici.
Perché, ad esempio, non è stata la Chiesa la prima a rifiutare come anti-umana la
pratica della pena di morte o anche quella dell'ergastolo? Si pensi all'importanza
irrinunciabile della scoperta del senso recuperativo, medicinale, della pena piuttosto
che vendicativo o "del taglione", dove la pena è commisurata alla figura del
colpevole, così da dover essere infinita, quando l'offeso è Dio stesso.
A misura che il primo senso s'impone, perché si deve tener conto dei limiti reali della
condizione umana, sui quali intervengono fattori genetici, psicologici e sociali - ed è
questa la ragione per cui oggi il diritto penale e la pratica carceraria hanno posto il
problema indifferibile di una loro radicale riforma -, il secondo senso è sicuramente
inapplicabile o per il rinvio all'infinito, denunciato da Hegel, della commisurabilità
umana della vendetta e della pena, o per la caduta irreparabile dell'uomo da ogni
ragione di fine ultimo a quello di brutale strumento della giustizia di Dio.
Ebbene, la mia critica della maniera d'intendere l'inferno come il castigo o la
"vendetta di Dio" (tutti sappiamo che questa espressione ricorre infinite volte, non
solo nei sermoni terrificanti del gesuita padre Segneri, ma anche nella Scrittura e nei
Padri) o anche solo alla sua non facilmente immaginabile "eternità", è o vuole essere
un corollario di quelle scoperte che ritengo illuminanti nella civiltà della scienza
moderna.
Confesso che non mi persuadono alcune delle proposte della teologia più recente
che a me paiono soltanto degli alibi o delle scappatoie. Che l'inferno ci sia, ma che
nessuno può dire che ci sia dentro qualcuno, non avendo la Chiesa stabilito nessun
"canone" dei dannati, anche se sant'Agostino parlava con troppa disinvoltura della
massa damnata, mi pare come farne soltanto una specie di spauracchio per gli
ingenui. E negare che l'inferno sia un luogo, che come tale non sarebbe molto
diverso dalle bizzarrie fabulatorie di molte religioni, ma dichiarare che sia l'alternativa
spaventosa di una scelta dell'uomo stesso che ha rifiutato di riconoscere il suo
Signore Iddio, mi pare francamente che non porti un contributo serio né alla scienza
dell'uomo, né al patrimonio cristiano delle verità rivelate. Non un "luogo", dunque,
che essendo eterno esigerebbe d'avere in Dio la sola sua causa possibile, ma, si dice
in questa ulteriore proposta teologica, "uno "stato", un "modo di essere" della
persona, in cui questa soffre la pena della privazione di Dio, che si chiama la "pena
del danno" e nella quale consiste l'essenza propria dell'inferno" (Civiltà cattolica,
p. 111).
Ma quale antropologia può presentare in questi termini la libertà dell'uomo? Perfino
gli Scolastici che non avevano scoperto e studiato i condizionamenti che non
consentono di parlare in nessun caso di volontà totalmente libera negli atti umani,
si sarebbero opposti a questa idea di una scelta libera dell'inferno, anche per
mantener fede al loro abbastanza ovvio postulato: "Nil volitum, quin
praecognitum", non si può volere quel che non è prima conosciuto. E chi
conoscerà così bene l'inferno, da crearlo come stato eterno della propria anima? E
come è possibile ancora legare il messaggio cristiano alla tradizione orfico-platonica
del distacco dell'anima dal corpo, per dire, come nel "sogno visionario" di un
vecchio metafisico, che "al momento della morte", ossia quando avviene quel
distacco, "la libertà è sottratta a ogni influsso limitante, e quindi acquista la sua
pienezza di essere e la sua capacità di decisione pienamente libera" (Civiltà
cattolica, p. 118)? Io ritengo, non senza tristezza, che non sono questi i termini
appropriati di presentare il mistero del nostro destino soprannaturale agli uomini -
soprattutto ai giovani - dell'"epoca della scienza". |